SPACCATO DI SOCIETÀ CONTEMPORANEA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SPACCATO DI SOCIETÀ CONTEMPORANEA da IL MANIFESTO

Noi «abbiamo pagato», i colpevoli ancora no

Strage di Viareggio. Un pronunciamento che condizionerà altri processi e tutta la filiera della sicurezza nelle ferrovie e non solo, di cui ancora però non conosciamo le motivazione perché a distanza di oltre sei mesi non sono state pubblicate***  16.07.2021

Come ferrovieri e Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, abbiamo il dovere di ringraziare e di rendere conto dell’esito della campagna di solidarietà e sottoscrizione lanciata da queste pagine nel mese di aprile per affrontare una pesante intimidazione di natura politico giudiziaria. Abbiamo partecipato al processo per la strage di Viareggio – 32 morti e la distruzione tra le fiamme di un intero quartiere in seguito al deragliamento di una cisterna di Gpl – come parti civili nei primi due gradi di giudizio per essere poi delegittimati dalla cassazione.

Di conseguenza abbiamo subito l’addebito delle ingenti spese legali e la condanna alle spese processuali, per l’ammontare di circa 80.000 euro. Un cifra enorme per noi sei, semplici lavoratori, entrati come ‘parte’ nel procedimento giudiziario al fianco dei familiari per offrire un contributo di conoscenza diretta dei processi produttivi. Nei giorni scorsi grazie alla solidarietà diffusa abbiamo potuto saldare il nostro debito e con sei bonifici da 11.997,22 euro ciascuno, abbiamo “pagato i colpevoli”, così come stabilito dalla discutibile sentenza della Cassazione dell’ 8 gennaio scorso. Ma i colpevoli devono ancora pagare.
Una sentenza politica, dal cui dispositivo traspare una cultura giuridica conservatrice e reazionaria, poiché ha assolto le imprese e il sistema industriale finanziario delle ferrovie, disapplicato la disciplina del TU 81/08 della sicurezza sul lavoro per chi opera con treni e binari e determinato la prescrizione del reato di omicidio colposo.

Un pronunciamento che condizionerà altri processi e tutta la filiera della sicurezza nelle ferrovie e non solo, di cui ancora però non conosciamo le motivazione perché a distanza di oltre sei mesi non sono state pubblicate. Un ritardo per noi incomprensibile. Data per scontata la complessità del processo, sarebbe stato ragionevole aspettarsi un lungo tempo di riflessione i camera di consiglio per la decisione; assolvere o condannare delle persone merita sempre la massima cautela e accuratezza, mentre sfugge la ragione di un tempo così lungo per scrivere in bella copia le ragioni che hanno condotto a quelle decisioni. Una sentenza che poteva avere in futuro un possibile micidiale effetto collaterale di dissuasione verso tutti i lavoratori perché chiamati a rispondere individualmente sul piano economico solo per aver ‘osato’ entrare nel processo contro i vertici di gran di imprese.

Oltre tremila sottoscrittori ci hanno consentito invece di raccogliere anche più delle somme strettamente necessarie e di poter dimostrare che in quelle aule, per oltre dieci anni di udienze, non eravamo soli ma rappresentavamo migliaia di cittadini e lavoratori indignati da quanto accaduto a Viareggio. Oltre ai 71.989,20 euro già versati, una volta soddisfatti gli ‘obblighi giudiziari’, alla luce delle motivazioni della sentenza, destineremo le somme eccedenti all’eventuale proseguimento del percorso legale relativo alla strage di Viareggio, a iniziative di solidarietà in tema di salute e sicurezza del lavoro e del trasporto ferroviario e in favore di lavoratrici e lavoratori oggetto di repressione, versandole per intero alla Cassa di Solidarietà tra ferrovieri, quale strumento di tutela e sostegno collettivi. Il rendiconto economico dettagliato è disponibile sul sito della storica rivista dei ferrovieri.

Possiamo dire che il tentativo di intimidazione e di isolamento nei nostri confronti non è riuscito, ma che anzi, è stato respinto al mittente grazie alla solidarietà diffusa e all’impegno di migliaia di cittadini, lavoratori, ferrovieri sindacati e di collettivi organizzati. Tra questi il Manifesto che vogliamo ringraziare in modo particolare per aver dato avvio alla campagna di informazione per la sottoscrizione e per aver anche contribuito materialmente con una somma non trascurabile. Quando si dice che non tutti i giornali sono uguali… vuol dire che alcuni restano un prezioso strumento di democrazia, partecipazione e solidarietà che va doverosamente incoraggiato e sostenuto.

* * * Vincenzo Cito, Filippo Cufari, Dante De Angelis, Maurizio Giuntini, Alessandro Pellegatta e Giuseppe Pinto.

«Il maestro non può educare alla pace» Per protesta a digiuno da 41 giorni

Metodo «Bimbisvegli». Giampiero Monaca difende un modello pedagogico «democratico»Linda Maggiori  16.07.2021

Da 41 giorni il maestro Giampiero Monaca è in sciopero della fame per difendere un innovativo e democratico modello pedagogico (metodo Bimbisvegli). Un metodo, già oggetto di tesi e ricerche universitarie, che però negli anni ha infastidito dirigente e collegio docenti del V circolo di Asti, al punto da rendere ormai impossibile il proseguimento del progetto.

Ma Giampiero non ci sta e si appella direttamente al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi affinché il metodo «Bimbisvegli» sia riconosciuto a livello nazionale. Quando parla, sembra di ascoltare un novello Don Milani: «Da 15 anni sperimento questa pratica educativa che considera i bambini competenti e cittadini attivi, e non vasi vuoti da riempire. Ho iniziato quando era maestro ad Asti, poi nel 2017 sono stato trasferito a Serravalle, una piccola scuola dispersa di frazione, dove nessuno voleva andare, mi ci hanno mandato quasi in esilio, sperando di spegnere questo progetto. Ma grazie alla collaborazione di alcuni colleghi e all’entusiasmo delle famiglie, il metodo è andato avanti. Da noi non ci sono compiti, non c’è cattedra, ci si dispone tutti in cerchio, si condivide il materiale didattico, si valorizzano gli errori e le forme di autoapprendimento. Si invitano spesso persone esterne, abbiamo incontrato tanti migranti che ci hanno raccontato la loro storia, condiviso il loro sapere. La pace è il principio e l’insegnamento fondamentale. Usciamo molto all’aperto, la natura è una grande alleata. In realtà non c’è nulla di nuovo in questo metodo. Montessori, Lodi, Malaguzzi, don Milani già avevano detto tutto. Ci ispiriamo anche all’apprendimento cooperativo di Celestin Freinet, alla pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, all’autoeducazione in natura di Robert Baden Powell».

La piccola comunità di Serravalle in questi anni si è stretta attorno al maestro, e i bambini che frequentano la piccola scuola sono aumentati (53 in tutto). In questi anni, maestro e bambini hanno scritto lettere a ministri, sindaci, potenti, per cambiare le piccole grandi ingiustizie che vedevamo intorno a loro, togliere l’amianto, recuperare il cibo in mensa, aiutare i migranti a integrarsi. «Negli anni abbiamo incontrato tanti attivisti per la pace, ci è rimasto nel cuore Vittorio Arrigoni, leggevamo in classe le sue cronache da Gaza, fino al suo assassinio. Da allora, per condividere riflessioni e pensieri dei ragazzi abbiamo creato il sito www.bimbisvegli.net, dove i bambini si sperimentano blogger in erba e mettono in pratica la loro capacità di ragionamento».

Le normative anti-Covid hanno dato un duro colpo a questo metodo impedendo di incontrare gente esterna e di condividere i materiali scolastici, a queste si sono aggiunti provvedimenti sempre più punitivi da parte della dirigente.

«Dal 2019 il metodo non esiste più nel programma della scuola, il collegio docenti ha votato contro e la dirigente ha sempre evitato di riproporlo. Ma io ed alcuni colleghi siamo andati avanti lo stesso. Alla fine del 2020 sono arrivati rapporti e sanzioni disciplinari a mio carico. Sono stato sospeso per un giorno, e poi, sempre per punizione, per 4 mesi ci è stato impedito di portar fuori i bambini. In seguito ci hanno impedito di allontanarci oltre i 400 metri, poi ci hanno tolto i banchi all’aperto, con la scusa che erano pericolosi (senza però rimetterli a norma). Poi hanno vietato ai bambini di cambiarsi scarpe quando uscivano, perché era “indecoroso” lasciar scarpe fuori e quindi di nuovo ci hanno vietato di uscire. Per finire la dirigente ha tolto anche la storica bandiera della pace perché “non istituzionale”. Abbiamo fatto un presidio di protesta, anche con i genitori, e ci hanno mandato la Digos. Perfino il progetto di scuola estiva non è stato approvato dalla dirigente e non ci è stata concesso il cortile della scuola. Lo sciopero della fame andrà avanti finché non otterremo risposte. Voglio sapere se sono davvero un cattivo maestro o se questo metodo è importante per far crescere bambini sani e consapevoli e per migliorare la scuola pubblica».

Il caso in breve tempo è diventato di dominio nazionale, il deputato Leu, Federico Fornaro, ha depositato un’interrogazione indirizzata al ministro Bianchi chiedendo «se non ritenga utile valorizzare l’esperienza di questa piccola scuola e inserire il metodo Bimbisvegli tra le tante realtà di sperimentazione e di valorizzazione delle avanguardie educative». Interrogazioni anche dei consiglieri di minoranza nel Consiglio Comunale di Asti e la lettera (firmata da 43 famiglie) inviata all’Ufficio scolastico regionale e al Ministero dell’Istruzione dalla comunità educante di Serravalle. Si sta interessando al caso anche il Comitato Nazionale contro Mobbing-Bossing Scolastico. In questi giorni è finalmente iniziata l’indagine ispettiva del Ministero dell’Istruzione per determinare se Bimbisvegli sia una metodologia didattica innovativa e vada per questo promossa e tutelata.

E ieri, nel giorno in cui si è votato per il rifinanziamento della Guardia Costiera libica, il maestro ha rimarcato la sua solidarietà ai migranti unendosi al “digiuno nazionale di giustizia”: ora è in sciopero della fame e della sete.

Giovani campioni d’Europa

Divano. La rubrica a cura di Alberto OlivettiAlberto Olivetti 16.07.2021

Nella notte di lunedì, ho assistito con agio dalle finestre di casa alle manifestazioni di entusiasmo per l’Italia campione d’Europa. Gli azzurri, sul campo londinese di Wembley, hanno da pochi minuti battuto ai rigori la nazionale inglese. È mezzanotte. Da Piazza del Popolo, dove hanno seguito su grandi schermi la partita, due o tre migliaia di tifosi imboccano via del Corso. Non si riversano a formare un corteo. Non si abbracciano, non si mescolano. Entrano a gruppi e restano tra loro più o meno compatti e separati dagli altri. Nella stragrande maggioranza si tratta di giovani e di adolescenti che avanzano a passo celere, ma non di corsa, e alcuni, piuttosto, a saltelloni.

Donne e uomini in età scolare, come si dice, tra i quindici e i venticinque anni. Nessuno tra loro è munito di mascherina. Certi gruppi sono riconoscibili a colpo d’occhio, perché vestono magliette e shorts dello stesso colore e con le stesse scritte. Questi piccoli branchi accettano d’esser preceduti da un capo che si agita sbracciandosi, e si volge ai suoi incitandoli a un urlo coordinato o a gesti tra di sfida ed esultanza, ballati sulle gambe e agitati con le braccia. Non ho notato, se non per pochi casi, altrettante giovani donne procedere strette insieme. E invece ho visto più di una ragazza capeggiare esigui drappelli di sedicenni.

La più parte delle ragazze vestono pantaloncini assai succinti e attillati, minimi top che lasciano scoperte braccia frequentemente tatuate. I ragazzi in gran numero transitano a torso nudo, roteando t-shirt a mo’ di frombole, nell’altra mano qualcuno sventola una bandierina tricolore. Nella maggioranza scorgi i disegni tatuati sui bicipiti, sui polpacci, sulle schiene. Altri sventolano bandiere grandi che garriscono al vento quando scattano in brevi, rapide corse. E c’è chi, incedendo a gran passi, si fa magnifico alfiere e rotea la lunga asta di un vessillo tricolore Molti fan rumore con certe trombette a pompa che emettono un suono penetrante, stentoreo, sempre uguale. Si tratta, constato, di uno strumento perfettamente congegnato per produrre, uno qua uno là, in un discorde crescendo, un universale fracasso. Altri hanno fischietti. Non sai se questo baccano sale dalla gazzarra o il trambusto si adegua ai tempi dello schiamazzo. In questa baraonda, a tratti e curiosamente, lo strepito tace quando, mille le braccia al cielo, più alte si levano le grida di vittoria.

Tra le più frequenti una che, ripetuta a intervalli regolari, si accende imponente e trascorre il mobile assembrarsi dei giovani come un richiamo convenuto: «Inghilterra vaffanculo, Inghilterra vaffanculo». E certo non sorprende il ricorso al «vaffanculo» rivolto all’avversario ad esaltazione dell’Italia vincitrice. È il «vaffanculo» che nel nostro paese da tempo è assurto a progetto politico, apprezzato e condiviso dal trentadue e passa per cento degli elettori, è la divisa di cui si fregiano duecento ventisette deputati e centododici senatori e, da quel 4 marzo 2018, non pochi ministri della Repubblica, i vincitori dell’ultima tornata elettorale.

Tra lo scoppio di petardi e certo fumo di candelotti qui rossi, laggiù bianchi, è doveroso prendere atto che i giovani tifosi uno slogan originale, per quanto mi è dato sapere, rivolgendosi alla squadra sconfitta, hanno aggiunto stanotte al parlamentare «vaffanculo». Esso suona un perentorio «si sono attaccati al cazzo», scandito mentre da Piazza del Popolo avanza uno striscione bianco, teso da un marciapiede all’altro quanto è larga la strada. È mantenuto da due giovani in pantaloncini neri e maglietta bianca, l’uno con nera barba e avvolto nel tricolore, l’altro glabro. In lettere maiuscole vi si legge: «La regina cia rotta la vagina». Adolescenze italiane stanotte libere, dopo mesi di scontento e demotivazione, nell’allegria della vittoria. Allegria? No, non mi pare la parola giusta. Vedo in loro non una condivisione, ma uno sfrenarsi in successioni di scatti, un esplodere in gesti compulsi e reiterati, un serrarsi, non un aprirsi, e un darsi, e un confidare. Per chi, come me, ha avuto vent’anni mezzo secolo fa è difficile farsi un’opinione dei ventenni di oggi.