COME EVITARE LO SCONTRO TRA OPERAI E AMBIENTALISTI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COME EVITARE LO SCONTRO TRA OPERAI E AMBIENTALISTI da IL MANIFESTO

Come evitare lo scontro tra operai e ambientalisti

Transizione ecologica. Un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani

Tonino Perna  18.12.2021

Una reale transizione ecologica, ha ragione sul piano teorico Guido Viale, si può realizzare solo attraverso il coinvolgimento di tutta la società. Ma, ci domandiamo, perché la maggioranza dei cittadini dovrebbe farsi coinvolgere se questo richiede dei sacrifici, in termini di comodità, sobrietà, cambiamenti radicali negli stili di vita? Rinunciare a stare in pieno inverno con la t-shirt in casa, o tenere accesso tutto il giorno il climatizzatore nelle torride giornate estive. Perché dovrei farlo proprio io, e che cosa cambia se i miei consumi energetici o alimentari (a base di carne) diminuiscono, dato che rappresentano una quota assolutamente infinitesimale dell’impatto ambientale globale. Ma, ammettiamo pure che questo accada, che la stragrande maggioranza dei cittadini cambi stile di vita, quali ripercussioni avrà sulla crescita economica, sull’occupazione?

Partiamo da un fatto: la società dello spreco è funzionale alla crescita del Pil, ma rema contro la conversione ecologica. La società dell’obsolescenza programmata per i beni di consumo non alimentari è funzionale alla crescita economica, ma è assolutamente contro la conversione ecologica. Se, ad esempio il nostro frigorifero durasse (come avveniva fino agli anni ’70) mediamente 30-40 anni, o la nostra lavatrice/lavapiatti durasse vent’anni e non 5-8 di oggi, le imprese che lavorano in questo settore subirebbero un crollo della domanda, i lavoratori messi in cassa integrazione diventerebbero nemici della conversione ecologica se non avessero delle alternative.

Ugualmente nella filiera della plastica, dove il governo italiano, grazie anche a Renzi, si è opposto ad una messa al bando dei prodotti monouso di plastica. Pensiamo solo all’industria legata all’auto tradizionale con motore a scoppio. Con il passaggio all’auto elettrica, ormai inevitabile, solo in Italia secondo stime attendibili salterebbero intorno a 170mila posti di lavoro. Non è un caso che Confindustria e sindacati dei lavoratori abbiano insieme protestato e chiesto che l’impegno preso dall’Italia per l’eliminazione delle auto tradizionali che usano combustibili fossili venga procrastinato.

Se non vogliamo un ritorno allo scontro tra classe operaia e movimenti ecologisti, come è avvenuto più volte in passato, dobbiamo immaginare un intervento pubblico che promuova una domanda alternativa. Questo significa che il governo dovrebbe avere una strategia di medio-lungo periodo, con un quadro complessivo dei settori che devono essere ristrutturati per ridurre il nostro impatto ambientale, i nuovi settori che devono essere promossi e hanno bisogno di una domanda pubblica iniziale, ed infine un cronoprogramma che dichiari tempi e modalità di realizzazione. Ovviamente oggi di tutto questo non c’è niente. Si procede a tentoni e si pensa di utilizzare le risorse finanziarie del Pnrr per rilanciare le strutture economiche esistenti o ampliarle, a partire dalle infrastrutture per l’alta velocità.

Richiedere un forte e determinato intervento pubblico nell’economia sul lato della domanda non è una scelta ideologica e va oltre la disputa tra neoclassici e keynesiani. Se Keynes negli anni ’30 del secolo scorso aveva rovesciato l’approccio classico che affidava all’offerta, e quindi alle imprese private, il compito di trovare l’equilibrio macroeconomico, oggi non è più sufficiente una generica politica della domanda per tendere alla piena occupazione.

La crisi ecologica ci impone di qualificare questa domanda pubblica orientandola verso settori ad alto valore aggiunto e basso impatto ambientale. Un importante ruolo potranno giocare gli investimenti nella cura del territorio, nella ricerca teorica ed applicata, nell’economia circolare, nei materiali ecosostenibili, nella cultura (questa reietta, ultima ruota del carro di tutti i governi), nell’elevare il livello medio di istruzione, nella telemedicina, nella sanità territorializzata, ecc.

Un grande sforzo andrà fatto per trasformare l’agro-industria e zootecnia, dove gli allevamenti intensivi andranno aboliti, senza fare aumentare sensibilmente il costo degli alimenti. Per questo non si può lasciare che il libero gioco della domanda e dell’offerta trovi un nuovo equilibrio, ma trasformare la struttura del mercato agro-alimentare con un ridimensionamento del ruolo della grande distribuzione a favore di filiere corte e un’alleanza, che già esiste in tanti rivoli territoriali, tra consumatori ed aziende agricole.

La transizione ecologica se presa sul serio è una sfida gigantesca che non può essere gestita da nani, ma richiede la presa di coscienza della maggioranza della popolazione insieme ad un governo che faccia una scelta coraggiosa e coerente in questa direzione.

Nucleare e gas non entrano tra le energie rinnovabili

Clima. Il Consiglio europeo non ha trovato l’accordo sull’energia, né sull’inserimento delle energie rinnovabili tra le fonti rinnovabili – una forzatura senza alcun fondamento scientifico -, né su come fronteggiare l’aumento eccessivo, immotivato, speculativo del prezzo del gas e di altre fonti fossili

Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci  18.12.2021

Il Consiglio europeo non ha trovato l’accordo sull’energia, né sull’inserimento delle energie rinnovabili tra le fonti rinnovabili – una forzatura senza alcun fondamento scientifico -, né su come fronteggiare l’aumento eccessivo, immotivato, speculativo del prezzo del gas e di altre fonti fossili.

Questo stallo dovrebbe portare il governo Draghi ed in particolare il Ministro Cingolani, che hanno aperto al nucleare dopo l’incontro col presidente francese Macron, a ripensarci perché altri paesi europei, a partire dalla Germania, non sono d’accordo. Tanto più che il nuovo governo tedesco ha confermato la chiusura delle sue centrali nucleari per produrre energia elettrica entro la fine del 2022 e quindi faticherebbe a spiegare l’eventuale contraddizione tra le due posizioni ai tedeschi.

Avevamo chiesto al Governo Draghi, con un appello pubblico condiviso da migliaia di firme, di fermare lo scempio di una tassonomia europea scritta sotto dettatura di  Macron. Sarebbe questa una scelta priva di senso e di fondamento scientifico, utile solo a esaltare la scelta nuclearista di Macron che forse pensa così di fare concorrenza elettorale alla destra e di scaricare sui fondi europei i costi enormi del nuovo nucleare per i cittadini francesi se non sarà possibile usare i soldi dell’Europa. Soldi che la Francia non a caso ha chiesto solo a fondo perduto.

Da uno stallo potrebbero uscire le condizioni per tornare a dire la verità e ciè che sono fonti di energie rinnovabili solo acqua, vento, sole, terra, il resto non può ricevere incentivi europei vincolati a contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi.

Infine Cingolani dovrebbe decidersi a proporre un piano concreto, immediato, con scadenze ravvicinate, di nuovi investimenti nelle rinnovabili in Italia. Questo sarebbe il miglior contributo per contrastare l’aumento immotivato e speculativo del gas, che è aumentato perfino più del petrolio.

Accelerare per le rinnovabili è l’unico modo per contrastare l’aumento dei prezzi del gas ed entro il 2022 potremmo ottenere dei risultati importanti per il nostro paese.

Si scrive transizione «ecologica», ma si legge «economica»

I funerali di Ravanusa. Questa volta si tratta della rete dell’Italgas che copre circa 2 mila comuni, percorrendo il sottosuolo per 75 mila chilometri. Gli utili volano. Con cadenza periodica l’azienda tranquillizza i cittadini con comunicati in cui dà conto dei controlli effettuati sul metanodotto, vantando una costante riduzione delle fughe di gasGaetano Lamanna  18.12.2021

Autorità, religiose e di governo, hanno partecipato ieri ai funerali, trasmessi in diretta tv, delle vittime dell’esplosione di Ravanusa. Tragedie, funerali, riti che si ripetono, in una teoria senza fine.
Questa volta si tratta della rete dell’Italgas che copre circa 2 mila comuni, percorrendo il sottosuolo per 75 mila chilometri. Gli utili volano. Con cadenza periodica l’azienda tranquillizza i cittadini con comunicati in cui dà conto dei controlli effettuati sul metanodotto, vantando una costante riduzione delle fughe di gas. La digitalizzazione della rete procede spedita. Un’azienda modello, dunque, al passo coi tempi.

Fatto sta che a pochi giorni da un controllo tecnico, che non aveva rilevato alcuna criticità, a Ravanusa, 10 mila abitanti, in provincia di Agrigento, un’esplosione ha raso al suolo tre palazzine, danneggiandone molte altre, con nove morti e un centinaio di sfollati. Un bilancio provvisorio. Bisognerà quantificare i danni a infrastrutture e beni privati.
L’ipotesi più probabile della sciagura è che tubature vecchie di quaranta anni non abbiano retto alla pressione di una frana quindi la fuga di gas e l’esplosione. Una tragedia che si poteva evitare se tutti, azienda ed enti pubblici coinvolti, avessero fatto la loro parte.

Frane, erosioni e dissesto del suolo avvengono dopo le piogge intense. E in Sicilia è assente una politica di sistemazione idrogeologica del suolo. Non si spendono nemmeno i soldi a disposizione. Mancano i progetti. Da parte sua Italgas tende a risparmiare sulle spese di manutenzione. In questa situazione i centri abitati sono privi di difesa, esposti a un rischio permanente. Eppure, da tempo si susseguono e si intensificano tornadi, bombe d’acqua, frane e crolli. Eventi alluvionali si alternano a periodi di siccità e caldo estremo (questa estate il termometro in Sicilia ha toccato i 48,8 gradi). Il cambiamento climatico fa sentire i suoi effetti, agisce su un territorio già fragile.

La concreta prassi amministrativa della regione e dei comuni, che si fonda su una sorta di negoziato permanente pubblico-privato, contribuisce poi ad aggravare le cose.
I terreni, il paesaggio e l’ambiente sono utilizzati come merce di scambio. Tutte le “regole in materia di governo del territorio” sono saltate. Le istituzioni pubbliche hanno consentito l’attraversamento del territorio a reti infrastrutturali senza verifiche accurate. Un territorio che nel frattempo è diventato preda di uno sviluppo urbano irrazionale. Sarebbe il prezzo da pagare allo sviluppo. In verità è il prezzo che i cittadini pagano al rapporto malato tra politica e affari. Le organizzazioni sindacali e il mondo dell’associazionismo sono stati puntualmente esclusi da scelte che incidono sulla vita delle comunità locali.

Suolo e sottosuolo, rifiuti, sorgenti di acqua, acquedotti, autostrade, funivie, cave, ecc. sono affidati in concessione, ceduti al mercato, sottoposti alla legge del massimo profitto. Un filo rosso lega Ravanusa al crollo del ponte Morandi, alla tragedia ferroviaria di Viareggio, alla rottura della funivia del Mottarone e ad altri disastri dimenticati. Quando questi eventi si verificano, la parola d’ordine è minimizzare, depistare. Senza pietà per le vittime. Si può sempre offrire un risarcimento alle famiglie. L’importante è ricominciare. Tutto come prima.

La linea del governo Draghi è in perfetta continuità con il passato. Dà la priorità alla crescita dell’economia anziché alla sua trasformazione. Sacrifica l’interesse collettivo al primato dell’iniziativa privata. La transizione ecologica è declinata come “transazione” economica. Così invece di investire di più nelle energie rinnovabili, si tengono in vita processi energetici altamente emissivi. Viene finanziato con 12 miliardi il progetto Eni per la cattura e lo stoccaggio di anidride carbonica, per poi immetterla nei propri giacimenti di gas. Si è deliberatamente evitato di incentrare il piano di ripresa e resilienza su grandi obiettivi di “manutenzione”, ossia di cura, risanamento, messa in sicurezza del territorio e delle infrastrutture. Un programma di interventi puntuali e continuativi per correggere difetti di progettazione e lavori realizzati male. Gli investimenti in manutenzione, tra l’altro, sarebbero ampiamente ripagati da un recupero di efficienza, di valore d’uso e di qualità del territorio e del sistema infrastrutturale. E avrebbero un ritorno economico non indifferente in termini di benefici occupazionali e di sviluppo economico complessivo.

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