UE GREEN NEW DEAL. PER NON MORIRE DI CHIMICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UE GREEN NEW DEAL. PER NON MORIRE DI CHIMICA da IL MANIFESTO

Bruciare i rifiuti, una pratica dannosa

SMALTIMENTO. Il Green New Deal europeo promuove l’economia circolare e tassa l’incenerimento dei rifiuti

Luca Martinelli    12/05/2022

Roma è fuori dall’Europa. Sono passati quasi dieci anni dal 31 dicembre 2012, la data entro cui il nostro paese avrebbe dovuto raggiungere il 65% di raccolta differenziata e la Capitale è ancora ferma al 43,75% (dato Ispra, riferito al 2020) e sostanzialmente ferma dal 2016 (quando la percentuale era del 42%). Ogni cittadino della capitale ha prodotto nell’ultimo anno oltre 300 chili di rifiuti indifferenziati, una massa enorme che chi amministra vorrebbe «gestire» costruendo un mega inceneritore. Così facendo, però, Roma rischia di restare ancora a lungo fuori dall’Europa, che nell’aprile del 2018 ha approvato un pacchetto di misure sull’economia circolare e nel 2020 un secondo piano d’azione per l’economia circolare, stabilendo tra l’altro nuovi obiettivi giuridicamente vincolanti per il riciclaggio dei rifiuti e la riduzione dello smaltimento in discarica, con scadenze prestabilite.
Entro il 2025, almeno il 55% dei rifiuti urbani dovrà essere riciclato. Tale obiettivo salirà al 60% entro il 2030 e al 65% entro il 2035. Entro il 1° gennaio 2025 dovrà essere attivata la raccolta differenziata dei tessili e dei rifiuti pericolosi generati dalle famiglie. È a più ridotta scadenza l’avvio della raccolta separata dei rifiuti organici, da avviare a compostaggio: il 31 dicembre 2023.

In senso più ampio, l’economia circolare è uno degli strumenti del Green Deal europeo, che punta alla neutralità climatica entro il 2050. Per realizzare gli obiettivi descritti, si interviene sulle leggi. Sono già passati quattro anni da quando, il 30 maggio 2018, è stata aggiornata in modo sostanziale la direttiva 2008/98/CE, quella relativa ai rifiuti. L’idea di un’economia circolare influenza la «gerarchia dei rifiuti», che prevede in ordine prevenzione, riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo e smaltimento. Sotto la voce recupero di altro tipo, quarto elemento in ordine gerarchico, c’è il recupero di energia, cioè l’incenerimento dei rifiuti. Che è considerata pratica residuale.

La stessa Direttiva ricorda che la gestione dei rifiuti deve essere effettuata senza creare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo, la flora o la fauna, senza causare inconvenienti da rumori o odori, o senza danneggiare il paesaggio o i siti di particolare interesse. Definisce, poi, che «gli Stati membri dovrebbero avvalersi di strumenti economici e di altre misure intesi a fornire incentivi per favorire l’applicazione della gerarchia dei rifiuti» e tra questi ci sono anche «tasse sul collocamento in discarica e sull’incenerimento». L’incenerimento per la Commissione europea è una pratica dannosa da tassare: il recupero di energia (bruciare rifiuti in un inceneritore per produrre energia) non può in alcun modo essere considerato una forma di «riciclaggio» dei rifiuti.

Il preambolo della Direttiva rifiuti del 2018 sposa il concetto di economia circolare e delinea un «itinerario» di azioni: «La gestione dovrebbe essere migliorata e trasformata in una gestione sostenibile dei materiali per salvaguardare, tutelare e migliorare la qualità dell’ambiente, proteggere la salute umana, garantire un utilizzo accorto, efficiente e razionale delle risorse naturali, promuovere i principi dell’economia circolare, intensificare l’uso delle energie rinnovabili, incrementare l’efficienza energetica, ridurre la dipendenza dell’Unione dalle risorse importate, fornire nuove opportunità economiche e contribuire alla competitività nel lungo termine».
L’Italia fatica ad assecondare questa lettura. Nel decennio 2010-2020 la produzione di rifiuti s’è ridotta del 10 per cento, ma la quantità di quelli indifferenziati bruciati negli inceneritori è rimasta costante, in termini assoluti, ed è quindi aumentata in termini percentuali. Ad un aumento significativo nelle percentuali della raccolta differenziata, che dal 35,3% del 2010 è passata al 63% nel 2020, non s’è accompagnata una riduzione dei rifiuti inceneriti, passata dal 16,1 al 18,4% del totale. Questi dati evidenziano un aspetto: una volta che si è costruita una infrastruttura pesante come un inceneritore, è difficile evitare di usarlo; i costi d’investimento devono essere ammortizzati.

Ecco perché è inopportuno realizzarne di nuovi, oggi che anche i Paesi del Nord Europa, quelli che stanno sul podio per rifiuti prodotti pro-capite (844 chili a testa in Danimarca, 776 in Norvegia, 556 in Finlandia, contro una media europea di 502 nel 2019) e inceneriti (56% in Finlandia, 53% in Svezia, 49% in Norvegia e 48% in Danimarca, contro una media europea del 27%) stanno prendendo atto di dover cambiare strada. Nello studio «Analisi del quadro normativo nordico e del suo effetto sulla prevenzione dei rifiuti e sul riciclaggio nella regione», realizzato da un gruppo di esperti per il Nordic Council of Ministers (strumento di cooperazione tra i governi dei Paesi già elencati più l’Islanda e le isole Fær Øer), pubblicato nel 2019, si legge in modo inequivocabile: «L’area più chiara di cambiamento richiesto sarà uno spostamento significativo dall’incenerimento».

La costruzione di un inceneritore non può essere giustificata nemmeno come alternativa alla discarica. «L’obiettivo di ridurre al minimo lo smaltimento in discarica (fissato al 10% nel 2035) è auspicabile in quanto cerchiamo di implementare un’economia circolare, ma il mezzo principale per ridurre lo smaltimento in discarica dovrebbe essere la riduzione dei rifiuti residui» spiega un’analisi recente di Zero Waste Europe. Una lettura nei fatti sposata dalla Commissione europea, che considera gli inceneritori attività che arrecano «un danno significativo all’economia circolare», perché «la costruzione di nuovi inceneritori di rifiuti per aumentare la capacità di incenerimento esistente nel Paese comporta un aumento significativo dell’incenerimento di rifiuti che non rientrano nella categoria dei rifiuti pericolosi non riciclabili». È il principio DHSN, «do no significant harm», introdotto nel 2021 con il regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza. Gli inceneritori non sono in linea con l’economia circolare, l’Europa non li finanzia.

L’inceneritore pulito? Inquina un po’ meno

RIFIUTI. Gli impianti di ultima generazione emettono meno benzene, diossine e Pcb. Che però finiscono nelle piante e negli animali che vivono vicino

Serena Tarabini  12/05/2022

Nella seconda metà del 1700 il chimico francese Antoine Lavoisier formulò una delle fondamentali leggi ponderali della chimica: quella di conservazione della massa, la quale afferma che data una reazione chimica, la somma delle masse delle sostanze che si hanno prima dell’inizio della reazione, i reagenti, deve essere uguale alla somma delle masse delle sostanze che si ottengono con la reazione, i prodotti. Una versione più moderna del principio «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» a cui Democrito e altri filosofi greci erano giunti quasi due millenni prima.

LEGGE SEMPITERNA ed universale, che vale anche per la combustione, che è una reazione chimica a tutti gli effetti: ciononostante, nella discussione che si sviluppa attorno agli inceneritori come metodo per l’eliminazione dei rifiuti , sembra che possano valere delle eccezioni.

LA COMBUSTIONE in generale produce anidride carbonica e una serie di altre sostanze che dipendono dal tipo di combustibile. Nel caso dei rifiuti, i fumi prodotti oltre all’anidride carbonica contengono macroinquinanti quali i famigerati ossidi di azoto e di zolfo, microinquinanti quali diossine, diossine alogenate (Pah, Pfas) e metalli pesanti, polveri a particolato fine e ultrafine, mentre nelle acque di scarico finiscono anche sostanze come gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), i policlorobifenili (Pcb) e vari derivati del benzene. Così per inciso, l’eterogeneità dei materiali bruciati negli inceneritori fa sì che le reazioni chimico-fisiche che vi avvengono possano essere imprevedibili e originare sostanze ignote.

È SICURAMENTE VERO CHE i termovalorizzatori di ultima generazione, grazie a sistemi di filtraggio più moderni, inquinano meno. In Italia, per esempio, il rapporto Ispra 2021 sulle emissioni in aria mostra che nonostante l’aumento delle quantità di rifiuti inceneriti, i livelli di alcune sostanze pericolose come diossine, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici etc, sono notevolmente diminuiti. Ma diminuiti non significa scomparsi. E se non sono più nell’aria, sono da qualche altra parte.

PER TROVARLI BISOGNA PORSI delle domande diverse da quelle a cui rispondono quegli studi scientifici che indicano i termovalorizzatori di nuova generazione come non dannosi. Per esempio, cosa succede a tessuti ed organi di animali e piante che si trovano nei pressi di un inceneritore?

È QUELLO CHE HA FATTO Zero Waste Europa, una rete dedicata alla promozione dell’abbattimento dei rifiuti, che in collaborazione con ToxicoWatch ha di recente condotto uno studio sui termovalorizzatori di ultima generazione, preoccupandosi però di andare a rilevare non le emissioni ai camini, ma la presenza di sostanze inquinanti negli esseri viventi limitrofi agli impianti. Ovvero hanno misurato il cosiddetto bioaccumulo, un processo attraverso cui le sostanze tossiche assorbite, inalate o ingerite, penetrano nelle cellule di animali e vegetali, e si distribuiscono attraverso la catena alimentare.

SI TRATTA DEL FENOMENO CHE PORTÒ Rachel Carson a scrivere il testo che 60 anni fa ha dato inizio al pensiero ecologista, Primavera silenziosa: era esattamente 60 anni fa quando la biologa si accorse che gli uccelli non cantavano più perché uccisi dal Ddt assorbito dagli insetti di cui si nutrivano.

LO STUDIO DI ZWE SI È SVOLTO SU TRE inceneritori di ultima generazione: i più avanzati tecnologicamente sono quello di Pilsen, in Repubblica Ceca, attivo dal 2015, e quello di Kaunas, in Lituania, entrato a regime nel 2020 mentre meno all’avanguardia è quello di Valdemingomez, vicino Madrid, che è stato costruito nel 1996. Oltre ad essere un campione molto rappresentativo degli impianti presenti in Europa, sono stati scelti in quanto sorgono in zone molto ricche di vegetazione e con numerose fattorie. Nella zona di ricaduta individuata infatti, gli indicatori scelti per il rilevamento di sostanze inquinanti sono stati in particolare uova di gallina, aghi di pino e muschi. I risultati hanno confermato le preoccupazioni degli ambientalisti rispetto la presunta sicurezza delle emissioni di questo tipo di impianti.

IL TERMOVALORIZZATORE DI PILSEN è quello che ha fornito i dati più significativi, in quanto situato in una zona di campagna molto isolata, e quindi lontano da altre fonti di inquinamento che rendono più complicato attribuire la provenienza delle sostanze tossiche. L’89% delle uova campionate a Pilsen non è risultato conforme con il limite Ue per le diossine nelle uova, il 50% non rientra nei requisiti per un consumo alimentare sicuro. Uova quindi che non possono essere messe in commercio, ma che possono venire consumate informalmente in loco. Superati nel 75 % delle uova anche i livelli di dl-Pcb, appartenente alla categoria dei policlorobifenili, classificati come sostanze cancerogene per l’uomo dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul Cancro.

NELLE UOVA SONO STATI TROVATI anche alti livelli dei famigerati Pfas, inquinanti molto stabili e persistenti nell’ambiente, in grado di raggiungere alte concentrazioni nei tessuti e che sono stati riconosciuti come interferenti endocrini. Non stanno bene nemmeno le piante di Pilsen: la concentrazione di diossine è risultata 3 volte superiore alla media negli aghi di pino, 7 volte superiore nei muschi. I livelli idrocarburi policiclici aromatici, anch’essi mutageni e cancerogeni, sono risultati elevatissimi negli aghi di pino: ben 87 volte al di sopra della media.

I RISULTATI RELATIVI AD ALTRI IMPIANTI non si discostano di molto da quelli di Pilsen e riportano a paradigma: dove ci sono termovalorizzatori, i valori di certe sostanze inquinanti sono più alti. La ricerca condotta in tal modo quindi evidenzia che pur rispettando sulle emissioni e gli standard Bat (Best Avaible Techiniques), questi impianti non riescono a eliminare una moltitudine di inquinanti organici persistenti nei gas delle ciminiere e nei residui dell’incenerimento, e non tengono conto dell’effetto accumulo: anche se emesse in quantità minime, queste sostanze nel tempo raggiungono nelle matrici biologiche concentrazioni consistenti e dannose. Va da sé che, per tutelare veramente la salute dei cittadini europei che vivono nei paraggi di questi impianti, raccomandano gli esperti di Zero Waste Europa, il biomonitoraggio andrebbe svolto per legge con continuità e per tutti gli impianti.

Il «great detox» europeo per non morire di chimica

Non solo pesticidi. L’esposizione ad agenti chimici pericolosi è da considerarsi uno dei più grandi problemi per l’ambiente e la salute umana. Secondo l’Oms, circa due milioni di persone all’anno […]

Angelo Mastrandrea, Manlio Masucci    12/05/2022

Non solo pesticidi. L’esposizione ad agenti chimici pericolosi è da considerarsi uno dei più grandi problemi per l’ambiente e la salute umana. Secondo l’Oms, circa due milioni di persone all’anno perdono la vita nel mondo a causa dell’esposizione ad agenti chimici. Secondo un rapporto Onu, l’inquinamento chimico combinato da pesticidi, plastica e rifiuti elettronici sta causando almeno 9 milioni di morti premature all’anno, più della pandemia di Covid. Un’esposizione a cui sembra impossibile sottrarsi, considerando che le sostanze di sintesi sono diffuse nel cibo, nell’acqua e in tantissimi prodotti di uso comune.
E’ per questo che la commissione europea, dopo aver messo nel mirino i pesticidi, ha varato una Road map per bandire circa 12 mila sostanze chimiche pericolose entro il 2030. Fra queste troviamo Pvc, Pfas e migliaia di altri agenti utilizzati nella produzione di creme, profumi e prodotti per bambini, come pannolini e ciucci. Per quanto riguarda il settore alimentare, sono circa 14 mila le sostanze utilizzate per preservare la conservazione dei cibi confezionati. Complessivamente si stima che il 74% dei prodotti in commercio presentino forme di contaminazione.

L’annuncio della commissione è considerato un passo avanti per rendere più sicuri ambienti di lavoro, scuole, case e cibo ma ha già scatenato le proteste delle lobby industriali che paventano un crollo dei profitti. Il mercato della chimica è fiorente in tutto il mondo con un giro d’affari che è raddoppiato tra il 2000 e il 2017 e che prevede di raddoppiare ulteriormente entro il 2030.
Il registro chimico europeo (Reach) è il più esteso del mondo e i nuovi divieti potrebbero colpire più di un quarto del fatturato annuale dell’industria che ammonta a circa 500 miliardi di euro all’anno. L’Europa appare un mercato privilegiato con circa 200 mila sostanze in circolazione. Tenere il passo dell’industria è quindi un’impresa ardua considerando la media elevatissima di sviluppo di nuovi agenti chimici: uno ogni secondo e mezzo. Complessivamente nel mondo sono 190 milioni le sostanze sintetiche registrate per una produzione di 250 miliardi di tonnellate all’anno.

Una vera invasione tossica potenzialmente dannosa per l’ambiente e per tutti gli esseri viventi. Oltre ai danni alla biodiversità, con il progressivo declino delle specie animali e vegetali, la diffusione di questi prodotti è messa in relazione all’aumento delle malattie non trasmissibili, ai problemi di fertilità e sviluppo per gli esseri umani. Secondo recenti indagini sarebbero in media 700 le sostanze chimiche presenti nel nostro corpo il cui effetto combinato è sconosciuto (circa 400 agenti sospettati di essere cancerogeni). Un fenomeno che coinvolge purtroppo anche i bambini fin dallo stato prenatale con una media di 287 sostanze chimiche rintracciate nei cordoni ombelicali esaminati. L’annuncio della Road map, già definita dall’Ufficio europeo dell’ambiente come il great detox, è stato accolto con soddisfazione da molte organizzazioni della società civile.

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