SIGNORE E SIGNORI, ECCO IL POTERE! da IL MANIFESTO E CORSERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SIGNORE E SIGNORI, ECCO IL POTERE! da IL MANIFESTO E CORSERA

Se il potere è alla ricerca di una nuova sacralità

Scaffale. “Teocrazia e tecnocrazia” di Guglielmo Chiodi e Maria Immacolata Macioti per Guida. Limitandosi all’Occidente, nelle società tradizionali e pre-moderne, sia quelle feudali che quelle di Ancien Régime precedenti alla Rivoluzione francese, il potere si appoggiava e portava con sé un carisma sacro. Dopo la “fede” sono venute le ideologie politiche. E ora, con la pandemia, lo scientismo

Francesco Antonelli19.05.2020

Una delle cifre caratteristiche della crisi scatenata dal Covid 19 è il rafforzamento del ruolo che svolge la politica tecnocratica all’interno della società. Tale politica consiste nell’elaborare e implementare decisioni attraverso una dialettica tra membri dell’esecutivo ed esperti. Nonché nell’utilizzo massiccio delle tecnologie digitali per governare le società, controllare e monitorare i comportamenti delle persone. Una politica post-democratica – perché basata sulla progressiva marginalizzazione del ruolo decisionale delle assemblee elettive e della rappresentanza – già fortemente presente nel mondo globale pre-pandemia. Le risposte messe in campo dalle autorità politiche per farvi fronte hanno rafforzato questa tendenza, facendo dei comitati di esperti una costante di ogni processo decisionale. Un elemento che, probabilmente, diventerà sempre più strutturale oltre l’ambito dell’economia nel quale la politica tecnocratica ha messo radici forti.

ACCANTO ALLA NECESSITÀ di appoggiarsi su un sapere esperto per legittimare le proprie decisioni, stabilendo un contenuto forte che non deve passare per le complesse mediazioni parlamentari, il ricorso massiccio alla tecnica e agli esperti si appoggia a sua volta, a livello latente, alla ricerca di una nuova «aura sacrale» per la politica. Un tema al centro di un libro curato da Guglielmo Chiodi e Maria Immacolata Macioti intitolato Teocrazia e tecnocrazia (Guida, pp. 180, euro 15).

Limitandosi all’Occidente, nelle società tradizionali e pre-moderne, sia quelle feudali che quelle di Ancien Régime precedenti alla Rivoluzione francese, il potere si appoggiava e portava con sé un carisma sacro. Il sapere rivelato così come il clero che lo amministrava era la base per il mistero del potere, della legittimazione, della sovranità. E del diritto superiore a governare e prevalere sugli uomini. L’ascesa del mondo moderno ha formalmente rotto questo circuito tra potere e sapere sacrale ma non ha diminuito, a dispetto dei proclami filosofici contrari, la necessità per la sopravvivenza del potere e per accrescerne la forza, di ricorrere al mistero e al senso di una potenza ineffabile e superiore. In un primo momento questa esigenza è stata assolta dalle ideologie politiche.

TRAMONTATE queste nuove «religioni secolari», nel mondo contemporaneo l’aura di sacralità, superiorità e indiscutibilità del potere è ricercata nella paradossale sacralizzazione di ciò che si proclama come più distante dal sacro: scienza e tecnica. Teocrazia e tecnocrazia non sono così i due poli contrapposti del sociale e del politico. Ma due elementi che si compenetrano e cercano tra loro, subendo molteplici metamorfosi.

Se il libro curato da Chiodi e Macioti aiuta a cogliere meglio questo elemento strutturale del mondo globale, l’evolversi stesso della crisi legata al Covid 19, che pur lo ha posto di nuovo in primo piano, ci fa intravedere la sua possibile crisi: scienza e tecnologia partono come base indiscutibile delle decisioni del potere e della sua riconfigurazione ma, mano a mano che avanziamo nella crisi, si mostrano per quello che sono. Incerte, parziali, frutto di accese discussioni e di pareri contrastanti. Di divismo contrapposto al duro lavoro quotidiano.

Scienza e tecnologia ci sono necessarie in questa fase per orientarci nell’incertezza con quel minimo di luce che possono fornire. Così come, presumibilmente, per cercare di contrastare la catastrofe ecologica, anche recuperando il senso progressista con il quale, durante la fase del keynesismo-fordismo, esse sono state impiegate per il governo della società. Tuttavia, è del dogmatismo scientista e tecnologico che dobbiamo fare a meno, mostrando che il re è nudo, attraverso un rapporto più maturo e consapevole con il sapere esperto.

ANCORA UN RICHIAMO ALL’ORDINE.

Il Papa, il sentimento religioso e il richiamo agli «ultimi»
Ernesto Galli della Loggia | 18 maggio 2020

Un messaggio che ponga in secondo piano l’obbligo dei credenti verso Dio diventa puramente ideologico

Sul rapporto della Chiesa cattolica con la politica ha sempre pesato un sospetto: che tale rapporto equivalesse in pratica a un tradimento del Vangelo. Più o meno grave, più o meno consapevole, ma comunque un tradimento. Un tradimento quindi della missione della Chiesa stessa. Benché antichissima l’idea di questo contrasto è diventata più forte da due secoli a questa parte. Cioè da quando i cattolici si sono divisi in due schieramenti politicamente contrapposti: quelli orientati in senso genericamente conservatore (i quali accettavano il modo in cui la Chiesa era solita gestire da sempre il suo rapporto con la politica), e quelli invece di orientamento progressista (prima liberale, poi democratico e/o socialista) i quali invece hanno sempre rimproverato alla Chiesa un eccessivo politicismo e una scarsa attenzione al messaggio evangelico. Con papa Francesco questi secondi pensano di aver finalmente trovato chi finalmente realizza il loro ideale. Egli infatti farebbe certamente politica, sì, ma mettendo il Vangelo al primo posto: come dimostrerebbe per l’appunto il suo richiamo costante agli «ultimi», considerati i destinatari principali del messaggio evangelico.

Ora accade che Adriano Sofri e Gianni Vattimo, approvando del tutto un tale orientamento, dichiarino il proprio reciso disaccordo con un mio articolo (Corriere, 10 maggio) nel quale io ho invece sostenuto che la scelta di Bergoglio proprio con la sua insistenza sugli «ultimi» quasi mai accompagnata da un’eguale insistenza sugli aspetti religiosi in realtà finisca per essere più che altro una scelta ideologica, e di conseguenza politicamente inefficace. In realtà la discussione su questi temi risulterebbe più chiara e quindi più utile se preliminarmente ci si chiarisse su alcune premesse. Per quello che mi riguarda proverò per l’appunto a farlo, naturalmente nel modo molto sommario e perentorio inevitabile in questa sede.

1)La Chiesa in quanto organismo storico sviluppatosi nei secoli non è nata solamente per predicare il Vangelo bensì per un’impresa in certo senso ben più ardua, cioè per mediare tra il Vangelo e il mondo: la politica consiste per l’appunto, in tal caso, nello spazio richiesto da questa mediazione. Se il gruppo dei primi discepoli del Cristo non avesse annoverate personalità straordinarie, Paolo in primis, capaci di compiere la fondamentale scelta geopolitica di venire a Roma e — dopo tre secoli di ardente proselitismo religioso segnato dalla persecuzione — di compiere la scelta ancor più decisiva (e difficile) di stipulare un accordo intimamente politico con l’Impero, la Chiesa non esisterebbe. Chi ha letto qualche libro di storia sa che da allora è stata questa la via percorsa da Roma: il Vangelo ma sapendo di dover per arrivare prima o poi alla politica, e la politica per guadagnare spazio alla Chiesa e al Vangelo. Quando ad esempio nel Natale dell’800 d. C. Carlo Magno fu incoronato dal papa Sacro Romano Imperatore nessuno, presumo, gli chiese conto della strage di 20 mila Sassoni compiuta allo scopo di convertirli al Cristianesimo. Semplicemente la Santa Sede capì il vantaggio che ne aveva e si era convinta che il mondo e la sua storia non sono propriamente un idillio. Che se si vuole stare dentro all’uno e all’altra non sempre è possibile farlo obbedendo ai dieci comandamenti. Assai più spesso è necessario ricercare un compromesso tra essi e il principio di realtà, tra le ragioni di Dio e le ragioni degli uomini, cioè del potere (come del resto sa bene la stessa Chiesa di Francesco allorché per giungere a quell’ accordo con il potere comunista cinese che le sta massimamente a cuore chiude disinvoltamente gli occhi sulle sue innumerevoli malefatte). E’ da questa realistica presa d’atto che è sorta l’opera di altissimo equilibrismo intellettuale in cui si riassume l’esperienza bimillenaria della Chiesa cattolica. La cui moralità mi pare sia consistita in ciò: fino ai più ampli limiti del possibile nel non allontanare mai da sé chi intendeva rappresentare un punto di vista diverso, chi al principio di realtà opponeva per l’appunto il Vangelo. Vangelo che nel corso della storia della Chiesa non ha mai cessato di rappresentare il formidabile principio di contraddizione impossibile da cancellare e mai cancellato. Anche perché in ultima analisi era ad esso, al suo messaggio di salvezza, che la Chiesa sapeva bene di dovere il proprio seguito di massa e quindi la propria stessa forza politica.

2)Quanto al Vangelo, se posso osare di dire qualcosa, a me sembra che esso contenga non soltanto una predilezione per il peccatore, come scrive Sofri, ma in egual misura l’anatema per l’ipocrisia, per la spietatezza ipocrita di coloro che si affrettano a condannare il peccatore compiacendosi della propria finta osservanza della legge, finta perché in realtà peccatori anch’essi. E’ vero d’altra parte che il Cristianesimo ha significato una straordinaria rivalutazione storica, se così posso dire, della figura dei poveri, degli «ultimi». Ha fatto ciò, tuttavia, non già perché il suo testo ispiratore, il Vangelo, fosse un testo di riscatto sociale o perché al suo fondatore, a Gesù, interessasse un tale riscatto, ma semplicemente perché il Cristianesimo ha posto l’obbligo dell’amore e della pietà come obbligo dei credenti verso Dio, come l’essenza del suo messaggio religioso.

Da ciò il mio rilievo nei confronti di papa Francesco: perché mi pare che qualsiasi discorso in favore degli «ultimi» che però ponga in secondo piano l’obbligo ora detto — un obbligo che significa la necessità della conversione e insieme un rapporto personale con la verità della trascendenza — diventa puramente ideologico. E quindi tenderà inevitabilmente a fare della Chiesa un partito: il quale, come è proprio di ogni partito, piacerà agli uni e dispiacerà agli altri, piacerà alla Sinistra e dispiacerà alla Destra o viceversa, ma non produrrà la nascita di un sentimento religioso di nessun tipo in alcuno, assolutamente nulla che abbia a che fare con Dio. E perciò tantomeno servirà a far conseguire alla Chiesa stessa un qualunque obiettivo anche politico. Certamente potrà accrescere la popolarità del Papa presso l’opinione che conta, certamente potrà quindi consentire a Vattimo, come egli stesso ci ha detto, di sentirsi meno imbarazzato a dirsi cristiano, ma difficilmente produrrà

Piano Usa: controllo militarizzato della popolazione

Manlio Dinucci19.05.2020

La Fondazione Rockefeller ha presentato il «Piano d’azione nazionale per il controllo del Covid-19», indicando i «passi pragmatici per riaprire i nostri luoghi di lavoro e le nostre comunità».

Non si tratta però, come appare dal titolo, semplicemente di misure sanitarie. Il Piano – cui hanno contribuito alcune delle più prestigiose università (Harvard, Yale, Johns Hopkins e altre) – prefigura un vero e proprio modello sociale gerarchizzato e militarizzato. Al vertice il «Consiglio di controllo della pandemia, analogo al Consiglio di produzione di guerra che gli Stati uniti crearono nella Seconda guerra mondiale».

Esso sarebbe composto da «leader del mondo degli affari, del governo e del mondo accademico» (così elencati in ordine di importanza, con al primo posto non i rappresentanti governativi ma quelli della finanza e dell’economia). Questo Consiglio supremo avrebbe il potere di decidere produzioni e servizi, con una autorità analoga a quella conferita al presidente degli Stati uniti in tempo di guerra dalla Legge per la produzione della Difesa. Il Piano prevede che occorre sottoporre al test Covid-19, settimanalmente, 3 milioni di cittadini statunitensi, e che il numero deve essere portato a 30 milioni alla settimana entro sei mesi. L’obiettivo, da realizzare entro un anno, è quello di raggiungere la capacità di sottoporre a test Covid-19 30 milioni di persone al giorno.

Per ciascun test si prevede «un adeguato rimborso a prezzo di mercato di 100 dollari». Occorreranno quindi, con denaro pubblico, «miliardi di dollari al mese».

La Fondazione Rockefeller e i suoi partner finanziari contribuiranno a creare una rete per la fornitura di garanzie di credito e la stipula dei contratti con i fornitori, ossia con le grandi società produttrici di farmaci e attrezzature mediche. Secondo il Piano, il «Consiglio di controllo della pandemia» viene anche autorizzato a creare un «Corpo di risposta alla pandemia»: una forza speciale (non a caso denominata «Corpo» come quello dei Marines) con un personale di 100-300 mila componenti. Essi verrebbero reclutati tra i volontari dei Peace Corps e degli Americacorps (creati dal governo Usa ufficialmente per «aiutare i paesi in via di sviluppo») e tra i militari della Guardia Nazionale.

I componenti del «Corpo di risposta alla pandemia» riceverebbero un salario medio lordo di 40.000 dollari l’anno, per cui viene prevista una spesa statale di 4-12 miliardi di dollari annui. Il «Corpo di risposta alla pandemia» avrebbe soprattutto il compito di controllare la popolazione con tecniche di tipo militare, attraverso sistemi digitali di tracciamento e identificazione, nei luoghi di lavoro e di studio, nei quartieri residenziali, nei locali pubblici e negli spostamenti. Sistemi di questo tipo – ricorda la Fondazione Rockefeller – vengono realizzati da Apple, Google e Facebook.

Secondo il Piano, le informazioni sulle singole persone, relative al loro stato di salute e alle loro attività, resterebbero riservate «per quanto possibile». Sarebbero però tutte centralizzate in una piattaforma digitale cogestita dallo Stato Federale e da società private.

In base ai dati forniti dal «Consiglio di controllo della pandemia», verrebbe deciso di volta in volta quali zone sarebbero sottoposte al lockdown e per quanto tempo. Questo, in sintesi, è il piano che la Fondazione Rockefeller vuole attuare negli Stati uniti e non solo. Se venisse realizzato anche in parte, si produrrebbe una ulteriore concentrazione del potere economico e politico nelle mani di élite ancora più ristrette, a scapito di una crescente maggioranza che verrebbe privata dei fondamentali diritti democratici. Operazione condotta in nome del «controllo del Covid-19», il cui tasso di mortalità, secondo i dati ufficiali, è finora inferiore allo 0,03% della popolazione statunitense. Nel Piano della Fondazione Rockefeller il virus viene usato come una vera e propria arma, più pericolosa dello stesso Covid-19.