STAY HUMAN da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
4765
post-template-default,single,single-post,postid-4765,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-1.2.1,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-5.2.1,ajax_fade,page_not_loaded,wpb-js-composer js-comp-ver-6.1,vc_responsive

STAY HUMAN da IL MANIFESTO

Covid-19 e la cancellazione del debito

Nuova Finanza pubblica. La rubrica settimanale a cura di Nuova Finanza pubblica

 Antonio De Lellis 18.07.2020

La crisi del debito nella maggior parte dei paesi era preesistente alla crisi del Coronavirus. Anche prima dello scoppio della pandemia, 124 paesi del Sud del mondo erano fortemente indebitati.

Nel 2019, questo debito ha raggiunto il livello più alto della storia.

Il debito totale dei paesi marginali è più che raddoppiato tra il 2007 e il 2017 (da $ 1.244 a $ 2.630 miliardi), dopo un decennio di relativa stabilità.

La natura del debito si è evoluta dalla crisi degli anni ’80: il 44% dello stock di debito totale dei paesi marginali è dovuto ai creditori privati e nuovi finanziatori. La Cina detiene circa il 25% dello stock di debito bilaterale dei paesi a basso reddito prima di Covid-19.

La Cina detiene circa il 25% dello stock di debito bilaterale dei paesi a basso reddito

A causa del rimborso del debito, tra il 2014 e il 2018, la spesa pubblica per i servizi è diminuita del 18,42% in America Latina e nei Caraibi e del 13% nell’Africa sub-sahariana.

Nel 2019 erano 64 i paesi che diedero la priorità al servizio del debito rispetto ai servizi sanitari, spendendo fino a quattro volte di più che per la salute.

A causa di Covid-19 e delle relative misure di blocco, 265 milioni di persone potrebbero affrontare la fame entro la fine dell’anno e oltre mezzo miliardo di persone potrebbero essere trascinate nella povertà.

La cancellazione del debito non dovrebbe essere vista come una questione di misericordia o perdono, ma come una questione di giustizia e sopravvivenza.

Anche le Conferenze episcopali africane hanno chiesto la cancellazione dei debiti e aiuti sostanziali da fornire ai paesi per sostenere l’istituzione di sistemi sanitari di qualità.

La cancellazione, non la sospensione, è necessaria in modo che sia chiaro che non stiamo semplicemente dando dei calci alla lattina lungo la strada.

Questi debiti dovrebbero essere qualificati come insostenibili o discussi in uno “stato di necessità” poiché impediscono agli stati di adempiere ai loro obblighi primari nei confronti della popolazione in termini di rispetto dei diritti e dei bisogni fondamentali quali definiti nel Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile fino al 2030.

Timori per la riduzione del debito sono anche collegati alla tirannia delle agenzie di rating del credito, con i governi indebitati preoccupati che non avranno accesso ai finanziamenti futuri se acconsentono a qualsiasi cancellazione del debito.

Il segretario generale delle Nazioni Unite e l’UNCTAD hanno chiesto l’istituzione di una ristrutturazione del debito sovrano, nella risposta a lungo termine necessaria alla crisi di Covid-19.

Le Nazioni Unite dovrebbero convocare un vertice globale nel 2021, dove questo può essere discusso, compresi tutti i creditori pubblici e privati, i paesi indebitati, le agenzie di rating del credito e i gruppi della società civile per intraprendere una revisione trasparente di tutti i debiti al fine di identificare i debiti illegali, odiosi, illegittimi e non sostenibili da cancellare.

Ma anche per comprendere le diverse responsabilità sia del creditore che del debitore.

Tutti i debiti che non hanno giovato alla popolazione devono essere cancellati senza alcuna condizione.

Dobbiamo sfidare il modello di sviluppo orientato al consumo, contrapponendo un approccio basato sulla dignità umana e su una solidarietà comune, che anteponga le esigenze delle persone al rimborso dei creditori e a un sistema finanziario globale che non lavora per gli interessi delle persone, né per la protezione della nostra casa comune.

Il finanziamento dei servizi pubblici e la legge di Baumol

Quando la crescita della produttività è scarsa o nulla: un’ora di arpeggio oggi produce altrettanto Mozart che nel ’700, ma un’ora di lavoro produce 100 volte più orologi che all’epoca di Mozart.

Gaetano Lamanna 18.07.2020

Le risorse straordinarie stanziate per la sanità e la scuola, a seguito dell’emergenza Covid-19, rimediano in parte a una lunga stagione di tagli. C’è da dire, però, che l’ingente mole di stanziamenti in atto o in arrivo tramite il Mes e il Recovery fund non può considerarsi risolutiva di un problema che è strutturale e richiede l’individuazione di canali stabili di finanziamento.

Le proteste degli insegnanti e dei lavoratori dello spettacolo vanno prese molto sul serio. Reclamano risposte sostanziali. A questo proposito ci può essere d’aiuto, per la sua estrema attualità, la teoria sulla «malattia dei costi», elaborata negli anni sessanta del secolo scorso da un grande studioso di microeconomia, William J. Baumol.

Vi sono attività, afferma Baumol, caratterizzate da una scarsa (o nulla) crescita della produttività e il cui costo relativo sale soprattutto per gli effetti determinati dall’incremento della produttività nei settori dinamici dell’economia.

Nelle attività artistiche o di cura, ad esempio, l’impegno umano è insostituibile e difficilmente si può ottenere una contrazione dei costi per mezzo del progresso tecnico. Un’ora di arpeggio oggi produce altrettanto Mozart di quando lui era vivo, ma un’ora di lavoro produce cento volte più orologi che all’epoca di Mozart. Ciò significa che un concerto di Mozart costa cento volte più orologi che in quell’epoca.

Quindi, sostiene Baumol, il settore dinamico dell’economia determina i costi del resto del sistema produttivo, a meno di mantenere costanti i salari nel settore stagnante, eventualità questa certamente non proponibile.

Per un lungo periodo di tempo, nonostante i costi crescenti della sanità, del sistema educativo o delle attività artistiche, la nostra società ha potuto permettersi più educazione, più servizi sanitari, più attività culturali perché la produttività globale crescente ha consentito di sostenere le maggiori spese di questi settori.

I problemi finanziari sono nati quando i governi centrali e gli amministratori locali hanno cominciato a ridurre le risorse destinate al settore dei servizi sulla base della dinamica della produttività «interna» trascurando l’effetto indotto derivante dal resto dell’economia. Con la conseguenza di non riuscire a mantenere gli standard dei servizi richiesti dalla popolazione, anzi di rinunciare al loro miglioramento, che avrebbe al contrario richiesto una crescente quota di forza lavoro e di risorse impiegate.

Baumol fa, dunque, una critica spietata alle soluzioni basate sull’applicazione di criteri di gestione efficentisti e aziendali a settori in cui la crescita dei costi è incomprimibile. Il problema, non solo in Italia, è di sconfiggere ideologie che ci portiamo dietro dagli anni ottanta, da quando cioè è cominciato a soffiare forte il vento thatcheriano e reaganiano.

Il modello del «morbo di Baumol» aiuta a spiegare l’andamento crescente e la natura dei costi di taluni servizi. In alcuni casi, per esempio, la produttività per addetto è addirittura diminuita, come nel caso delle scuole materne ed elementari per le quali si è passati da uno a più insegnanti per classe. Anche nella sanità la produttività è destinata a ridursi per le misure anti-Covid.

Senza il riconoscimento del carattere particolare di alcuni servizi non se ne esce. Se questa interpretazione, basata sulla costatazione della scarsa (o nulla) crescita di produttività in attività di vitale importanza è giusta, la soluzione consiste nell’assegnare parte della crescita della produttività ottenuta nel settore dinamico dell’economia ai servizi caratterizzati da produttività stagnante.

Ci possiamo insomma permettere il costo dei «servizi stagnanti», cioè di tutte quelle attività che presuppongono lavoro manuale e attenzione personale, di quei settori che oppongono resistenza alla riduzione della forza lavoro per unità di prodotto e, in alcuni, implicano processi di produzione intrinsecamente non standardizzabili.

Insomma, trasferire piccole quantità di risorse dai settori a produttività crescente in quelli della produzione degli stagnant services è la condizione per avere più cure sanitarie, più assistenza all’infanzia e alla terza e quarta età, più manutenzione del tessuto urbano, più cultura e arte.

Rispetto ai tempi in cui Baumol ha studiato il «morbo dei costi», sono aumentati, da un lato, i settori ad alta tecnologia e ad alta produttività (premiati fiscalmente) e, dall’altro, sono nati nuovi imperi finanziari e digitali, che hanno determinato una concentrazione di ricchezza mai vista prima e che, di fatto, non pagano imposte nei paesi in cui producono utili giganteschi.

Forse è il momento giusto per determinare, tramite la leva fiscale, un adeguato trasferimento di risorse anche da quei monopoli digitali che dominano la finanza e il mercato globale, destinandolo a settori e attività da cui, altrimenti, la maggioranza della popolazione, potrebbe essere esclusa.