TASSE A MISURA DI LOBBY da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TASSE A MISURA DI LOBBY da IL MANIFESTO

Un nuovo regime fiscale all’insegna delle diseguaglianze

Nuova Finanza Pubblica . La rubrica di politica economica a cura di autori variMarco Bertorello, Danilo Corradi  17.07.2021

Risulta curioso il modo di procedere del governo e dell’attuale larghissima maggioranza in tema di riforma fiscale. Il provvedimento assume l’idea che la riduzione del carico fiscale sia di per sé uno strumento capace di promuovere crescita economica. Meno imposte incentiverebbero i consumi e soprattutto gli investimenti. Peccato che in questi decenni la teoria secondo cui rafforzare i profitti di oggi avrebbe rafforzato investimenti e occupazione domani non abbia mai raggiunto il secondo step.

Se c’è un elemento che ha caratterizzato il ciclo economico degli ultimi quarant’anni è proprio la debolezza del tasso di accumulazione e la contestuale crescita degli investimenti finanziari spesso a carattere puramente speculativo. In fondo è lo stesso testo di maggioranza che ci ricorda il risultato principale del neolibersimo quando sottolinea come il «trend di riduzione della quota di redditi da lavoro sul Pil» sia «passata dal 68% del 1970 al 52% del 2018»! Un risultato ottenuto anche grazie alla riduzione del carico fiscale sui grandi redditi e sui grandi patrimoni. Da qui si dovrebbe ripartire, invece la direzione è un’altra. Esemplificativa è l’idea di ammorbidire la normativa fiscale sulle rendite finanziarie permettendo di pagarle al lordo delle «spese» e delle «minusvalenze», uniformandole a redditi da capitale e tassandoli a livello del primo scaglione dei redditi da lavoro.

Non solo. Il testo demanda l’obiettivo di canalizzare il risparmio privato verso l’economia reale a specifici «incentivi fiscali» non meglio precisati. Nel testo si propone l’abolizione dell’Irap (imposta regionale sulle attività produttive) e la reintroduzione dell’Iri, che sottrae gli utili aziendali reinvestiti all’aliquota Irpef. Quest’ultima dovrebbe ridurre il suo peso sul ceto medio. L’orientamento è chiaro: la riduzione delle imposte sembra tutta spostata ancora una volta dal lato dei profitti, mentre il testo non indica neanche le coperture a fronte dei cambiamenti ipotizzati. Un’assenza inspiegabile in tempi di emergenza sanitaria ed economica fronteggiata quasi unicamente attraverso un netto aumento delle spese statali.

Possibile che lo Stato possa permettersi di rinunciare ad alcune entrate? Sacrificando quali spese? Da sottolineare il giudizio di un ex ministro delle Finanze come Vincenzo Visco, il quale afferma che «si tratta essenzialmente di un testo con una forte propensione anti-tasse (…) e in cui le imposte vengono viste sempre come eccessive e distorsive». Ciò che sorprende particolarmente è come vengano rimosse le dinamiche attualmente in corso. La crisi pandemica è stata arginata con imponenti dosi di moneta e di debito. Le banche centrali hanno allargato i loro bilanci come mai prima d’ora e gli Stati hanno aumentato i loro debiti del 10-20%.

Queste risorse forse per la prima volta dalla crisi del 2008 sono anche sgocciolate nell’economia reale e alle principali vittime della pandemia, ma è indubbio che il passaggio attuale ha impresso un’ulteriore accelerata alle diseguaglianze. È di pochi giorni fa l’annuncio della Fed che l’1% degli statunitensi più ricchi detenga il 53% degli investimenti finanziari, il valore più alto da quando nel 1989 viene misurata la distribuzione della ricchezza tra i cittadini Usa. Una polarizzazione che viene confermata anche su base etnica dato che i bianchi detengono l’82,9% degli asset totali.

Se gli Stati Uniti rappresentano la punta avanzata di tali processi di concentrazione di ricchezza l’Italia non li contraddice certo. Una ricerca del CSEF di aprile indica che dalla metà degli anni Novanta al 2016 la ricchezza netta media dello 0,1% più ricco degli italiani è raddoppiata, mentre il 50% più povero degli italiani è passato dal detenere l’11,7% della ricchezza al 3,5%. Forse una riforma fiscale dovrebbe partire dalla necessità di invertire questa tendenza e contestualmente rafforzare il ruolo pubblico nel rilancio degli investimenti.

Le tasse a misura di lobby, firmiamo per la tassa patrimoniale

Politiche fiscali. Dopo 6 mesi di discussione la montagna ha partorito il topolino, nessuna revisione dell’Irpef, taglio dell’Irap, flat tax per gli autonomi, silenzio sulla riforma del catastoFausto Bertinotti, Alfonso Gianni  17.07.2021

Dopo sei mesi di discussione e 61 audizioni le commissioni Finanze della Camera e del Senato lo scorso 30 giugno hanno reso noto al governo il documento conclusivo di indirizzo politico per la predisposizione della legge delega sulla riforma fiscale che l’Esecutivo si è impegnato a presentare entro la fine di luglio dell’anno in corso. Il documento è passato a larga maggioranza con la sola astensione di Leu, purtroppo, e naturalmente il voto contrario di Fratelli d’Italia.

Ma ad un consenso parlamentare così largo non sembra corrispondere un uguale entusiasmo da parte della stampa specializzata. Nel più favorevole dei casi si osserva che il progetto si inserisce nelle tradizione delle riforme soft all’italiana, che non toccano minimamente il sistema preesistente, anzi trattano la materia in modo conservativo.

Si potrebbe dire che la montagna ha partorito il topolino. Ma in questo caso abbiamo qualcosa di peggio. Il documento parlamentare non lo nasconde e nelle prime righe fa sapere che i suoi obiettivi sono “stimolare l’incremento del tasso di crescita potenziale dell’economia italiana e rendere il sistema fiscale più semplice e certo”. La giustizia fiscale non rientra tra le preoccupazioni degli estensori, quindi nulla si dice della necessità prioritaria di ristabilire il principio costituzionale della progressività, svuotato da anni di leggi e leggine sotto la spinta delle varie lobbies.
Viene confermato il regime forfettario, quindi una flat tax, per gli autonomi con ricavi inferiori ai 65mila euro annui, mentre si auspica che venga ridotta l’aliquota sui redditi da capitale, ora al 26%, a un livello “prossimo all’aliquota applicata al primo scaglione Irpef”.

Su questa imposta converge tutta l’attenzione del documento, che suggerisce il mantenimento della struttura a scaglioni delle aliquote – liquidando l’ipotesi di un passaggio alla progressività continua come nel sistema tedesco – e auspica fortemente di salvare la “classe media” – punto di riferimento sociale di tutta l’operazione, riducendo la pressione fiscale tra i 28mila e i 55mila euro. Si chiede l’abrogazione dell’Irap e una semplificazione dell’Iva, mentre non si affronta il tema dell’erosione della base imponibile Irpef benché sollevato in quasi tutte le audizioni.

È evidente che in questo quadro non ci poteva essere né una tassa di successione né la patrimoniale, benché quest’ultima avesse fatto capolino in una prima bozza. Quindi silenzio totale sulla riforma del catasto. Il tutto è stato accolto con grande gioia di Salvini e non stupisce. I critici più teneri si augurano che poi il governo intervenga migliorando quanto il Parlamento gli ha consegnato. Ma è inutile coltivare simili illusioni. Aggrapparsi a una logica puramente emendativa assicura una sconfitta certa. Da questo quadro politico, malgrado che a livello internazionale di discuta di tassare le multinazionali, non può che arrivare il peggio specialmente su materie, come quella fiscale, che toccano direttamente la struttura di classe del paese.

Intanto le diseguaglianze prosperano a dismisura. Non solo da noi e in Europa, ma anche negli States, come rivela la Fed in un recentissimo rapporto su Wall Street, dove l’1% ha il 53% dei capitali e i bianchi – le differenze di reddito si mischiano e si aggravano con quelle etniche – detengono circa l’83% degli asset totali. Secondo calcoli di vari e attendibili economisti, la distribuzione della ricchezza è stata meno sbilanciata in Europa, ma anche qui si procede con rapidi passi in quella direzione: la quota di reddito totale fatta propria dal 10% con il reddito più alto è passata da meno il 30% negli anni 80 ad oltre il 35% ai giorni nostri.

In Italia l’1% possiede il 25% della ricchezza complessiva, mentre il 60% più povero se la deve cavare con il 15%. In più nel nostro paese la ricchezza ha un tasso di patrimonializzazione più elevato che nel resto del contesto europeo. Non si potrà mai incidere su questo stato di cose, se non contribuendo a creare un movimento reale che faccia della giustizia fiscale e redistributiva uno dei suoi punti qualificanti, entro cui collocare la rivendicazione di una tassazione dei patrimoni.

Per tutte queste ragioni abbiamo firmato e invitiamo a farlo la Proposta di legge di iniziativa popolare, avanzata da Sinistra Italiana, sulla “Istituzione di un’imposta ordinaria sostitutiva sui grandi patrimoni”, la cui base imponibile è costituita da una ricchezza netta superiore a 500.000 euro, modulata secondo criteri di progressività fino a giungere all’aliquota del 2% per valori superiori a 50 milioni di euro, che per l’anno 2022 e per una base imponibile superiore a un miliardo di euro deve arrivare al 3% per fare fronte alle esigenze della ricostruzione postpandemica. Si può discutere all’infinito sulle cifre, se troppo o troppo poco. Quel che conta è rompere il muro dell’ingiustizia fiscale. Come dice Thomas Piketty: “Il sistema fiscale di una società giusta si dovrebbe basare su tre grandi imposte progressive: sulla proprietà, sulle successioni, sul reddito”.