SPAZIO E DOMANDE PER IL NUOVO PRESENTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SPAZIO E DOMANDE PER IL NUOVO PRESENTE da IL MANIFESTO

Lo spazio per pensare il nuovo presente

ITINERARI CRITICI. «Un mondo da guadagnare», disponibile dal 28 in libreria per Meltemi. Uno stralcio dall’introduzione del volume che raccoglie saggi e interventi dell’ultimo decennio. Le interlocuzioni vanno da Brett Neilson ai «classici» Du Bois, Fanon, Foucault e soprattutto Marx

Sandro Mezzadra 26.05.2020

La crisi della moderna forma Stato a fronte dei processi globali contemporanei, le tensioni a cui vengono sottoposti concetti politici fondamentali (come ad esempio quello di cittadinanza), il rilievo costitutivo dei movimenti migratori e più in generale delle pratiche di mobilità per il mondo in cui viviamo, l’esigenza di ripensare la categoria marxiana di forza lavoro (e il problema della sua produzione), lo spiazzamento dello sguardo rispetto alla centralità indiscussa dell’Europa e dell’Occidente, alimentato dal confronto con la critica postcoloniale.

QUESTI E ALTRI TEMI vanno indagati con un metodo che punta a far emergere le formidabili tensioni che segnano l’attuale congiuntura a livello mondiale, la violenza che ne deriva e al tempo stesso l’insieme delle pratiche e delle lotte con cui i soggetti dominati e sfruttati si contrappongono a quella violenza, indicando – in modo del tutto concreto – la possibilità di un suo superamento. Il mondo viene così pensato al tempo stesso dal punto di vista dei processi materiali che ne intessono la trama e da quello della sua possibile trasformazione. Un mondo da guadagnare, per riprendere una suggestione classica.
Il riferimento al mondo non è per me metaforico. Consapevole della difficoltà del compito, cerco piuttosto di assumere la dimensione mondiale come sfondo della mia riflessione su ciascuno dei temi affrontati – dal ripensamento critico del federalismo alle migrazioni, dal dialogo a distanza tra Marx e Foucault a quello tra Du Bois e Fanon, per limitarsi a qualche esempio. La questione dello spazio, e dunque delle coordinate spaziali degli stessi concetti con cui si tenta di pensare il presente, ha acquisito per me un rilievo fondamentale nel corso del tempo, in particolare sulla base del lavoro sui confini e sui processi globali sviluppato con Brett Neilson.

La «globalizzazione» non è, secondo la nostra prospettiva, un processo di livellamento delle differenze e di progressiva costituzione di uno spazio planetario «liscio»: al contrario (e per questa ragione occorre guardare con cautela a ogni frettolosa dichiarazione della sua crisi o della sua fine), è un insieme di processi complessi e contraddittori, in cui la riorganizzazione del mercato mondiale come ambito di riferimento delle operazioni fondamentali del capitale (caratterizzate da una specifica omogeneità) è costretta a misurarsi con molteplici resistenze e attriti, che danno luogo a una profonda eterogeneità di formazioni spaziali, economiche, politiche, sociali e culturali. È una situazione studiata sia dal punto di vista delle migrazioni sia dal punto di vista di un’analisi critica del capitalismo contemporaneo e delle sue implicazioni politiche.

IN QUESTE CONDIZIONI, assumere il mondo come scala geografica fondamentale di ogni riflessione sul presente non ha nulla di astratto: fa piuttosto riferimento alla necessità di incorporare all’interno degli stessi concetti che utilizziamo l’insieme delle rotture geografiche e della turbolenza geopolitica determinate dai processi globali contemporanei.
Sullo sfondo di questi processi, lo stesso senso del luogo si modifica profondamente – e ad esempio l’Europa assume una posizione ben diversa da quella (egemonica) che per secoli si è costruita entro una storia di espansione, dominazione e conquista. La decolonizzazione si carica in questo quadro di nuovi significati e guadagna una nuova rilevanza, mentre la condizione postcoloniale rende possibile far risuonare contesti come quelli latinoamericani o asiatici nell’analisi degli sviluppi e dei conflitti europei contemporanei.

Così inteso, il mondo diviene un criterio di metodo, determina un insieme di dislocazioni che investono lo stesso piano della riflessione teorica e apre quest’ultima alla ricerca di concetti che siano in grado di cogliere le dimensioni comuni di un’esperienza che assume tratti planetari e al tempo stesso di articolare la profonda variabilità di quella esperienza in diversi contesti materiali.

SOTTO IL PROFILO POLITICO, il compito che ne deriva è in primo luogo la reinvenzione dell’internazionalismo – o l’invenzione di un nuovo linguaggio in grado di affrontare il problema che storicamente l’internazionalismo aveva affrontato: quello di dare espressione a una comune realtà di oppressione e a un comune desiderio di liberazione.
Se le coordinate spaziali delle ricerche che si presentano nei capitoli di questo libro sono mondiali, resta da dire qualcosa sulle coordinate temporali, contraddistinte dal tentativo di pensare criticamente il presente come un problema. È noto: unica dimensione temporale assolutamente reale, il presente è anche sempre in dissolvenza, «mentre esso viene mostrato», per citare la Fenomenologia dello spirito di Hegel, «esso ha già cessato di essere». «A un presente che non è passaggio, ma in bilico nel tempo e immobile il materialista storico non può rinunciare», scrive tuttavia Walter Benjamin nelle Tesi di filosofia della storia.

È IN GENERALE questo essere «in bilico nel tempo» a definire il presente. Bisogna assumerlo sia come oggetto di critica sia come punto di vista: nella dissolvenza del presente occorre afferrare le tendenze che anticipano il futuro e intravedere il balenare di un lungo periodo che ci conduce verso il passato. Su queste dimensioni della temporalità i capitoli che seguono si sporgono a più riprese, tentando di formulare non tanto delle prognosi quanto più modestamente delle ipotesi sugli sviluppi futuri e ripercorrendo a ritroso (con piglio genealogico) alcune tracce proposte dai problemi di volta in volta studiati.

Baricentrato sul presente, il discorso è tutt’altro che estraneo alla storia, per quanto – riprendendo ancora Benjamin – tenti di tenersi a distanza dal «bordello dello storicismo» (una questione analizzata, sulla base del confronto con Dipesh Chakrabarty). L’analisi delle migrazioni contemporanee attraverso il Mediterraneo porta così, ad esempio, a riscoprire la storia della lotta contro la schiavitù negli Stati Uniti del XIX secolo, lo studio dei profili del federalismo riconduce alle origini della moderna forma Stato, mentre il confronto con il rilievo attuale della tematica dell’estrattivismo si accompagna da riferimenti alle origini della colonizzazione spagnola in America Latina e alla storia delle lotte che hanno scandito l’estrazione e la lavorazione della gomma.

Definita da coordinate spaziali mondiali e da una focalizzazione sul presente, la teoria politica è per me essenzialmente teoria critica. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le «critiche della critica», in particolare sulla base del fatto che la critica tenderebbe a occupare una posizione esterna rispetto al suo oggetto e a svolgersi secondo modalità essenzialmente «negative»: la critica assumerebbe di conseguenza toni in ultima istanza malinconici – alimentando quella «malinconia di sinistra» che costituirebbe una specifica patologia del nostro tempo. Discutere a fondo queste posizioni richiederebbe una ricostruzione delle diverse tradizioni e dei diversi significati della «teoria critica» – troppo spesso schiacciati nel dibattito sul mainstream della scuola di Francoforte.

«NOI NON ANTICIPIAMO dogmaticamente il mondo, ma dalla critica del vecchio mondo vogliamo evincere il mondo nuovo»: da queste celebri parole di Marx, tratte da una lettera ad Arnold Ruge del settembre del 1843, si può certo derivare un’immagine della critica del tutto refrattaria a ogni tonalità malinconica. «La filosofia si è mondanizzata», proseguiva Marx, »e la prova più evidente è che la coscienza filosofica è coinvolta non solo esteriormente, bensì pure interiormente, nel tormento della lotta»: presentata come compito essenziale del presente, la critica si installa qui all’interno dei conflitti che lo innervano e lo costituiscono, e assume il presente al tempo stesso come suo punto di vista e come suo oggetto eminente – «la critica radicale di tutto l’esistente». È certo soltanto uno schema generale, che deve essere articolato, variato, innovato profondamente sulla base delle acquisizioni storiche e politiche accumulate nel tempo che ci separa da Marx. Questo schema continua a essere una buona esemplificazione del senso in cui definisco critica la teoria politica che tento di praticare.

Domande inevase sulla teoria del lavoro

Saggi. “Smith Ricardo Marx Sraffa: il lavoro nella riflessione economico-politica”, un volume di Riccardo Bellofiore per Rosenberg&Sellier. Un’indagine filologica sull’economia politica, prima e dopo Marx

Domenico Passarelli 26.05.2020

L’idea di un Marx che nella sua critica dell’economia politica miri alla costruzione di un’antropologia monodimensionale schiacciata sul lavoro e, dunque, sull’annullamento di ogni altra possibilità di emancipazione se non quella della lotta di classe all’interno della configurazione del rapporto capitale-lavoro è, storicamente, una delle critiche più feconde a tutto l’impianto teorico del filosofo di Treviri.

NON È UN CASO se molto spesso nel dibattito a sinistra (almeno quello più alla moda) paradigmi teorici tesi a smarcarsi da questa lettura siano quelli che maggiormente raccolgono entusiasmi in una realtà che vede il capitale assorbire completamente il lavoro, ponendosi come totalità.

I vari anti-lavorismi, il fully automated luxury communism, l’accelerazionismo di destra e di sinistra trovano forse la loro filiazione proprio in una certa tradizione esegetica che è sempre stata in imbarazzo di fronte alla presunta idea marxiana di una ontologia del lavoro in quanto «modello» dell’agire umano.

L’ULTIMO LIBRO di Riccardo Bellofiore, Smith Ricardo Marx Sraffa: il lavoro nella riflessione economico-politica (Rosenberg&Sellier, pp. 398, euro 24) non solo aiuta a ricostruire con spirito filologico gli elementi costitutivi della teoria del lavoro, prima e dopo Marx, così come si è configurata nella storia dell’economia politica, ma rende evidente come siano le risposte alle domande ancora inevase su quella teoria a essere valide, più in generale, per molte vexatae quaestiones sulla natura stessa del sistema capitalistico. Perciò, l’origine dell’idea della liberazione dal lavoro è da ricercarsi nella tradizione liberale dove il lavoro – ricorda Bellofiore – fu sempre toil and trouble e mai possibile realtà appartenente alla sfera dell’umano, anche al di fuori dei rapporti di produzione.

È PROPRIO il Keynes avvertito oggi come più attuale e contemporaneamente più utopico,- quello delle Economic Possibilities for Our Grandchildren – a concepire l’unica realizzazione possibile dell’uomo fuori dall’ambito dell’economico in una società liberata dal lavoro salariato attraverso la sempre più capillare automazione dei processi produttivi. Un Keynes che, in fondo, senza prevedere «l’espansione artificiale dei bisogni» caratteristica del capitalismo contemporaneo, somiglia molto al Marcuse di Eros e civiltà nel ribaltamento totale del principio di realtà a favore del principio del piacere, con la valorizzazione del gioco e dell’ozio.

Proprio le critiche di sponda femminista a questo fraintendimento sulla strada della costruzione di una antropologia marxista (come ad esempio quella di matrice psicoanalitica di Nancy Chodorow) sono per Bellofiore utilissime a riconsiderare tutto l’impianto del problema. L’autore avverte che se è lecito pensare con Claudio Napoleoni a una patente di legittimità per il lavoro al di fuori del campo dell’economico, si può allora arrivare a pensare la necessità di una liberazione del lavoro così come configurato all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, immaginando un lavoro profondamente diverso da quello salariato, magari non alienato, libero e pienamente umano.

NEI FATTI, IN MARX esiste un senso (e non una teleologia) nella storia del capitale e questo può essere individuato nell’universalizzazione del lavoro e nella conseguente costituzione del lavoratore come individuo essenzialmente sociale. La violenza del capitalismo si prefigurerebbe nell’epoca del neoliberismo ancora più chiaramente, prima ancora che come una violenza sui diritti dei lavoratori come una distorsione della natura del lavoro stesso nella direzione di una sua assolutizzazione.

Questa impostazione del problema consente peraltro all’autore di avanzare un’attualissima critica alle basi della teoria dell’ecomarxismo di James O’Connor. L’economista americano, tentando meritoriamente di conciliare la teoria ecologica con quel Marx «produttivista», mancava di comprendere come la critica marxiana fosse ben oltre la centralità dell’economico e avanzasse una teoria del lavoro che superava sia l’aspirazione borghese di un’uscita dal lavoro come unico orizzonte antropologico sia il suo opposto, ovvero l’azione totalizzante di quest’ultimo sulla natura umana. La sfida reale si configurerebbe, accogliendo i problemi posti dalla piena automazione, come la ricerca di un vero ruolo per il lavoro dentro e per la rivoluzione oltre il capitalismo.