Officina dei saperi | Il sacro fuoco della valutazione
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Il sacro fuoco della valutazione

di Tiziana DRAGO –

da «il manifesto», 21 luglio 2012

Come c’era da aspettarsi, la furia valutativa e ‘meritocratica’ del ministro Profumo e dell’ANVUR (l’Agenzia Nazionale di Valutazione) ha incontrato l’entusiasmo ‘riformista’ degli ineffabili liberisti di casa nostra: è partita da diverse settimane la martellante campagna di stampa (pardon: dibattito) promossa dal «Sole24Ore», che, nell’inserto domenicale, ospita interventi sulla valutazione della ricerca scientifica, tutti –guarda caso– uniformemente schierati a sostegno della crociata governativa a difesa del ‘merito’.

Naturalmente, chi è avvezzo alla concretezza (e naviga tra scuole di business e di management, di comunicazione e conduzione aziendale, di pubblicità e marketing) assimila il mondo della ricerca a quello del pensiero unico economico-finanziario e, nell’intento di incoraggiare un sistema di premialità ‘meritocratica’, si limita a riprodurre l’ambito delle agenzie di rating. Del tutto ovvio, dunque, che consideri ogni tentativo di problematizzare la questione del ‘merito’ e della ‘valutazione’ insopportabile sofisma e/o pretesto dell’accademia polverosa per rallentare l’affermazione del nuovo che avanza. La valutazione della ricerca si deve fare, costi quel che costi.

E tuttavia, dietro questo grande pragmatismo si cela un altrettanto grande schematismo di analisi, buono certo a catturare il consenso di un’opinio communis alla frettolosa ricerca di soluzioni facili per problemi complessi (come indirizzare le risorse al merito? Come selezionare i migliori studiosi?). L’ennesima conferma, qualora ce ne fosse bisogno, del livello spesso mediocre, quando non infimo, del discorso pubblico su università e ricerca in Italia.

E infatti, se pure si può comprendere l’utilità empirica dell’impiego di parametri oggettivi di valutazione della ricerca, bisogna avere ben chiara la grande rozzezza dei risultati che possono essere prodotti da tutte le procedure che mirano a fornire soluzioni di tipo aritmetico ad un problema che non è quantitativo, ma qualitativo e valutarne con estrema cautela gli esiti.

I parametri quantitativi mantengono una loro solidità solo se un discorso complesso viene arbitrariamente semplificato: ed è una semplificazione –e un mero espediente statistico– considerare indici di citazioni, ranking di riviste e impact factor come lo strumento prioritario per valutare i singoli studiosi o gli atenei e stilarne più o meno utili e opinabili classifiche.

Se l’applicazione di questi indicatori appare discutibile per le cosiddette ‘scienze dure’, lo è, a maggior ragione, per i saperi umanistici, i più refrattari all’adozione di un sistema di misurazione oggettivo della produzione scientifica. Né è possibile (in quanto scientificamente errato oltre che palesemente contrario ad ogni buonsenso) applicare un metodo valutativo standardizzato –quello mutuato dalle scienze esatte– ad ambiti del sapere differenti, ignorando le differenze strutturali, costitutive, epistemologiche, fra i diversi campi disciplinari, nel loro diverso rapporto con le rispettive tradizioni scientifiche.

Nonostante tutte le rassicurazioni in senso contrario (vd. Marina Giaveri, «il manifesto» 9 maggio 2012), l’ANVUR continua ad affidare il giudizio della ricerca nelle ‘aree non bibliometriche’ a un “mix valutativo”: criteri ‘interni’ di giudizio (il sistema della peer-review, ovvero la valutazione effettuata da un “pari”, un esperto in grado di entrare nel merito di una pubblicazione) integrati da parametri oggettivi (il ranking di riviste per cui, a seconda della graduatoria stilata dall’Agenzia di valutazione, lo stesso saggio viene giudicato in maniera diversa –e dunque indipendentemente dal suo contenuto– a seconda della rivista in cui appare).

La questione non è di poco conto, dal momento che la distinzione tra la serie A, B e C delle riviste viene effettuata dall’ANVUR, con la consulenza di fantomatici esperti della Valutazione della Qualità della Ricerca e delle società scientifiche nazionali, sulla base di parametri standard pomposamente detti “rigore delle procedure di revisione e diffusione” e “impatto nelle comunità degli studiosi del settore”, corrispondenti in realtà ai soliti requisiti dell’abstract in inglese, dei referees anonimi e del comitato scientifico internazionale.

Al di là dei vincoli di setta e di collusione reciproca che possono influire sulla formulazione della classifica di merito (non mi soffermo su questo aspetto, ben illustrato da Alessandro Dal Lago, «il manifesto» 16 maggio 2012), per capire quanto fuorviante sia l’adozione di criteri così palesemente estrinseci, basta osservare che sono già state segnalate (dai sociologi, da autorevoli italianisti, dalla Società italiana di filosofia teoretica, dai filosofi politici) numerose distorsioni per cui in molti casi la fascia A viene attribuita a riviste, spesso di area anglosassone, che non rappresentano affatto il più alto livello della ricerca; al contrario, non compaiono –perché ignorate e considerate di rango inferiore– riviste estremamente interessanti, quelle che negli ultimi anni hanno smosso qualcosa nella palude culturale italiana. Il perché è presto detto: l’initial list è compilata con gli stessi criteri di discipline nelle quali l’internazionalizzazione è considerata un fattore da valutare in positivo; ma questa scelta penalizza aree come il diritto e lo studio delle letterature nazionali dove l’internazionalizzazione non esiste (né ha ragione di esistere, dal momento che l’oggetto di studio della disciplina è nazionale). E si potrebbe discutere se per “internazionalizzazione” delle riviste non si debba intendere anche la capacità attrattiva che le testate italiane esercitano nei confronti degli studiosi stranieri.

Molte altre osservazioni si potrebbero fare: la possibilità, niente affatto remota, che riviste periferiche o “militanti” ospitino saggi di grande valore scientifico e dunque il sospetto che un criterio burocratico di valutazione escluda l’idea stessa di ricerca come novità e come ‘rottura’ dei canoni e dei filoni tradizionali di studio; ma preme rilevare che, al di là di ogni giaculatoria di rito, questo tipo di valutazione lancia una sfida mortale alle materie umanistiche nel momento stesso in cui pretende di sovrapporre l’esperienza della semplificazione (indici e algoritmi) alla cultura della complessità, le conoscenze digitalizzabili alla problematizzazione teorica, la computazione di dati al gesto interpretativo, la simultaneità globale ai tempi lunghi di riflessione, le logiche autoritarie alle pratiche di condivisione e di persuasione.

E seppure le discipline umanistiche per guadagnarsi dignità e rispetto da parte dei tecnocrati (Confindustria, ANVUR, ministro Profumo) abdicassero alla propria identità più profonda – quella connaturata a una lunga tradizione di pensiero critico e astratto –, non ne uscirebbero fatalmente sconfitte (in una impari gara con chi gestisce aziende, ripara macchine, cura malattie), oltre che svilite e snaturate?

Non è piuttosto che l’ultima trincea per evitare la débâcle delle discipline umanistiche resta quella della rivendicazione di una piena dignità metodologica e disciplinare e la necessità di battersi contro i sempre più disastrosi interventi per disconoscerne gli spazi e la funzione?