Officina dei saperi | Riflessioni sulla valutazione e sull’università in Italia
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Riflessioni sulla valutazione e sull’università in Italia

di Piero BEVILACQUA –

Il testo di Walter Tocci sulla valutazione costituisce un utilissimo contributo di analisi su uno degli aspetti più importanti della vita universitaria di oggi. L’autore, un esponente non allineato del PD, è uno dei pochi parlamentari che possiede competenze non superficiali sui problemi della formazione e che ha dato contributi critici di rilievo anche in aperto dissenso con il suo partito. Vi ricordo La scuola, le api e le formiche (Donzelli, 2015) che costituisce una serrata critica alla riforma della “Buona scuola” e in generale alle concezioni neoliberistiche della formazione. Mi sembra opportuno tornare a sottoporlo alla vostra attenzione, perché i temi che tratta saranno (o per lo meno, nei nostri intendimenti) dovrebbero essere centrali nel dibattito della nostra Officina.

Il testo che abbiamo ricevuto costituisce una lunga disamina dell’attuale struttura, delle norme e dei meccanismi che regolano la valutazione dei docenti e delle università nel sistema italiano. Si tratta di un testo a volte difficile, come ci avverte il suo stesso autore, ma indispensabile per capire che cosa sta accadendo nei nostri atenei. Io considero assai rivelatore l’oscurità iperspecialistica in cui si è cacciata questa nuova macchina ispettiva che è l’Anvur con le sue ramificazioni. La selva di sigle, di neologismi, di indicazioni prescrittive del suo neolinguaggio costituiscono una prova di come il potere si nasconda, obbligando chi vuole indagarne le strutture e le modalità d’azione a una specializzazione sempre più rarefatta. L’oscurità ricercata da questo frammento del potere ministeriale costituisce una modalità di sottrazione della vita universitaria al controllo democratico dei cittadini. Per poter giudicare come funziona oggi l’Università occorre essere sempre più tecnicamente esperto. Sempre più solo una ristretta cerchia di specialisti può giudicarla. Su tale aspetto dobbiamo ritornare, come dovremo ritornare, anche con azioni politiche, sul potere delle burocrazie ministeriali. Queste oggi costituiscono una sorta di neopotere non eletto che con le proprie continue norme prescrittive, senza alcun controllo né parlamentare né d’altro tipo, comanda di fatto la vita dei nostri atenei: dalla disponibilità delle risorse alla didattica, alla stessa autonomia dell’insegnamento.

Del testo di Tocci, ricco di spunti analitici, vorrei segnalare almeno alcuni passaggi critici sull’attuale sistema di valutazione. Uno di questo riguarda la tendenza del sistema valutativo di mortificare l’impegno nella didattica di docenti e Università, snaturando l’originalità e virtuosità del nostro sistema, fondato sull’accoppiata ricerca/insegnamento. Tocci ricorda:

«L’attività didattica è mortificata sotto diversi aspetti. Innanzitutto viene valutata in rapporto ai crediti acquisiti negli esami universitari e al numero di fuori corso. È un incentivo ad abbassare l’asticella dei meriti degli studenti per ottenere maggiori finanziamenti. Si rischia il ritorno del sei politico sotto le mentite spoglie della meritocrazia. Inoltre, il peso della didattica è di gran lunga inferiore a quello della ricerca nell’allocazione delle risorse. Anche questo è un incentivo sbagliato per i giovani professori e per i dipartimenti. In futuro la corsa alla pubblicazione diventerà molto più conveniente della cura dell’insegnamento. E per il passato vengono penalizzati gli atenei che, pur continuando a fare ricerca, hanno privilegiato l’investimento nelle risorse umane e nei servizi della formazione, fino a costituire preziosi presidi territoriali. Queste esperienze dovrebbero oggi rapidamente riconvertirsi nel primato della ricerca, con una giravolta difficile da realizzare per le rigidità burocratiche e del personale, ma probabilmente neppure utile all’interesse nazionale».

Per quanto riguarda il sistema di finanziamento degli atenei il meccanismo innescato è perverso:

«Chi ha di più avrà sempre di più e chi ha di meno avrà sempre di meno. Gli squilibri esistenti tendono a cronicizzarsi. Dietro l’apparente neutralità degli algoritmi si nasconde la decisione di concentrare le risorse in una parte del sistema. L’incastellamento rende l’università più povera, più rigida e più chiusa. L’efficacia della regolazione è molto bassa se si premiano solo i migliori e si penalizzano i peggiori.La performance dei primi è poco sensibile alla regolazione perché è già collocata ad alti livelli ed è determinata da interne motivazioni che prescindono in gran parte dall’incentivo. I risultati dei secondi, invece, sono stabili o decrescenti proprio in conseguenza delle penalizzazioni che agiscono contemporaneamente sugli strumenti, le risorse e la reputazione. L’esito è prevalentemente conservativo o peggiorativo».

Il nostro Mezzogiorno, e alcune grandi Università come la Sapienza – come ha mostrato con vasta documentazione la ricerca coordinata da Gianfranco Viesti – ne stanno facendo le spese.

Naturalmente molti altri affondi critici contenuti nel testo andrebbero messi in rilievo. Per brevità mi limito a sottoporre alla discussione la proposta conclusiva di Tocci di «un’Authority terza rispetto alla politica e all’Accademia» – che fu oggetto di un suo disegno di legge nel 2005 – in grado di sostituire l’attuale Anvur. L’autore propone una “valutazione mite”, che metta fine a una strada che si è manifestata apertamente fallimentare:

«Il potere della valutazione nell’università ha dimostrato tutti i suoi difetti. È ancora da scoprire, invece, la mitezza della valutazione che stimola il miglioramento delle istituzioni secondo le proprie vocazioni e gli obiettivi prescelti. La valutazione mite apprezza la competizione, senza considerarla l’unica dimensione di confronto. La crescita di qualità del sistema ha bisogno anche di cooperazione tra le istituzioni. L’analisi dei risultati deve servire ai diversi atenei per riconoscersi nei caratteri che più utilmente possono essere integrati per fare forza comune».

A me sembra una proposta molto interessante per un insieme di ragioni che dirò brevemente. Premettendo alcune considerazioni di ordine teorico qui tagliate, necessariamente, con l’accetta. Io credo che l’Anvur costituisca l’espressione diretta della mano del capitale nel mondo della formazione. Il capitale del nostro tempo ha bisogno di piegare questo nodo strategico dello sviluppo economico alle norme, ai ritmi, ai bisogni dei suoi processi di accumulazione. Necessità di piegare un mondo, quello della ricerca e degli studi, ricco di spazi di autonomia, libertà, creatività agli imperativi produttivistici della macchina accumulativa. Mettete oggi il naso nei nostri Dipartimenti e vedrete che aria si respira. Non solo poche risorse e concentrate nei settori ritenuti utili alla crescita economica, ma anche controllo della libertà e dell’autonomia della ricerca e dello stesso insegnamento. L’università-azienda è questo mondo di obblighi continuamente aggiornato, ossessionato dai risultati, oppresso da un delirio performativo e produttivistico. Ed per lo meno avvilente constatare come la gran parte dei docenti italiani si sia rassegnata ad accettare, in ginocchio, questa perdita di liberà. Una libertà antica quasi quanto la stessa Università. Ma qui cogliamo una gigantesca aporia del pensiero neoliberistico e anche la menzogna fondativa dell’ideologia capitalistica del nostro tempo: l’esaltazione delle libertà individuali – che si realizza pienamente nei liberi movimenti dei capitali – comporta un sempre più ravvicinato controllo dei ceti produttivi, siamo essi operai delle manifatture o intellettuali addetti alla ricerca o all’insegnamento. Quindi l’Anvur va soppressa e la battaglia per la sua soppressione, una battaglia di libertà e di autonomia, deve costituire l’occasione per disvelare i legami che connettono le tante riforme in atto all’interesse di fondo del capitale.

La proposta di Tocci, tra le altre cose positive, su cui non mi posso soffermare, ha il merito innanzi tutto di costituire una alternativa realistica e praticabile. Io, personalmente, sono convinto che in fondo potremmo fare a meno di autorità esterne per la valutazione, perché – come ho cercato di spiegare nelle mie Dieci tesi contro l’Anvur – l’Università possiede già ottimi meccanismi interni di valutazione e di selezione. Ma una tale posizione oggi sarebbe politicamente debole, perché accusata di voler conservare lo status quo e i connessi, consolidati privilegi. Come sapete, e come Tocci ricorda, l’Università italiana ha subito una lunga e capillare campagna di denigrazione e delegittimazione, Una demolizione del suo prestigio che ha permesso poi al ceto politico di colpirla senza misericordia. Noi dobbiamo recuperare un rapporto di fiducia tra l’Università e l’opinione pubblica italiana. E dobbiamo presentarci come coloro che vogliono cambiare in meglio le strutture pur solide del passato e che non propongono, semplicemente, di tornare indietro.