Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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25 aprile, Materiale Resistente da IL MANIFESTO

Partigiani sempre. A venticinque anni di distanza dal concerto di Correggio, una riflessione sull’attualità di alcune tematiche

Davide Ferrario25.04.2020

Venticinque anni fa, in un prato appena fuori Correggio, si tenne, il 25 aprile 1995, il concerto di Materiale Resistente. Era stato preparato dall’uscita di un CD di cui erano stati promotori i CSI, Fabrizio «Taver» Tavernelli e il Comune locale. In quel CD CSI, Marlene Kuntz, Ustmamò, Mau Mau, Africa Unite e molti altri gruppi rock della scena indipendente rielaboravano o creavano nuovi canti partigiani per celebrare il Cinquantenario della Liberazione. Resistenza e rock: un’intuizione formidabile per mettere insieme vecchi e giovani. Il concerto fu un successo (anche se fu interrotto ben prima della fine prevista a causa di un violento acquazzone), e generò una serie di altre occasioni «resistenti» nel corso dell’anno.

Quel 25 aprile a Correggio c’eravamo anche io e Guido Chiesa, con una troupe piccola ma grande di cuore, e girammo le prime scene di quello che sarebbe diventato Materiale Resistente, il film. Un film che non era solo una ripresa delle esibizioni musicali, ma un’indagine e una riflessione sul senso dell’antifascismo nel 1995, un anno dopo l’ascesa di Silvio Berlusconi. Il film Materiale Resistente ebbe una lunga e felice vita nei festival ma anche nelle sale; e un formidabile successo con una distribuzione home video nelle edicole fatta proprio con Il Manifesto.

Per parlare di Materiale Resistente a 25 anni di distanza bisogna prima di tutto far piazza pulita della nostalgia. Misurare lo spirito dei tempi di allora e di oggi produce un altro tipo di pensieri. E non tanto perché alcuni dei protagonisti (pubblici e privati) di quell’avventura hanno compiuto un percorso che li pone adesso su tutt’altra sponda: uno per tutti, Giovanni Lindo Ferretti (di cui resto amico personale), diventato cattolico tradizionalista su posizioni politiche di destra, mentre nel film si aggira vestito di rosso e canta i bellissimi versi antifascisti di Linea Gotica e Guardali negli occhi.

Capita che le persone cambino; e non è quello il punto, magone a parte. Rivedere il film adesso costringe a incrociare storia collettiva e storia individuale. Molti di quei ragazzi e di quelle ragazze filmati sul prato di Correggio (giovane umanità, antica fiera indigesta…) sono oggi dei cinquantenni, che hanno la maggior parte della vita alle spalle. Ripeto: nessuna nostalgia. Solo la constatazione del modo in cui dobbiamo considerare il tempo che abbiamo vissuto tra allora e adesso, ovvero lo spazio centrale delle nostre esistenze. Sono 25 anni, come quelli che intercorsero tra il 1945 e il 1970.
Per quelli come me, figli del boom, la guerra e la Resistenza combattuta erano solo un racconto dei genitori e dei nonni: ma in realtà coprivano lo stesso spazio di tempo che c’è tra il 1995 e ora. Voglio dire che adesso davvero ci appare con chiarezza fulminante la relazione esistenziale e cronologica tra il decennio delle ribellioni in cui siamo cresciuti e i nodi irrisolti dell’Italia del dopoguerra. Stavano tutti lì, in un rapporto diretto dentro le vite della generazione precedente, esattamente come noi oggi misuriamo il rapporto con le speranze deluse di quel giorno del 1995.

Infatti, la sorpresa più grossa nel rivedere Materiale Resistente è l’attualità di quel che c’è dentro. Molte delle cose che vengono dette sono frasi che potrebbero essere pronunciate oggi. Cito a caso. Uno studente: «Oggi c’è una monocultura: una cultura solo dell’apparire e dell’avere.» Un giovanotto con una birra in mano: «Il problema non è tanto di combattere per ottenere qualcosa. È che c’è il timore di perdere quel poco che hai… Tutti vorrebbero avere di più. Ma per dire, in famiglia hai due macchine, saresti disposto a rinunciare a una?». Un signore a Mirafiori: «Quando uno si trova senza lavoro, deve fare qualcosa per reagire. E può diventare anche un fascista, sì… ». Una donna che dice di essere venuta al concerto perché non aveva voglia di stare sola il 25 aprile: «Oggi il fascismo è l’intolleranza, l’arroganza, la prepotenza». Salvini era ancora solo consigliere comunale… E ti viene la pelle d’oca quando un ex-partigiano si arrabbia di brutto dicendo: «Si parla addirittura di privatizzare la Sanità!». Ascoltate oggi, queste parole strappano un sorriso di ghiaccio.

La conclusione sembrerebbe scoraggiante. Detta in parole semplici e brutali, in questi 25 anni pare che nessuna delle questioni aperte allora si sia risolta, e tantomeno risolta in modo positivo.
Il fascismo si aggira ancora e più che mai, sotto la forma dell’intolleranza e del razzismo (un tema allora sostanzialmente assente), il senso comune continua a essere pesantemente condizionato dal consumismo e da un’accettazione quasi rassegnata delle cose così come sono. Eppure nel 1995 non ancora globalizzato né digitale i termini del problema erano già chiari.

Non solo: gli ex-partigiani costituivano un nucleo vitale (e vivente) capace di saldare la memoria con la loro presenza fisica e con la narrazione della lotta armata. Uno degli effetti del successo del progetto Materiale Resistente, tra musica e film, fu proprio quello di riconnettere generazioni che apparentemente non avevano molto da dirsi. Nei tanti dibattiti a cui partecipai proiettando il film in giro per l’Italia un tratto comune fu la riscoperta, da parte dei giovani, delle storie di guerra di nonni e nonne, fino ad allora confinati in una sorta di compassionevole ghetto. C’entrava anche l’intrinseca capacità del rock di ispirare e tenere insieme mito e ribellione, sovrapponendo l’immagine del ventenni col mitra in montagna con quella dei ragazzi con la chitarra. Le bande partigiane e le band rock.

È vero: quasi nulla è migliorato per la giustizia sociale nel mondo. Ma nemmeno lo spirito dell’antifascismo è venuto meno, né è stato sconfitto. E non tanto perché, per restare in ambito musicale, Bella Ciao è diventata una hit planetaria. L’antifascismo resta una religione civile capace di tenere insieme larghi settori della società. Il 25 aprile resta la sua festa sacra e laica insieme. E se le cose non sono cambiate in meglio, bisogna ritornare proprio allo spirito di quel giorno sul prato di Correggio. A quella lucidità, a quella passione, a quella speranza. Semmai, si tratta di trovare un codice nuovo per raccontare quello spirito e passarlo alla generazione più giovane. Riuscire a far accadere qualcosa come quello che a un certo punto avvenne a Correggio, narrato in una delle sequenze più emozionanti del film.

È quando il 75enne Germano Nicolini, il leggendario Comandante Diavolo, sale sul palco tra un gruppo e l’altro e parla al pubblico, che lo saluta intonando Bella Ciao. Nicolini, incarcerato ingiustamente per dieci anni con l’accusa di aver ammazzato un prete nel dopoguerra, dice cose semplici e chiare. Soprattutto, che la sua lotta non è finita il 25 aprile del ’45, perché la lotta per la giustizia non finisce mai. Immagino che oggi ripeterebbe le stesse cose. E non lo dico col rimpianto per qualcuno che ci lasciato. Germano Nicolini ha compiuto 100 anni lo scorso novembre. Materiale resistente, davvero.

La più bella canzone «sulla» Resistenza

Voglia di Liberazione. Il testo del poeta Dante Bartolini incrocia lo storico Claudio Pavone che ha mostrato come la Resistenza fosse l’intreccio di tre guerre distinte: patriottica, civile, di classe. Tutte nel canto

Partigiani a Milano, 29 aprile 1945

 

Partigiani a Milano, 29 aprile 1945

Alessandro Portelli24.04.2020

Io credo che la più bella canzone sulla Resistenza (non della Resistenza: è stata scritta dopo, ed è come un riassunto del suo significato) è stata scritta da Dante Bartolini, operaio e partigiano di Castel di Lago, vicino Terni, sull’aria da cantastorie della «Povera Giulia». La si può sentire, cantata da Piero Brega, nel Cd Calendario Civile (Nota) o cantata dall’autore stesso e da suoi compagni di vita nel Cd che accompagna il libro La Valnerina ternana curato da me e Valentino Paparelli (Squilibri).

Dice così:
Non ti ricordi, mamma, quella notte / dai fascisti la perquisizione:/ chi dava le purghe e chi le botte/ così faceva tutta la nazione./ Colla violenza mi volevan piegar,/ non feci l’obbedienza, dovetti via scappar..// Coi partigiani andai sulla montagna / dov’è la neve, freddo e la bufera / sentivo solo il fischio di mitraglia / e giorno e notte, la mattina e sera./ Senza paura, o vincere o morir, / ora la nostra patria dobbiamo ripulir.// Dopo l’otto settembre, l’armistizio,/ l’esercito italiano fu sbandato / e pe’ non mandarlo in precipizio / l’esercito si forma partigiano. / Contro i fascisti, il barbaro invasor /presero l’armi in mano per acquistar l’onor. // Quanti sospiri e pianti, mamma mia, /fratelli, spose, figli e le sorelle; / dal cuore levate la malinconia,/ presto leggete pagine più belle. / Che il socialismo vuole la libertà / non più il servilismo che è condannato già.// La morte, la tortura e la prigione / se tu cadevi nelle loro mani;/ fascismo e monarchia fu la cagione / che diventarno tutti partigiani. // Il venticinque del mese di april/ venne l’insurrezione e fu la loro fin.

Dante Bartolini non aveva letto Claudio Pavone. In compenso, Claudio Pavone aveva letto Dante Bartolini: «Il difficile nesso fra lotta in fabbrica e lotta armata», scrive in Una guerra civile, «è ben espresso nei versi di un poeta proletario ternano, Dante Bartolini, a proposito di un episodio soltanto immaginato». Non erano versi scritti, ma racconto orale, scandito come un poema epico:

La fabbrica d’armi di Terni
andammo migliaia di operai
fu rotto il cancello
spalancato
prendemmo le armi
una parte
poi si partì per la montagna.

Dante Bartolini, poeta, materializza una metafora, «prendere le armi»; ma un grande storico come Claudio Pavone sa che il sapere storico prende forma anche nell’immaginazione del poeta. Peraltro, Dante le armi le aveva prese davvero, e a guidarlo in montagna fu la coscienza che si era formata in fabbrica fin da ragazzo. Figlio di un socialista storico, aveva militato nel partito comunista clandestino («Quelli che non erano comunisti, ce l’hanno fatti diventare loro… Se chiedevi un diritto, ti dicevano che eri comunista – «Ma allora i comunisti dicono le cose fatte bene, no?»); aveva partecipato a tutte le vicende della Brigata Gramsci come comandante di battaglione e commissario politico. Nel dopoguerra fu licenziato, insieme a più di altri duemila, in maggioranza del Pci e della Cgil, cacciati fra il 1952 e il ‘53: «Il dodici dicembre a mattina, brutta notizia alla nostra famiglia / piange la madre, la moglie e la figlia / che più nessuno gli porta il denar…». Non conosco miglior sintesi di una «repubblica democratica fondata sul lavoro» dei versi finali di questa sua canzone di resistenza: «Il sette giugno andranno a votare / le settecento famiglie in miseria / e le urne saranno affollate / per castigare chi ha tolto il lavor».

Come tanti operai contadini, sapeva fare tutto, sapeva uccidere i maiali, raccogliere le erbe… Soprattutto, sapeva ricordare e raccontare. Le sue canzoni segnano la memoria con le date: il dodici dicembre, i licenziamenti; «Non ti ricordi ancora del 10 marzo», la battaglia partigiana di Poggio Bustone, 1944; «Il 17 marzo lasciammo le officine / per dire a lor signori non più morte e rovine…», l’uccisione dell’operaio Luigi Trastulli nel 1949 … Anche il racconto citato da Pavone cominciava con una data: 8 settembre 1943.

Anche la canzone con cui lo ricordo oggi comincia con «Non ti ricordi», ma la data sta alla fine: il «25 del mese d’april». Anche qui, Dante Bartolini incrocia Claudio Pavone. Pavone ha mostrato come la Resistrenza fosse l’intreccio di tre guerre distinte: guerra patriottica, guerra civile, guerra di classe. Le ritroviamo tutte e tre nella canzone di Dante Bartolini: patriottismo (guerra patriottica), «ora la nostra patria dobbiamo ripulir»), antifascismo («non più il servilismo», «fascismo e monarchia fu la ragione») e guerra di classe («il socialismo vuole la libertà»). Claudio Pavone, storico e partigiano, ascoltava l’immaginazione del poeta operaio; Dante Bartolini, partigiano e cantore, distilla in tre strofe, senza averle lette, le stesse conclusioni dello storico. Dante Bartolini è morto nel 1979, il 17 marzo – l’anniversario di Luigi Trastulli, il martire operaio la cui memoria vive anche grazie a lui.

Ragionava, con echi inconsapevoli del Menochio di Carlo Ginzburg:«Senti li vecchi che t’arcontano, figlio mia? Noi diciamo le cose che abbiamo vissute, è il modello delle sofferenze e un ricordo che non finisce mai. Non è filosofia questa, che ti commuove e tu credi d’anda’ in paradiso e invece te ne vai sottoterra. E quando sei andato là dentro, ciao, non se ne parla più; perché vediamo tutti gli antenati, non è ritornato nessuno. Almeno ci avessero mandato, per l’aria, per lo spirito, qualche indizio… Ma che t’ho da di’. Quelli hanno sofferto, so’ morti, so’ diventati acqua, cenere e poi terra. Noi siamo vermi di terra. Essa cià costruito e a essa riveniamo».

http://91.109.56.3/fedora/get/san.dl.SAN:AUDIO-01206903/DS_AUDIO_2/2016-07-05T13:00:32.635Z

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