I vecchi e i giovani
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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I vecchi e i giovani

di Piero BEVILACQUA, da “eddyburg”, 28 giugno 2012

Da tempo i media legati ai poteri dominanti fanno ricorso a un binomio retorico per screditare tutto ciò che cerca di resistere alle innovazioni distruttive imposte dal capitalismo che avanza. Il mondo viene spaccato in due: antico e moderno, arretrato e avanzato, conservatore e innovatore, vecchio e giovane.

Com’è noto, Marchionne ha rinfrescato il binomio con una divaricazione immaginifica: prima e dopo Cristo. Dove, “per dopo Cristo”, lui intende una modernità che si mette alle spalle anche la misericordia cristiana, ormai invecchiata come tutte le cose che non stanno coi tempi rapidi dei mutamenti in atto. La sua lucente modernità, è a tutti noto, riporta in fabbrica i ritmi di lavoro al livello di intensità dei primi del XX secolo, quando in USA trionfava lo Scientific Management di Robert Taylor. Quello, per intenderci, messo alla berlina da Chaplin in Tempi moderni.

Ma non è tutto. Il suo compenso è arrivato a superare anche di mille volte il salario di un suo dipendente. Ora, per trovare una tale disparità di reddito bisogna risalire molto indietro nel tempo, assai prima che la società industriale si articolasse nella attuale stratificazione sociale. Una tale divaricazione di ricchezza è tipica dell’Antico regime (secoli XII-XVIII) quando la società era divisa tra grandi feudatari, che avevano in mano tutto, e popolazioni contadine, che possedevano solo le proprie braccia. È moderno, avanzato, giovane, Marchionne?

Di recente, un nuovo modernizzatore è apparso sulla scena pubblica italiana, è il ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, Francesco Profumo.

Il ministro ha appena incassato una disfatta personale sul terreno di una innovazione che gli sta particolarmente a cuore: l’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Il referendum on line che egli ha organizzato, tramite il suo ministero, ha sonoramente sconfitto le sue velleità con oltre il 70% dei no. Una risposta degli «italiani “conservatori”» titolava mestamente un articolo di commento del Corriere della sera del 22 aprile. Se non l’avesse già fatto Monti, il ministro avrebbe potuto recriminare sul fatto che « gli italiani non sono ancora pronti. Capita a tutti i grandi novatori di giungere fra noi con troppo anticipo sull’avvenire. E’ infatti caparbia aspirazione del prof. Profumo togliere alle Università, vale a dire alle istituzioni storiche in cui da secoli si viene organizzando e trasmettendo il sapere degli italiani, la possibilità di certificare la qualità delle lauree che esse rilasciano. Le ragioni di tanto zelo riformatore, sono state variamente dibattute, e non è ora il caso di ritornare su una questione da considerare, ormai, «un cane morto» : come si diceva un tempo di un eminente filosofo fuori moda.

Val la pena, tuttavia, aggiungere qualche elemento di chiarificazione sulla modernità degli intenti perseguiti dal ministro. L’abolizione del valore legale della laurea, tra le altre novità, comporterebbe una liberazione straordinaria degli individui dalle pesanti bardature statali. Non sarebbe infatti più lo stato a certificare la qualità della formazione del cittadino, ma finalmente il mercato. Non più la validazione di una entità pubblica, dietro cui stanno decenni di tradizioni di ricerca, di scuole scientifiche, di procedure di verifiche consolidate, in una parola il sapere di una comunità culturale che è parte costitutiva della storia di una nazione. Al contrario, varrebbe il parere di un qualunque commissario di concorso pubblico, ma sopratutto il giudizio di opportunità del privato, dell’imprenditore, che non deve essere condizionato nelle sue scelte di assunzione del personale.

Si dissolve così uno dei collanti della società, intesa come comunità di valori universalmente riconosciuti, e si risolve il problema della valutazione all’ingresso nel mondo del lavoro in un rapporto meramente contrattuale, tra due individui privati: l’assuntore, cioé l’imprenditore e il dipendente-lavoratore. Tutto ciò che è comune si dissolve, restano solo gli individui. «Ognuno è solo sul cuore della terra», recitava Quasimodo. Scava, scava e salta fuori la solita rogna neoliberista. Vale a dire l’ideologia che negli ultimi 30 anni ha scavato abissi di iniquità nella società del nostro tempo, dissolto le relazioni umane, trascinato nell’insicurezza milioni di individui, generato la crisi mondiale che continua ad alimentare con le sue ricette fallimentari.

Quanto è moderno, avanzato, giovane, Profumo?

Questo ministro, che ha davanti a sé circa un anno di possibili iniziative, potrebbe intraprendere almeno un paio di decisioni, certamente modeste, dati i tempi ristretti, ma sicuramente utili , sia in prospettiva che nell’immediato.

La prima di queste, che non comporterebbe spese particolari, potrebbe essere l’avvio di un processo di delegificazione della vita universitaria. Gli atenei ( ma anche le scuole) soffocano sotto montagne di carte. I neoliberisti tuonano contro la burocrazia che soffoca le imprese, ma non risparmiano leggi e regolamenti quando si tratta di assoggettare l’autonomia del sapere alla volontà delle burocrazie ministeriali. Naturalmente, il ministro non muoverà un dito su questo fronte, essendo egli l’esecutore testamentario della legge Gelmini.

L’altra iniziativa possibile, diciamo così congiunturale, potrebbe essere quella di sventagliare un po’ di milioni di euro in borse di studio per studenti meritevoli, per dottorandi, per post-dottorati che a migliaia, in Italia trarrebbero un sospiro di sollievo. E lo farebbero trarre anche alle loro famiglie. Un piccolo aiuto, mentre il numero dei nostri laureati continua a precipitare rispetto alla media europea, mentre la nostra migliore gioventù intellettuale continua a fuggire fuori d’Italia.

È troppo? Il ministro non lo fa, verosimilmente perché il suo peso specifico all’interno del Governo deve essere nullo. Tuttavia, poiché il prof. Profumo sa di marketing, cerca di dar segni di vita e rilievo al suo ruolo e si inventa trovate fantasiose. Com’è noto egli ha aperto un nuovo fronte di modernizzazione: quello dell’uso esclusivo della lingua inglese nel Politecnico di Milano, con l’intenzione di estendere la pratica al resto degli atenei. Un po’ di lustrini per stupire l’analfabetismo linguistico della borghesia italiana.

Ora, a differenza del ministro Profumo, noi sappiamo che l’inglese è la lingua imperiale del XX secolo, lo strumento dell’egemonia del capitalismo angloamericano, fonte di businnes e vantaggi innumerevoli per i paesi di lingua madre. Pure non ci sogniamo di svalutare i vantaggi di una buona conoscenza dell’inglese da parte dei nostri giovani, strumento di comunicazione internazionale, mezzo utile anche per accedere alla saggistica di paesi e lingue di difficile accesso.

Ma perché darle tanto spazio e peso nell’Università? Un buon possesso della lingua inglese dovrebbe essere una conquista della scuola media. All’Università lo studio delle lingue – non di una sola lingua – dovrebbe costituire oggi, in Europa (come in parte già accade ) un momento di alta formazione culturale. Si studia il francese, il tedesco, lo spagnolo per penetrare in profondità la cultura di quei paesi, per afferrare attraverso queste straordinarie lingue di cultura le articolazioni nazionali di una civilizzazione che è fra le più alte e plurali della storia umana.

O dobbiamo realizzare l’unità d’ ‘Europa parlando tutti inglese’? Si dovrebbe studiare questa lingua per poter leggere in originale Shakespeare o Defoe, non solo per comunicare informazioni. E perché l’apprendimento dell’italiano – come ha osservato Raffaele Simone su Repubblica del 17 aprile – non dovrebbe costituire un elemento di attrazione per gli studenti dei vari paesi del mondo? L’italiano non è solo indispensabile per leggere direttamente Dante o Italo Calvino, ma per comprendere l’arte italiana nei suoi svolgimenti e nelle sue stagioni, il melodramma, il paesaggio, le cucine regionali. Dopotutto, quando nel XIV secolo, in Italia fioriva la prima lingua letteraria d’Europa, un fondamento della civiltà del Continente, l’England era ancora un povero paese abitato da pastori.

Perché i giovani europei che escono dalle nostre università non dovrebbero possedere almeno la conoscenza della nostra o delle altre lingue nazionali? Non possiamo permetterci questo avanzamento, questo ulteriore salto di civiltà?

Il ministro Profumo è fissato con l’inglese. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti solo di provincialismo. No, la ragione è che l’inglese è un mezzo, uno strumento per qualcos’altro. Come un martello per fissare un chiodo. Serve per comunicare, per organizzare, per mettere su aziende, per scambiare informazioni e possibilmente beni e danaro. Serve alla crescita. La cultura, per questo ministro, non è mai un fine, che ha le proprie ragioni fondative nell’elevazione culturale, civile, spirituale delle persone, prima che nelle tecniche destinate ad attività professionali. Gratta, gratta, ed esce fuori il fondo miserabile dell’economicismo, la più grave infezione spirituale della nostra epoca.

È moderno, avanzato, è giovane il ministro Profumo?