I SIGNIFICATI SOSTANZIALI DEL CONFLITTO POLITICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I SIGNIFICATI SOSTANZIALI DEL CONFLITTO POLITICO da IL MANIFESTO

Contro il Capitale, lo sguardo che ci serve

Idee. Fuori dal labirinto di segni nel quale siamo immersi, è l’unica bussola per recuperare, insieme al senso delle parole, i significati sostanziali del conflitto politico

Paolo Favilli  15.05.2021

«Contro il capitale» è il titolo di un articolo di Valentino Parlato pubblicato su questo giornale nel 1972 e riproposto, non casualmente, il 1 maggio scorso da il manifesto. L’invenzione di una società completamente diversa è quello di un pezzo di Luciana Castellina che, ancora il manifesto, ha pubblicato il 25 aprile di quest’anno.

I lineamenti profondi che uniscono i due scritti rappresentano la ragion d’essere del «quotidiano comunista».

DI FRONTE ALLE caratteristiche assunte dalla lotta di classe sulla «questione lavoro» nei primi anni Settanta, Parlato invita a leggere i momenti congiunturali del conflitto, che si manifestano nella quotidianità dello scontro, alla luce «del meccanismo di produzione e di riproduzione del capitalismo». Castellina indica la necessità di pensare una «società totalmente diversa» per imboccare davvero «la transizione a un nuovo modo di produrre e consumare».

I due articoli sono usciti in fasi storiche diversissime.

Il primo, quando una forza reale, sociale e politica, aveva piena coscienza della sua funzione di antitesi ad un modo di produzione che poteva essere combattuto e qualche volta vinto, per lo meno nelle manifestazioni contingenti della sua logica sistemica. Il secondo, in una fase in cui il capitalismo sembra aver occupato tutto l’orizzonte del pensabile. Un capitalismo sedimentato nel nostro inconscio, in modo da aver «colonizzato i sogni delle persone , un dato di fatto talmente accettato da non meritare più alcuna discussione» (M. Fisher, Realismo capitalista, 2018).

UNA FASE NELLA quale il capitale-totale ha riportato una vittoria su tutte le forme dell’antitesi, però, è anche una fase in cui, insieme all’antitesi, il capitale ha distrutto anche le possibilità di porsi dei limiti. L’illimitatezza è il fondamento del processo di accumulazione e, contemporaneamente, la sua principale contraddizione. Senza ostacoli, lasciata alla sua logica sistemica, tale tendenza diventa il meccanismo agente, fuori controllo, anche dell’intero panorama delle contraddizioni che caratterizzano il rapporto economia-società nell’odierno capitalismo-mondo.

In tale contesto la linea analitico-argomentativa che accompagna nel lungo periodo i testi di Parlato e Castellina è quella necessaria per distinguere ciò che è davvero «nuovo» dal «novello», come il beaujolais.

LE NUOVE FIGURE sociali, i nuovi sistemi tanto di dominio che di egemonia, la meccanica del mutamento complessivo, compreso quello antropologico, non sono comprensibili senza un’immersione totale nelle categorie critiche del capitale-proteo.

L’unica «chiara prospettiva (…) l’unica idea passione» (P. Bevilacqua, il manifesto, 11 maggio) che rende possibile ragionare sulla politica e praticarla strappandone veli e mistificazioni. Per la nostra parte, insomma, l’unica bussola per recuperare, insieme al senso delle parole, i significati sostanziali del conflitto politico.

Siamo immersi, infatti, in un labirinto di parole-concetto le quali, senza alcuna determinazione, dominano l’universo politico- mediatico e che, proprio tramite le nebbie prodotte dall’indistinzione, lo riducono a rappresentazione caricaturale.

TERMINI come sinistra, riformismo, progressismo, femminismo, ecologismo, ecc., sono usati soprattutto come segnali di fumo indicanti instabili posizionamenti. Così l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori può diventare atto di «riformismo progressivo».

Il fatto che esistano, ed in maniera tutt’altro che marginale, femminismi ed ecologismi (partiti verdi) che dichiarano di essere totalmente compatibili con gli assetti economico-sociali esistenti, non impedisce che siano comunque considerati parte di uno schieramento «progressista».

NELLA PREFAZIONE storica del 2011 ad una raccolta di suoi saggi degli anni Sessanta e Settanta, Alberto Asor Rosa afferma di aver trovato punti di riferimento fondamentali in quei grandi maestri letterari che, non avendo «bubbole progressiste nella testa», erano stati in grado di conservare uno sguardo «più limpido e penetrante» sull’esistente. Esattamente lo sguardo di cui oggi abbiamo estremo bisogno.

I grandi maestri, letterari e non, sono ancora lì, e le loro opere sono, per molti aspetti, ancora più attuali rispetto ai tempi di neocapitalismo, di «capitalismo progressivo» dei cosiddetti «trenta gloriosi». Non pare, però, che i nostri «progressisti» e i «coraggiosi» ritengano di aver bisogno di sguardi «limpidi e penetranti» nella complessità del capitalismo reale.

 

Se il ministro Cingolani scambia ecologia con tecnologia

Senza una diminuzione dei flussi di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi il sistema economico non riuscirà mai a rientrare nella sostenibilità ambientalePaolo Cacciari  15.05.2021

Il ministro alla transizione ecologica Roberto Cingolani ha espresso il suo pensiero in una impegnativa intervista a Federico Fubini sul Corriere della Sera (“Tempi certi per il Recovery. O falliremo la transizione verde“, 3/5/21). Partito bene è finito malissimo: “Non possiamo permettere un ulteriore degrado delle condizioni del clima, delle acque, del suolo. Le crisi sanitarie globali e gli eventi climatici estremi diventano sempre più frequenti”. Per poi concludere: “Credo che nessuno sia così folle da pensare che la risposta sia la decrescita. Non si può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto deve essere verde. La sostenibilità è sempre un compromesso, non può essere un valore assoluto. Dunque deve mediare tra istanze diverse”.

In poche righe, il nostro ministro docente di fisica, esprime una visione del mondo che è un concentrato di errori, teorici ed empirici. Iniziamo dalla decrescita. Sono ormai in molti a pensare che senza una diminuzione dei flussi di materia e di energia impiegati nei cicli produttivi (material footprint) il sistema economico non riuscirà mai a rientrare in una traiettoria di sostenibilità ambientale. La pensa così anche l’European Environmental Agency, una rete indipendente che coopera in 32 paesi con le istituzioni dell’Unione Europea. In un recente rapporto (Growth-without-economic-growth) ha certificato che la crescita misurata in valore monetario si trascina un sovraccarico di uso delle risorse naturali non compensato né dall’aumento di efficienza dei processi produttivi (il cosiddetto decoulping), né dal riuso e riciclo delle materie (la cosiddetta “economia circolare”).

La Eea giunge alla conclusione che sia necessario “ripensare cosa si intende per crescita e progresso” e indica tre percorsi possibili: il modello dell’economista inglese Kate Raworth, detto dell’“economia della ciambella”, che contempla un doppio vicolo sociale e ambientale; il modello della “post-crescita”, dove il benessere delle persone si sgancia dall’aumento della crescita economica; la “decrescita”. In altre parole, la sostenibilità delle attività umane sarà una partita persa in partenza se non “cambiando i consumi e le pratiche sociali”. Se si lascia decidere cosa, come e quanto produrre alle libere forze economiche di mercato non vi sarà nessuna transizione ecologica, ma solo un inseguimento senza fine della crescita del fabbisogno di nuova energia (fosse anche tutta da “fonti rinnovabili”) e della crescita dell’estrazione di nuovi materiali (sempre più rari e critici).

Una ricerca dell’International Energy Agency (The Role of Critical Minerals in Clean Energy Transitions) ricorda che per costruire un’auto elettrica serve una quantità di minerali sei volte superiore ad un’auto tradizionale. Per realizzare un campo eolico servono nove volte più materiali rispetto ad una centrale elettrica alimentata a gas. Da qui le guerre commerciali in corso per l’accaparramento di litio, nickel, cobalto, manganese, grafite (tutti elementi indispensabili per la produzione di accumulatori e batterie), delle Terre rare (per magneti e turbine), di rame e alluminio (per reti elettriche). La corsa alla decarbonizzazione – se lasciata solo sulle gambe dell’innovazione tecnologica – può riservarci spiacevoli sorprese su altri versanti. Non è un caso se i “tecno-ottimisti”, dal nostro Cingolani al guru Bill Gates, non pronunciano mai le parole biodiversità, ecosistemi, biosfera, natura.

Qui sta il secondo errore del Cingolani-pensiero. La sostenibilità ambientale non può essere il risultato di un “compromesso tra istanze diverse”, poiché le esigenze che si fronteggiano non sono paragonabili, si riferiscono ad entità con proprietà qualitative del tutto diverse. Banalmente: mentre le leggi delle scienze naturali (la fisica, la biologia, la climatologia ecc.) non sono modificabili a nostro piacimento, le regole economiche sono il frutto di convezioni sociopolitiche, storicamente determinate, quindi mutabili.

Sulla questione della sacrificabilità delle forme di vita sull’altare del denaro, papa Bergoglio ha pronunciato frasi straordinariamente chiare, che dovrebbero far arrossire i “trattativisti”. Il principio di precauzione – scrive nella Laudato si – va applicato rigorosamente. “Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro” (§ 194). Da un ministro preposto alla tutela dell’ambiente ci si aspetterebbe che nella contesa tra salute ecosistemica e denaro prendesse posizione a favore della prima. Invece no.

Terzo, doppio, errore. Cingolani, scegliendo un linguaggio degno solo del terrorismo antiecologico di Confindustria, non consono ad un uomo di scienze, qual è, afferma che: “Non si può chiedere alle persone di perdere il lavoro perché tutto deve essere verde”. Primo, il ministro dà per scontato e immodificabile il fatto che il “lavoro” sia inconciliabile con il “verde”. Secondo, nega che possano esistere delle attività lavorative remunerate utili alla riconversione ecologica degli apparati produttivi. Insomma nega tutto quanto dovrebbe fare un ministro all’ambiente. Pardon, alla transizione ecologica.