Officina dei saperi | Sull’insegnamento per “competenze”. Il nostro dibattito
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Sull’insegnamento per “competenze”. Il nostro dibattito

5 aprile 2018
[…] L’aggiornamento è sì diritto-dovere (quindi qualche corso bisogna frequentarlo), ma deve essere liberamente scelto dal docente e rimanere nelle ore contrattuali previste; il nuovo contratto non ha cambiato questa condizione. Il docente quindi non ha un numero di ore obbligatorie da dedicare all’aggiornamento\formazione, fatto salvo che dovrebbe, nell’arco dei tre anni, frequentare dei corsi, all’interno delle 40+40, relativi agli ambiti indicati dal piano (guarda caso, nessuno riguarda l’approfondimento disciplinare). Il tutto però è ancora da discutere, anche perché non è mai stato realizzato il portfolio del docente nel quale dovranno comparire tutte le attività d’aggiornamento, e che formeranno il suo curriculum qualora dovesse essere “scelto” da un dirigente nell’Ambito territoriale. Non vedo perché allora esagerare nell’ottemperare a questo nostro dovere, quando nelle alte sfere tutto è ancora confuso. Un docente quindi non è tenuto a frequentare per forza i corsi organizzati dalla Scuola polo, che in genere si evidenziano per bieco appiattimento verso le più estreme indicazioni della didattica innovativa ([quello] del mio ambito territoriale [farebbe] capire quanto servilismo ci sia da parte di alcuni colleghi nel voler compiacere le direttive dei vari USR (Uffici Scolastici Regionali) -notevole quello sulla “twitteratura”), ma l’insegnante è libero di sceglierne altri. L’alternativa migliore sarebbe quella di organizzare dei corsi al proprio interno, sfruttando le professionalità della scuola, inserendole nell’ambito previsto, ma cambiando ovviamente linea rispetto a quella auspicata dal MIIUR; nulla vieta a ciascuno di noi di organizzare un corso sulla didattica ed esporre le proprie convinzioni. La scuola ha la possibilità di certificare qualsiasi collega quale formatore. […] nel caso si sia votato in Collegio (bisognerebbe averlo fatto) un Piano di Formazione triennale da inserire nel PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) potrebbe essere più impegnativo e, al momento del voto, bisognerebbe fare attenzione e sensibilizzare i colleghi. Nel mio Istituto, per esempio, siamo riusciti a imporre il principio che la priorità va comunque data agli aggiornamenti disciplinari e che quelli di altri ambiti avvenivano nel modo che i docenti ritenevano più idoneo. Nel nostro PTOF, inoltre, abbiamo voluto valorizzare tre principi:
• dedicare una parte significativa della formazione alle tematiche disciplinari o relative alla didattica disciplinare;
• laddove è possibile, organizzare una parte dei corsi d’aggiornamento e di formazione al proprio interno;
• nel caso sia prevista la presenza di un formatore esterno, effettuare i corsi all’interno dell’Istituto, per avere con lo stesso un rapporto dialogico e di confronto culturale, evitando il più possibile attività on line.
È stata una strategia difensiva che siamo riusciti ad approvare. Il nuovo dirigente ci ha invece chiesto una sorta di compromesso, e ne abbiamo raggiunto uno ragionevole, aggiornando la prima bozza di documento, dove vi erano riferimenti troppo espliciti alle competenze, alla metacognizione, ecc…).
[…] Si è formato un sistema in cui gli interessi dei Dirigenti Scolastici (la cui valutazione da parte degli USR è tanto più alta quanto più riescono a coinvolgere i loro docenti nella didattica pseudo innovativa) vanno a confliggere con quelli dei docenti (in particolare con quelli che ancora credono nel valore emancipativo delle discipline e della cultura), spingendo a relazioni all’interno della comunità scolastica di tipo costrittivo e non collaborativo.
Un saluto,
Giovanni Carosotti

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5 aprile 2018
Gentili colleghi,
[…] tutte le delibere del Collegio dei Docenti che spesso i Dirigenti Scolastici convocano a orari impossibili con l’intenzione di sfinirli, devono essere passate al dettaglio del Collegio e non essere approvate alla leggera; così come essenziale è la conoscenza approfondita dei documenti ministeriali, sicuramente lunghi, ripetitivi, e di cattiva scrittura che pochi osano affrontare, ritenendo chissà perché siano solo chiacchiere e non programmi e progetti che, proprio attraverso la pressione sui Dirigenti Scolastici, le scuole poco alla volta impongono.
Rimane l’esigenza irrinunciabile di creare una rete più vasta possibile, che metta in comunicazione i vari Collegi Docenti, per trasferire informazioni, far passare mozioni e prese di posizione il più possibili simili. Proposito difficile, dal momento che molti Collegi sono ormai irreggimentati e molti colleghi si dedicano alle nuove pratiche, magari in modo rassegnato, ma senza più discuterle nella loro legittimità. Sono convinto però che se i Collegi agissero quanto più possibile uniti, avvertendo solidarietà esterna, potrebbe essere stimolata la combattività di molti colleghi che hanno perso la fiducia. Bisogna far conoscere questi progetti, questi corsi allucinanti, per farli diventare oggetto di dibattito pubblico, evidenziandone il carattere distopico e anti culturale. che Ho spedito o consegnato di persona l’elenco di corsi a un po’ di interlocutori (tra cui Giulio Ferroni, Luciano Canfora, Ernesto galli della Loggia), ma mi sembra che solo il primo ne abbia parlato in tono scandalizzato. Una presa di posizione continua e costante degli intellettuali un po’ manca; è chiaro che loro fanno fatica nel tenersi al corrente di tutte le pubblicazioni legislative, che certo non possono comprendersi tra le buone letture. Bisognerebbe sollecitarli, per esempio, su quel documento allucinante intitolato Orientamenti per l’insegnamento della Filosofia nella Società della Conoscenza, con annesso un inquietante Sillabo. Dovrebbe comparire su ROARS prima o poi un mio intervento in proposito (e poi un altro a maggio su Comunicazione filosofica), ma sarebbe bene che intervenissero anche i docenti universitari. Finora lo ha fatto Roberto Esposito in un intervento critico, notevole nei contenuti teoretici, ma debole dal punto di vista polemico. Ritengo che ciò sia avvenuto perché Esposito non conosce nel dettaglio i precedenti documenti ministeriali né in profondità i principi cui si ispira la nuova didattica; quindi dà credito alla buona volontà degli estensori e non coglie lo spirito autoritario che lo caratterizza, finalizzato proprio a mortificare i contenuti (didattici e formativi) più autentici della filosofia. In questo caso un dialogo tra noi e loro, un reciproco scambio di conoscenze per inquadrare bene il senso di tali pubblicazioni, potrebbe servire a rendere le loro prese di posizione più continue e incisive, mettendo in indubbia difficoltà le autorità ministeriali.
Un saluto,
Giovanni Carosotti

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5 aprile 2018
Il punto è […] che la ICT (Information and Communications Technology) è esattamente una superstizione, o meglio, nel mondo che ci circonda, ottiene un grande successo proprio perché capace di dare risposte semplici e soprattutto rassicuranti, proprio come un oroscopo. A differenza delle magie descritte da De Martino però l’informatica può essere “fatta” da chiunque: ognuno di noi ha un nipote, cugino, figlio tredicenne sufficientemente brufoloso e complessato capace di scrivere un programma o una pagina web.
Come nei confronti di tutte le superstizioni, è inutile opporre argomenti razionali. Io credo che il primo passo sia capire e far capire che dietro la App del tuo iPhone c’è la sintesi di profonde conoscenze derivate dalla matematica, dalla logica e dalla linguistica. Purtroppo (visto che sempre di noi si narra in questa favola) ridurre la Computer science alla Information technology solo rafforza la percezione di magico e salvifico.
Non mi dilungo, visto che lo splendido Marco D’Eramo ha scritto su questo Lo sciamano in elicottero.
In bocca al lupo
Alessandro Bianchi

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6 aprile 2018
È assolutamente necessario fare un convegno nazionale sul tema delle competenze [cfr. l’intervento su https://www.roars.it/online/contro-le-competenze/] […] coinvolgendo tutti, tuttissimi: docenti, studenti, genitori, associazioni, sindacati e partiti. Perché su questo paradigma, che investe formazione e lavoro, si gioca il futuro della scuola e dell’università.
Ho appena ricevuto da Andrea Gavosto, direttore di Fondazioni Agnelli, il loro recentissimo volume intitolato, appunto, Le competenze in cui dichiarano esplicitamente che l’obiettivo è l’omologazione acritica al lavoro precarizzato: lo chiamano empowerment, si legge ‘arrangiati, anzi ‘fottiti’. Stanno accelerando, dal Miur arrivano alle scuole prescrizioni e obblighi in questo senso, tutti i giorni. La didattica per competenze obbligatoria ha cancellato la libertà di insegnamento, gli studenti, già istupiditi dai social e storditi dall’alternanza, sembrano lobotomizzati.
Siamo noi, piccolo manipolo di resistenti, che dobbiamo controbattere con un’iniziativa forte.
L’idea è che il convegno nazionale a Roma Contro le competenze faccia da perno e che, contemporaneamente, nello stesso giorno nelle principali città d’Italia si facciano incontri con lo stesso titolo e con lo stesso programma. Abbiamo contatti con docenti resistenti in tutta Italia. Credo che avrebbe un certo rilievo sui media. L’ideale sarebbe prima dell’estate oppure, in alternativa, dopo le prime due settimane di scuola, a settembre. Che ne dite?
Anna Angelucci

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7 aprile 2018
Grazie ad Anna Angelucci per la lettura.
Concordo sul fatto che la questione ‘competenze’ sia cruciale per il futuro di scuola e università. Credo che un convegno sarebbe molto utile, soprattutto in questi pochi mesi che ci separano dall’avvio dei corsi FIT (Formazione Iniziale Tirocinio e inserimento). L’uso delle parole non è neutro. Anni fa, quando la valutazione era ancora in fase sperimentale mi sono trovata a discutere con l’allora responsabile d’ateneo sulla definizione di prodotti della ricerca. Lo ritenevo uno svilimento del lavoro scientifico. Perché chiamarli prodotti e non lavori di ricerca? I prodotti sono merce il lavoro presuppone invece l’impegno. Mi trattò con garbo ma da umanista velleitaria. Resto convinta che avevo ragione. Siamo certi che l’avvento della stagione ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) abbia fatto bene agli studi? A me sembra di no. Si scrive troppo e cose spesso scopiazzate solo per non avere l’onta di essere considerati improduttivi. L’unico elemento positivo è che molta parte di questa letteratura sia in formato elettronico, almeno non si spreca la carta.
Buon fine settimana.
Lucinia Speciale

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7 aprile 2018
Oltre alle sacrosante considerazioni di Lucinia Speciale, va osservato che un “prodotto” è un risultato finito, spendibile e consumabile. Un “lavoro” (anche se io preferisco “attività”) di ricerca è qualcosa di temporaneo che richiede sempre ulteriori lavori/attività.
Inoltre, il prodotto è il risultato di una ricerca che ha avuto successo, ma, almeno in alcuni ambiti, la conoscenza avanza per tentativi-e-errori, quindi una ricerca che ha mancato l’obiettivo, pur non essendo un prodotto, potrebbe avere un alto valore scientifico: altri ricercatori che indagano lo stesso tema, grazie al fallimento altrui, possono capire la necessità di muoversi in altre direzioni. La storia della scienza è piena di esempi. Ma tutto ciò non è compatibile con la visione liberista, e quindi ecco che abbiamo i prodotti.
buona fine settimana
Alessandro Bianchi
P.s.
quando nel mio dipartimento sollevammo queste obiezioni, ci fu risposto che siamo dei “teorici velleitari”. Allora lo considerammo un complimento, ma vedendo che il comportamento è analogo altrove, dovrebbe diventare una nostra bandiera.

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7 aprile 2018
Intanto un saluto a tutti.
[…] Sono molto felice di questa energia ostinata e contraria che si respira in questo gruppo. In particolare, ritengo fondamentale l’impegno di ognuno di voi nel cercare di restituire alla scuola un principio di senso, dopo l’innumerevole serie di controriforme che l’hanno completamente destrutturata e svilita, facendola progressivamente somigliare al peggiore dei nostri incubi. Già in precedenza mi era capitato di partecipare ad un convegno nazionale degli insegnanti, credo fosse il 2013. Avvezzo e per nulla soddisfatto dai molti convegni, universitari e non, sui temi più vari, in quell’occasione ero rimasto colpito dal grande livello di preparazione degli insegnanti. Dalla profondità del loro pensiero e delle loro argomentazioni e dalla loro capacità di andare subito alla radice critica capace di smascherare e mettere a nudo anche il più ben congegnato dei camuffamenti del potere. Alla faccia della non alta considerazione mainstream sulla professionalità di chi opera nelle scuole superiori (solo in rari casi ho riscontrato nelle università un’immediatezza di pensiero altrettanto evidente). La stessa cosa mi è capitata al convegno organizzato da Officina dei Saperi, nel quale, malgrado l’impegno del dover filmare, sono stato piacevolmente coinvolto da tutti gli interventi che mi è capitato di sentire.
Colgo l’occasione per segnalarvi attraverso i link che seguono, una mia pubblicazione del 2013 per Manifestolibri, Il feticcio della meritocrazia, che credo possa fornire un valido contributo alla discussione sui temi della scuola e alla disillusione sui falsi miti che negli ultimi tempi le hanno lanciato un attacco forse definitivo.
Promo video “Il feticcio della meritocrazia”:
https://www.youtube.com/watch?v=lB5oR0bhbYE
Il libro:
https://www.manifestolibri.it/shopnew/product.php?id_product=619
A presto, Carmelo Albanese

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7 aprile 2018
Cari tutti,
seguo con molto interesse la vostra discussione sulle politiche scolastiche e universitarie. Credo che emerga chiaramente una critica ragionata e profonda alle tendenze esistenti e ai pericoli di un’interpretazione tecnocratica ed economicistica delle “competenze” e della “didattica per competenze”, che condivido fin nelle virgole. Eppure sarebbe utile uno sforzo per cogliere la complessità della realtà in cui viviamo, una fase di crisi in cui convivono dialetticamente risposte e possibilità diverse, quindi anche altre visioni e altre interpretazioni di questo termine abusato e contraddittorio. Sarebbe interessante una riflessione “contro le competenze-accomodamento” e “per le competenze-pensiero critico”. Tanti di noi quotidianamente operano questo rovesciamento, anche nelle scuole e nelle università. Basti pensare a quali conseguenze potremmo ricavare da una interpretazione autentica delle cosiddette “competenze di cittadinanza”: cos’è per noi un cittadino “competente”? Ne seguono pratiche didattiche, programmazioni e certificazioni di competenze “rovesciate” rispetto a quelle da noi criticate. Forse sarebbe utile una “battaglia culturale” anche di questo tipo, che svuoterebbe dall’interno il didattichese imperante, rendendolo altra cosa.
Un caro saluto a tutti e grazie per gli stimoli e la passione che trasmettete!
Claudia Villani

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7 aprile 2018
Cari amici,
anche io seguo con interesse la discussione, che è un po’ come continuare la riflessione iniziata a Roma il 16 marzo nel convegno di Officina dei Saperi.
Io e gli amici dell’Appello per la Scuola Pubblica siamo disponibili a contribuire ad organizzare la giornata di cui parla Anna Agelucci, che sarebbe un unicum finora nel panorama dei dibattiti sulla scuola.
Durante le nostre discussioni e i nostri incontri, abbiamo da sempre ritenuto il tema delle competenze come nucleo originario, fulcro del progetto di neoliberalizzazione della scuola. Quello a partire dal quale ricostruire tutta l’antropologia scolastica (insegnanti, studenti, genitori).
Ciò che fatico a capire, tuttavia – per farvene un’idea potete leggere i commenti sui social (ad esempio quelli del gruppo ROARS) sia all’articolo di Anna Angelucci che al nostro Appello di dicembre, è la posizione di alcuni studiosi di pedagogia, che intervengono sull’argomento. In particolare, quella di associazioni storiche dell’universo scolastico come Il Movimento di Cooperazione Educativa e il Cidi (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti), che addirittura si richiamano ai concetti nobili di cooperazione umana o democrazia, nel loro stesso statuto.
Avrete letto, immagino, la levata di scudi immediatamente espressa in risposta all’articolo di Salvatore Settis che parlava della “catena spezzata del sapere” (Scuola. La catena spezzata del sapere, “Il Fatto Quotidiano”, 15 marzo 2018), uscito proprio a ridosso del nostro incontro.
Vi linko qui i commenti di pedagogisti di cui parlo :
https://www.laricerca.loescher.it/istruzione/1708-i-contenuti-e-il-contatto.html
https://www.insegnareonline.com/rivista/opinioni-confronto/conoscenze-competenze
https://www.insegnareonline.com/rivista/opinioni-confronto/casa-passato#.Wr4XUsfYmFt.facebook
Se avrete la pazienza di leggere, capirete che il filo logico è questo: (a mio parere, correggetemi se sbaglio):
– Criticare le competenze significa difendere una scuola di classe e diseguale. Che favorisce la dispersione scolastica (altro concetto chiave da de-strutturare: non più selezione di classe, ma dispersione a carico della scuola), parametro di cui siamo tra i campioni in Europa.
Chi difende il sapere dimentica “gli ultimi”, i figli del popolo, i migranti, gli esclusi. Solo una scuola “attiva”, che rivaluti il “saper fare”, che metta al centro la motivazione degli studenti, specie i più fragili (dunque che si basi su temi che emergono dal contesto reale, familiare, affine al vissuto) potrà risollevare le loro sorti.
Che l’OCSE, l’UE, l’ERT e tutti gli altri parlino di competenze, che l’INVALSI pretenda di misurarle con test standardizzati e uguali per tutti (dunque contrari ad ogni logica di personalizzazione e di attenzione al contesto) poco importa.
Chi ha a cuore la pedagogia e il destino degli ultimi, non può che credere nelle competenze e rifiutare la trasmissione del sapere. “La casa del passato” la chiama Bagni.
Mi domando – e questo lo chiedo agli esperti del vostro gruppo che ho avuto occasione e piacere di incontrare ed apprezzare, prof. Baldacci e Prof.ssa Marchetti – se questa posizione possa ritenersi, oggi, una posizione limpida e sostenibile.
Se, come ritengo, non sia necessario chiedere una presa di posizione netta a coloro che si occupano di scuola.
Da che parte stanno? Perché siedono ai tavoli del MIUR? Perché collaborano ai Comitati Scientifici?
Come è possibile leggere un libro della Fondazione Agnelli che parla delle competenze citando il fior fiore della pedagogia e della sociologia di tutti i tempi: Lodi, Milani, Bourdieu, Baldacci, Biesta, Dewey, Vigotsky, Piaget, Chomsky, Damasio, etc etc, senza alcun virgolettato, senza alcun riferimento alle pagine, al contesto degli autori sopra citati?
Tutti servono alla causa: costruire un alibi pedagogico intollerabile ad un costrutto che – come essi tessi dimostrano in 5 capitoli su 6 – non ha altra provenienza se non quella del mondo delle risorse umane, aziendali, del management, della “scienza dell’organizzazione” del lavoro.
Come è possibile tutto questo?
Grazie della pazienza e perdonate l’enfasi.
Rossella Latempa

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7 aprile 2018
Rossella Latempa esprime molto bene l’indignazione politica che si avverte leggendo i testi a cura della Fondazione Agnelli, soprattutto per la “sussunzione” del pensiero di molta tradizione pedagogica. La tradizione, proprio così: il debito che si deve ad alcuni giganti (penso soprattutto a Vygotskij) che va continuamente messo al lavoro senza deformazioni strumentali. Grazie
Renata Puleo

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8 aprile 2018
Gentili colleghi,
condivido i giudizi di Renata Puleo e di Rossella Latempa, ma anche di Anna Angelucci. Urge una continua destrutturazione della teoria delle competenze (ma è superfluo parlarne; in realtà lo facciamo da due decenni. La questione è trovare un canale costante di visibilità e la possibilità immediata di conoscere reciprocamente i nostri rispettivi contributi). In questo momento il testo della Fondazione Agnelli è, per il peso propagandistico e politico che intende avere, il primo da smascherare nella sua infondatezza. Proprio l’espressione “infondatezza” mi sembra la più appropriata; qual è in fondo la novità di questo nuovo studio, che si aggiunge a una letteratura quanto mai confusa sulle competenze? Quella di cercare dei padri nobili, di trovare appunto un fondamento autorevole su cui poggiarsi; se ci si pensa, è già una prima vittoria delle nostre continue critiche, dell’Appello per la Scuola Pubblica (io personalmente ritengo che i continui interventi della Fondazione Agnelli ospitati sul quotidiano “La Stampa” da dicembre e nei mesi successivi in modo continuo siano stati una risposta indiretta al successo di quell’Appello. Ed è interessante ricordare come sempre “La Stampa”, contattata da noi, dopo che dell’Appello e della Carta di Roma si erano già occupati altri quotidiani, non ha voluto darci spazio). È evidente che siamo riusciti a convincere in merito all’infondatezza scientifica, epistemologica, più genericamente teoretica, della “didattica per competenze”, e che i signori della Fondazione Agnelli hanno avvertito l’urgenza di ribattere su questo punto; dando frettolosamente alle stampe un volume che, proprio a causa di questa accelerazione dei tempi, risulta tanto più imbarazzante di quanto avrebbe potuto essere. Da qui la loro esigenza di individuare nuovi riferimenti, di avere costretto i nostri interlocutori alla ricerca –vana e penosa nei risultati- di trovare altri agganci nella tradizione pedagogica per giustificare dei principi che, in un primo tempo, si sono voluti imporre esclusivamente secondo la logica dei rapporti di forza. Dobbiamo quindi adesso porre in evidenza proprio quest’aspetto.
E in fondo anche mostrarci scandalizzati per il fatto che “Il Mulino” abbia pubblicato un testo tanto pretestuoso e propagandistico, quanto inconsistente sul piano scientifico, che non fa certo onore alla loro produzione editoriale.
Una buona domenica,
Giovanni Carosotti

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8 aprile 2018
È esattamente come dicono Rossella Latempa e Renata Puleo: già Claudio Gentili, responsabile di Education (sic) di Confindustria, piega a suo e consumo, liquidandoli in poche battute, alcuni importanti concetti pedagogici e filosofici, usando strumentalmente significativi riferimenti autoriali per avvalorare le sue affermazioni.
Aggiungo che non sono pochi i pedagogisti che in Italia hanno “sposato” la causa delle competenze, costruendoci sopra interi protocolli di “lezioni autentiche, compiti autentici, rubriche di valutazione, insegnanti-mediatori, ambienti di apprendimento” ecc. ecc., così fornendo agli aziendalisti confindustriali un armamentario concettuale e di pratiche in grado addirittura di legittimare l’Alternanza scuola-lavoro, e svilendo, nel contempo, qualunque attività didattica che non si presenti con questi crismi di novità e di modernità, mentre si coprono di disprezzo (sia dentro sia fuori le scuole, anche nell’opinione pubblica) i docenti “passatisti, trasmissivi, passivizzanti”.
Oltre tutto, compiendo una grave mistificazione intellettuale, perché tutto il ‘discorso’ è costruito sul falso presupposto che nelle scuole si insegni senza nessun coinvolgimento attivo degli studenti. E questo secondo me è gravissimo, perché è su questa impostura che si è organizzato l’affondo politico (neoliberista) alla scuola pubblica come istituzione costituzionalmente garantita e al sapere critico come fondamento dei processi di soggettivizzazione.
Possibile che i pedagogisti non si siano accorti di tutto questo? Possibile che in tanti di loro sia prevalsa la necessità di uscire a qualunque costo dalla posizione lievemente ancillare riservatagli da una certa tradizione universitaria italiana e di dominio del pensiero disciplinarista, arrivando a inneggiare alle competenze come il nuovo “fantasma che si aggira per l’Europa”?
Possibile che non si siano, che non si stiano rendendo conto del distorto uso strumentale, politico, che si sta facendo delle loro proposte?
O semplicemente questa revanche, anche ministeriale (vedi i 24 CFU [Crediti Formativi Universitari] obbligatori per chi vorrà accedere al concorso per l’insegnamento), giustifica proprio tutto?
Non me ne vogliate, è solo che mi pare necessario capire i tanti risvolti di quanto, drammaticamente, accade.
Anna Angelucci

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8 aprile 2018
Gentili colleghi,
purtroppo la didattica delle competenze, con tutta la sua infondatezza, irreggimenta quasi tutte le scuole medie italiane. Le tecniche digitali imperano e assorbono tanto denaro, speso per pagare squallidi formatori; continua la dequalificazione degli studi e diventa sempre più difficile la ricerca, la lettura, la narrazione, la padronanza dei testi, la passione scientifica.
Il convegno di Roma di Officina dei Saperi del 16 marzo, e la Carta di Roma e l’Appello per la Scuola Pubblica sono state belle iniziative. Adesso dobbiamo pubblicare gli atti del convegno e alzare la sfida egemonica. Sarà difficile ma dobbiamo tentare e mettercela tutta; la posta in gioco è molto alta e riguarda la salvaguardia del sapere critico, umanistico e scientifico.
Una sfida egemonica richiede però contatti continui, iniziative concrete, studi, coinvolgimento di docenti, svegliare dal torpore molti validi studiosi che per adesso curano il proprio legittimo orticello. Di una sfida egemonica si tratta, ed anche la rilettura critica di alcuni Quaderni di Gramsci potrebbe aiutare molto […].
Luigi Vavalà

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8 aprile 2018
Credo che nell’intervento di Anna Angelucci emerga il punto vero della questione: quello che da due decenni a questa parte si vede con chiarezza è l’uso strumentale, politico, distorto di un certo “discorso sulle competenze” e dei risultati di un’intera area di ricerca didattica e pedagogica, che vanta prestigiosi padri fondatori, molti dei quali sono anche nostri riferimenti culturali. È mancata la capacità da parte della sinistra (scuserete questa definizione inappropriata, che utilizzo solo per brevità) di rispondere per tempo a questo utilizzo distorto e ideologico, cogliendone tutti gli aspetti e la “pericolosità”, anzi cedendo alle sirene dell’altra parte e aprendo varchi a quel discorso economicista e tecnocratico sulle competenze che tanto critichiamo.
Non è troppo tardi, credo, per riappropriarsi della parte più interessante della riflessione pedagogica e della ricerca didattica, per ridare fiato a chi non ha mollato nelle scuole e nelle università, costruendo un’altra narrazione. Dico questo, perché conosco tanti insegnanti e studiosi che si occupano di didattica e di pedagogia che sono tutt’altro che subalterni al cosiddetto neoliberismo, e che interpretano (coerentemente con i loro riferimenti teorici e culturali) un’altra didattica per competenze.
Piuttosto che dividerci, dovremmo mobilitare le migliori risorse intellettuali per rilanciare la ricerca (anche didattica e pedagogica) e, soprattutto, come è nelle corde di Officina, senza dimenticare la questione dei contenuti, dei saperi. Anche le migliori metodologie didattiche, sganciate dalla realtà e dalle questioni strategiche per muoversi consapevolmente nel presente in cui viviamo, infatti, rimangono lettera morta, senza produrre né “competenze-adattamento”, né “competenze-pensiero critico”.
Se pensassimo ad un appuntamento contro la cultura neoliberale, contro la riduzione dell’individuo a imprenditore di se stesso, contro le parole che la incarnano nella scuola, nell’università, nelle istituzioni pubbliche e nella gestione del bene comune (tra quelle indicate da tutti voi: prodotto della ricerca, crediti e debiti formativi, mediane e test di efficacia ed efficienza, competenza-adattamento… l’elenco sarebbe lungo) e per un’altra idea di efficienza, efficacia, produttività, cittadinanza, competenza… collegata ad una diversa idea di società, troveremmo molti più alleati, anche tra chi oggi non comprende l’attacco frontale alle competenze, o non lo ritiene centrale.
Cari saluti a tutti
Claudia Villani

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8 aprile 2018
Carissimi,
purtroppo quanto dice Luigi Vavalà è verissimo: docenti asserviti alla didattica per competenze e alle nuove tecnologie digitali ma anche, ahimè, all’Alternanza scuola-lavoro (per pigrizia intellettuale? per conformismo? per opportunismo? francamente non so che pensare); studiosi, intellettuali e universitari ostinatamente chiusi nel loro ‘particulare’; studenti morfinizzati, se non lobotomizzati (il fatto che non reagiscano all’Alternanza scuola lavoro che li sta massacrando ormai da 3 anni è pazzesco!).
A fronte di questa situazione noi dobbiamo continuare a rilanciare la nostra posizione critica, controegemonica, consapevoli che non vinceremo la battaglia, perché il nemico è mondiale; guardate qui, il framework per la valutazione delle competenze globali pubblicato da Unesco nel 2016:
https://unesdoc.unesco.org/images/0024/002451/245195e.pdf
E non dimentichiamo gli interessi economici sottesi a livello mondiale (Pearson e Mc Kinsey in testa):
https://www.pearson.com/corporate/news/media/news-announcements/2014/12/pearson-to-develop-pisa-2018-student-assessment-21st-century-fra.html
Continuiamo a resistere a livello locale, nelle scuole e nelle università dove lavoriamo, a scrivere e a fare controinformazione come e dove possiamo, e organizziamo questa iniziativa Roma-Italia per i primi di ottobre coinvolgendo il maggior numero di studenti e docenti resistenti.
Che altro possiamo fare?
Un abbraccio,
Anna Angelucci

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9 aprile 2018

Care e cari,

intanto due parole sulla bravura dei nostri insegnanti. Io non avevo dubbi, sia per antica frequentazione di tanti amici, sia per l’esperienza che ho fatto dopo la pubblicazione del mio L’utilità della storia. Per l’avvenire delle nostre scuole, nel lontano 1997. Ho girato allora l’Italia in lungo e in largo per presentarlo e ho conosciuto davvero insegnanti straordinari. Esperienza che continuo a fare tuttora, perché io non amo andare a convegni accademici dei colleghi, ma mi reco frequentemente nelle scuole dove mi chiamano. Naturalmente, la scuola è come la società italiana (e mondiale): vi operano appassionate e colte avanguardie e anche la “massa damnata” di chi “vive sulla terra perché c’è posto”, come direbbe un grande scrittore sardo. Da questo punto di vista, poco è cambiato dal sorgere dell’illuminismo, che inaugura la modernità politica in cui siamo immersi. Si è solo fatta più estesa, a mio avviso, l’élite consapevole e colta. Il carro della storia l’ha tirato comunque sempre una minoranza, contro le superstizioni della massa, contro l’aristotelismo, contro il cattolicesimo, contro il capitalismo…Per chi vive la propria epoca con le luci del cervello accese, la vita non può che essere un quotidiano terreno di lotta, un continuo dire no, un andare contro corrente. E questo è il destino di persone come noi che, sconfitti o vincenti, siamo almeno protagonisti consapevoli del nostro tempo. Evitiamo dunque di guardare al futuro prossimo o lontano come una guerra già persa. Ci sarebbero, sotto tale profilo, ben altre ragioni di preoccupazioni che non le competenze digitali. Pensiamo al riscaldamento climatico e al pericolo di un olocausto nucleare. Ma nulla è meno prevedibile della la storia che viene…
Per quanto riguarda la battaglia contro le cosiddette competenze cerco di riassumere quel che possiamo fare e già mettere in calendario.
1) Un convegno a ottobre nel quale coinvolgere le tre Università pubbliche romane e un po’ di studenti. Ne ho parlato con Anna. Ciascuno di noi può già incominciare a parlarne e a creare aspettative.
2) […].
3) Se posso permettermi, credo che Laura Marchetti sia la persona più indicata a fare una recensione-stroncatura del libro pubblicato dal Mulino. Sarebbe una operazione politica e culturale importante.
4) È stato ricordato: l’Appello per la Scuola Pubblica e la Carta di Roma sono documenti ricchi di elaborazione, anche in positivo, progettuale. Bisogna lavorare e farli circolare, sapendo che ci vuole tempo perché vengano assimilati. La testa delle persone cambia lentamente.
5) Vi ricordo che l’editore Castelvecchi ci pubblica gli atti del convegno del 16 marzo. Sarà uno strumento di dibattito e di lotta in più. Quindi vi esorto a mandarmi le vostre relazioni, possibilmente non troppo lunghe e con una particolare cura di chiarezza comunicativa. Dobbiamo parlare alla “massa damnata”. […]
6) Non siamo all’anno zero quanto a idee. Non per nulla abbiamo creato l’Officina dei saperi. Vi ricordo il volumetto da me curato A che serve la storia? I saperi umanistici alla prova della modernità (Donzelli 2011) che raccoglie gli atti di un convegno organizzato alla Sapienza. Trovate saggi di rilievo di Laura Marchetti, Serge Latouche, Vandana Shiva, Mario Alcaro, Franco Cassano, Pietro Barcellona, ecc.
[…] Scusate se non ho citato quasi nessuno degli intervenuti, che hanno dato prova del livello davvero non comune di intelligenza, cultura e passione di questa nostra comunità. Ma vi ringrazio tutti con grande affetto e riconoscenza,
Piero Bevilacqua

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9 aprile 2018

Cari amici,

poiché Rossella Latempa mi chiama in causa, intervengo con piacere nel dibattito, veramente interessante. Ovviamente, sono pienamente d’accordo nel condurre una critica spietata al modello neoliberista delle competenze. Nell’intervento sul sito di Roars si parla appropriatamente di una nuova cosmologia neoliberista, si tratta infatti di una concezione del mondo (ossia di un’ideologia), che come tale incorpora anche un’antropologia e una pedagogia. Si vuole formare un nuovo tipo umano: l’imprenditore di sé stesso (o forse, più semplicemente, il produttore docile e conformista). E il discorso neoliberista sulle competenze fa parte di questo quadro, perché le competenze sono viste unicamente nei termini del capitale umano: il loro valore discende solo dalla loro utilizzabilità nei processi economico-produttivi. Così, la didattica delle competenze trascina una subalternità della scuola all’impresa.
A mio parere, fa una precisazione importante Villani, che parla di “uso distorto e ideologico” del concetto di competenza. Il che rinvia alla distinzione tra il concetto di competenza e l’uso neoliberista di tale concetto. Il termine e il concetto di competenza sono molto anteriori al neoliberismo. L’uso del termine trova attestazioni che datano alcuni secoli. E il concetto, sia pure senza l’uso del termine, è ancora più antico: se ne trova espressione già nell’Eutidemo platonico, nel primo e nel secondo discorso protrettico di Socrate a Clinia (centrati sull’esigenza di saper usare il sapere). La dimensione della competenza è sempre presente quando un sapere si fa attività, e quindi inerisce a tutto lo spettro dei saperi scolastici (per esempio, una traduzione dal latino chiama in causa la dimensione della competenza, non è descrivibile né come mera conoscenza, né come semplice abilità). Ma in questo caso, il senso della competenza è quello di una capacità culturale complessa, che implica conoscenze, abilità, abiti mentali, sensibilità ecc. Nell’uso neoliberista, invece, la competenza tende ad essere ridotta a una sola dimensione: quella della prestazione (il mero saper fare).
Pertanto, si può certamente asserire che la “competenza” rappresenta una parola manomessa (cfr. Carofiglio) dall’ideologia neoliberista. A questo punto si aprono però due possibili strade. La prima è di ritenere che l’esito di tale manomissione sia definitivo e irrimediabile, e quindi rifiutare tout court il concetto di competenza e il suo uso nell’istruzione scolastica. Scelta possibile e rispettabile, ma che secondo me presenta due limiti. In primo luogo, si perde un costrutto interessante per interpretare alcuni aspetti della formazione scolastica. In secondo luogo, ci si rassegna al fatto che il significato di questo termine sia definito dal neoliberismo. Ma accettare che sia l’avversario a stabilire l’uso e il significato delle parole è un segno di subalternità culturale. L’altra strada, per la quale personalmente opto, è di ritenere che il significato di parole e importati e problematiche (come quella di competenza) sia la posta di una lotta culturale egemonica. Non si tratta tanto di rifiutare il concetto di competenza, bensì di rifiutare il significato ad esso attribuito dal neoliberismo. E poiché il significato non si esaurisce in una dimensione monadica, ciò implica rifiutare l’intera cornice neoliberista (grosso modo, quella del capitale umano). Una lotta contro-egemonica esige, cioè, un mutamento della cornice (del paradigma) entro cui cogliere il senso della competenza. A questo proposito, trovo che sia un’ipotesi interessante (non l’unica, beninteso) quella del paradigma dello sviluppo umano, proposto da Amartya Sen e Martha Nussabaum. All’interno di tale cornice, infatti, le competenze si legano alla dimensione della cittadinanza e della democrazia: viene messo a tema la questione delle competenze da cittadino democratico. Per un esempio di queste ultime si possono vedere testi ben conosciuti, come Martha Nussbaum, Non per profitto, o Gustavo Zagrebelsky, Imparare la democrazia.
Uno dei punti di maggior valore della teoria gramsciana dell’egemonia, è che questa è sempre contendibile: la lotta egemonica non è mai decisa una volta per tutte. Quindi ci sono spazi e speranze per un’azione contro-egemonica.
Scusatemi la lunghezza, ovviamente queste sono solo le mie opinioni.
Un caro saluto a tutti

Massimo Baldacci