UN FUTURO DI RINASCITA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN FUTURO DI RINASCITA da IL MANIFESTO

Usa e getta o lunga durata delle cose?

Rilancio economico. La svolta green non è dietro l’angolo, ma va preparata con l’iniziativa di massa. Senza conflitto e senza partecipazione popolare, una nuova idea di sviluppo non avrebbe le gambe per camminareGaetano Lamanna05.08.2020

Confidando naturalmente negli aiuti dello Stato (agevolazioni fiscali e sussidi a fondo perduto). Tanti soldi alle imprese in cambio di una spruzzatina di verde e della solita promessa che presto ci sarà più occupazione e più ricchezza per tutti. L’esatto contrario dell’impostazione delle forze ecologiste e di sinistra, che reclamano un ruolo strategico dello Stato per cambiare alla radice la politica economica e sociale. In questa polarità si gioca, dunque, l’uso più o meno efficace dei fondi in arrivo.

Affermare un nuovo modo di produrre (e di consumare) non è facile. C’è bisogno, innanzitutto, di un cambio profondo di mentalità. La svolta green non è dietro l’angolo, ma va preparata con l’iniziativa di massa. Senza conflitto e senza partecipazione popolare, una nuova idea di sviluppo non avrebbe le gambe per camminare. Un «modello verde di sviluppo», per intenderci, è incompatibile col modello, oggi dominante, dell’«economia del ricambio», in base al quale si acquistano beni per rimpiazzare quelli in uso.

La crisi dell’auto, per esempio, che è anche crisi di sovrapproduzione, è emblematica. Il governo vara misure per incentivare la vendita di automobili, magari più ecologiche. Ma il trasporto pubblico locale, inefficiente e al collasso in molte regioni e città, è del tutto ignorato. Del Tpl, che dovrebbe essere il punto di partenza di una strategia della mobilità e di una riconversione ecologica del settore, nessuno parla. Anche l’industria farmaceutica, per fare un altro esempio, non sfugge alla perversa legge dell’economia del ricambio.

Quanti farmaci sono sostituiti da quelli nuovi, certamente più costosi, ma non sempre più efficaci? La ricerca del profitto, come l’esperienza insegna, finisce spesso col danneggiare i malati, che vengono privati delle migliori cure al costo più basso, e col riflettersi sul servizio sanitario nazionale gravandolo di maggiori costi, di cui non ci sarebbe necessità. Ancora, la maggior parte dei consumatori sarebbe propensa a riparare l’elettrodomestico non funzionante o il vetro rotto del tablet, ma è scoraggiato dai costi, che a volte superano quelli dell’acquisto online dello stesso prodotto.

Così, elettrodomestici e apparecchi elettronici diventano spazzatura senza che si sia nemmeno provato a riparare il guasto. Non è vero che i centri di assistenza stanno praticamente sparendo? E con loro anche migliaia di giovani tecnici capaci di mettere mano su prodotti ad alta tecnologia? Avvenne la stessa cosa, in termini diversi, ai tempi del miracolo economico (negli anni sessanta) quando centinaia di migliaia di artigiani chiusero bottega perché le industrie inondarono il mercato di prodotti a basso costo.

Nel contesto della crisi che stiamo attraversando, non serve, anzi è controproducente, un generico sostegno alla domanda individuale o ai singoli comparti dell’economia maggiormente in difficoltà. Il problema è di come orientiamo gli investimenti, indirizzandoli verso scelte innovative ed ecologiche. Ciò presuppone una lotta senza quartiere alla cultura dominante dell’«usa e getta» e puntare tutto sul migliore «uso» e sulla «lunga durata» delle cose. Presuppone di intervenire anche con una legge ad hoc contro la pratica illegale dell’«obsolescenza programmata» dei prodotti (la durata del loro ciclo di vita prefissata già in fabbrica), su cui ormai si fonda il business del comparto industriale.

Si esce da questa situazione spostando la ricerca e l’innovazione da obiettivi tesi ad ampliare gli spazi del consumismo esasperato e del facile profitto verso obiettivi di benessere collettivo e di lavoro qualificato. L’Italia presenta innumerevoli elementi di fragilità: il dissesto idrogeologico, il rischio sismico, l’erosione delle coste, lo stato di abbandono e di degrado di beni culturali e di beni pubblici (scuole, ospedali, strade, ponti, ferrovie, e altro), l’impatto devastante di eventi calamitosi, sempre più frequenti e imprevedibili a causa dei cambiamenti climatici.

La parola d’ordine del rilancio economico, in questa fase, dovrebbe essere manutenzione, che significa riparare ciò che si rompe o riattivare meccanismi inceppati. Manutenzione come bussola che dovrebbe guidare l’azione del governo, delle regioni e degli enti locali, seguendo il filo dei progetti indicati da Laura Pennacchi su il manifesto del 2 agosto.

Una politica della manutenzione, insomma, non solo rimetterebbe in sesto le cose, ma si ripagherebbe ampiamente evitando costosi interventi, casuali e parziali, effettuati ex post. Mettere a disposizione di questa politica una parte delle risorse in arrivo dall’Europa darebbe un impulso positivo al miglioramento della qualità dello sviluppo e della qualità della vita.

L’Italia sul Ponte, sospesa sul passato che non passa

Teatro dell’opera. All’inaugurazione del nuovo ponte, l’Italia si mostra in tutta la sua presente ambivalenza, intreccio di positivo e negativo, volontà e velleità, bisogno di andar oltre e condanna a ripetersi.Marco Revelli  05.08.2020

Meglio l’arcobaleno che congiunge il ponte San Giorgio da un capo all’altro, delle frecce tricolori che lo tagliano trasversalmente. Meglio il semicerchio iridato che parla di pace, delle strisce di fumo rettilinee dei colori nazionali tracciate da macchine da guerra. A Genova la natura fa meglio degli uomini, sul piano del simbolico, nel giorno in cui, come più non si potrebbe, l’Italia si mostra in tutta la sua presente ambivalenza, intreccio di positivo e negativo, volontà e velleità, bisogno di andar oltre e condanna a ripetersi.

Due Italie non separate tra loro in un prima e un dopo distinti e contrapposti, ma ancora confuse e intrecciate in una zona grigia tenacemente opaca. Tutto, in quella cerimonia inaugurale, parla di questa incapacità del Paese di separarsi dai propri vizi storici, a cominciare dall’oggetto inaugurale: quel ponte integralmente nuovo (e bello) – quasi poetico.

Affidato tuttavia (non importa qui per quali insuperabili ragioni giuridico-amministrative) a chi aveva mandato in rovina il precedente per molto prosaici interessi. E poi l’incontro di Mattarella con i parenti delle 43 vittime, giustamente scelto in forma sobria, in Prefettura, come «occasione raccolta, non di frastuono», e il discorso profondo, non formale, del Presidente, di «sostegno sincero» alle loro ragioni, sulle responsabilità che «non sono generiche, hanno un nome e un cognome», e sull’importanza che «vi sia un’azione severa, precisa e rigorosa di accertamento delle responsabilità».

AZIONE che, tuttavia, a due anni esatti dal fatto, ancora non ha dato risultati visibili, e questo resta il grande rimosso: il greve non detto che pesa e ha pesato nel giorno del Ponte. Sul quale, è vero, sono risuonati i nomi dei morti e, almeno in parte, è stata messa la sordina ai trionfalismi d’occasione (solo in parte perché qualche richiamo al «genio italico» si è sentito), ma sul cui asfalto nuovo di zecca camminava anche qualcuno dei vecchi responsabili (diretti o indiretti) delle indecenti concessioni fatte in passato, e la stessa ministra delle Infrastrutture a cui si deve almeno parte dei ritardi nello scioglimento nel nodo concessorio.

D’ALTRA PARTE è proprio lei, Paola de Micheli – per molti versi un simbolo dell’endemico trasformismo italiano, nel suo fibrillante zig zag tra tutte le componenti del centro-sinistra delle ultime stagioni, nessuna esclusa – ad aver compiuto il capolavoro di accludere al recente decreto «Semplificazioni», in cui avrebbero dovuto esprimersi le istanze di rinnovamento prodotte dal trauma del coronavirus, l’indecente lista di «priorità» delle Grandi opere: un monumento di continuismo nei peggiori luoghi comuni.

IL SEGNO che «nulla deve cambiare» rispetto alle disastrose credenze del prima, a cominciare da quel TAV Torino-Lione che continua a svettare, provocatorio, in cima alla lista. È il segno – un po’ patetico se non fosse drammatico – di quanto l’Italia continui a essere ostaggio del proprio «passato che non trapassa», replicando di volta in volta, aldilà delle dichiarazioni verbali, sempre i propri vizi.

PER QUESTO mi ha colpito (favorevolmente) il riferimento da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a un noto passo di Piero Calamandrei, a proposito appunto del Ponte (la rivista da lui fondata nel 1945), nel suo discorso a Genova. Ma non mi è sfuggito lo stridore tra quel testo e la situazione politica attuale.
Nell’editoriale del primo numero Calamandrei commentava appunto il titolo della rivista e «l’emblema della copertina: un ponte crollato, e tra i due tronconi delle pile rimaste in piedi una trave lanciata attraverso» su cui camminava un «omino».

IN QUELL’IMMAGINE egli vedeva il segno della «ritrovata unità morale dopo un periodo di profonda crisi» e la volontà di permettere al Paese di superare «un passato di distruzione» (il fascismo) per entrare in «un futuro di rinascita», come fedelmente ha riportato Conte.
Ma poi Calamandrei aggiungeva che l’«omino» che transitava sul precario asse, non era una figura generica. Aveva in spalla una zappa. Era un lavoratore. E voleva simboleggiare il necessario cambio di egemonia nell’Italia che ri-nasceva, come dichiarerà poi, purtroppo solo formalmente, l’art. 1 della Costituzione nel definire la nostra Repubblica «fondata sul lavoro».

ORA, È PROPRIO questo il tassello che manca, se si vuole attenuare lo stridore e dar coerenza ai due capi del ponte: questa assenza nel – sia pur parziale – cambio di egemonia, se a dettar legge sul presente e sul futuro continuano a essere i padroni di sempre, che si tratti della resistenza all’applicazione delle zone rosse durante la fase esplosiva della pandemia (si pensi ai diktat confindustriale di Carlo Bonomi) o sull’uso dei miliardi del Recovery fund (tutto ai soliti noti, niente all’«assistenza»).

E se le maggioranze di governo, di qualunque combinazione cromatica siano, continuano a essere ostaggio dei campioni del trasformismo e dei corsari da aula o da consolle.