SERVE IL CONFLITTO, C’È SOLO AGGRESSIVITÀ da BUSINESS INSIDER e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SERVE IL CONFLITTO, C’È SOLO AGGRESSIVITÀ da BUSINESS INSIDER e IL MANIFESTO

Nadia Urbinati: “Finanza, scienza, ecologia, salute… la politica si è ritirata da troppi ambiti: serve conflitto, c’è solo aggressività”

 Non serve avere nostalgia delle Frattocchie per provare sdegno nei confronti di Alessandro Pagano, il deputato leghista che, mercoledì 13 maggio, ha definito “neo terrorista” Silvia Romano: basta avere una concezione nemmeno troppo alta della politica.

Di quella alta veramente, dell’idea della politica come visione e forza trasformatrice, si sono perse le tracce, smarrita da una classe dirigente “che vive di presentismo e protagonismo, spiega Nadia Urbinati, politologa e accademica della Columbia University di New York.

Una classe dirigente con gli stessi difetti dei comuni cittadini, a partire dalla “umana vanità”, legata a specifici gruppi e interessi e, soprattutto, priva della cultura e delle idee necessarie a promuovere il valore del conflitto, “forza maieutica di creazione di idee e del collettivo”.
È tollerabile una classe politica che si esprime come Alessandro Pagano?

Questa è una classe dirigente che vive della pubblicità e della permanente esposizione sotto i fari dei media e dell’audience: prova ne è che stiamo parlando di un diversamente sconosciuto, che tale sarebbe rimasto, e invece ora il suo nome circola ovunque.

C’è un desiderio costante di inseguire la celebrità, anche momentanea, ed è un fatto che attiene alla trasformazione della manifestazione delle opinioni generaliste o politiche, perché i media, soprattutto quelli digitali, sono diventati potenti megafoni, facile da usare, molto economici e a disposizione di tutti. Soddisfano il bisogno di rompere il velo dell’anonimato, di conquistare una grandezza momentanea che soddisfa molte frustrazioni, perché tutti vorrebbero essere esposti e conosciuti e non tutti possono esserlo.

 Dai “Quindici secondi” di Andy Warhol a una classe dirigente inadeguata ad assolvere al proprio compito.

Il presentismo e il protagonismo, trasversali alla società, non vanno sottovalutati né giudicati con moralismo, perché appartengono all’umana vanità, oggi esasperata da nuovi mezzi. Poi però ci sono elementi specifici dell’Italia: il razzismo e quella xenofobia che è stata negli anni coltivata insieme alla decadenza delle culture politiche classiche, le grandi ideologie che avevano tenuto indirizzato interpretazioni, giudizi politici e linguaggi. Il loro decadimento ha lasciato il terreno, che è presto divenuto incolto, ad altre forme di aggregazione di pensiero e parole, luoghi comuni poi diventati facili cliché e pregiudizi. Sono, questi, come gli abiti che si comprano nei supermercati: facili da acquistare e da indossare, non richiedono prestanza e naturalmente durano poco. Ma quel poco è perentorio.

 La fine dei partiti è dunque l’origine dell’attuale sfilacciamento culturale, istituzionale e politico?

Purtroppo la fine dei partiti ci costringe a interrogarci sulla capacità che gli stessi hanno avuto di educare alla partecipazione le grandi masse. Le ideologie quanto hanno inciso sulla società? Hanno aiutato il popolo ad acquistare senso di sé, autonomia, a comprendere il valore delle norme, a praticare un discorso di pubblica generalità e nel nome del bene comune; lo hanno educato alla cittadinanza democratica: ebbene, che fine hanno fatto quegli insegnamenti? Perché non hanno aiutato una vera trasformazione nel modo di praticare oltre che concepire la vita politica democratica capace di sopravvivere alla loro fine?

 Perché?

Bisogna chiedersi se fossero davvero così radicate o se abbiamo goduto di un’adesione fideistica a sigle, a ideologie, a bandiere, vista la caduta rapidissima di quegli insegnamenti. Il risultato è che oggi  questo mondo senza fedi è fatto di tremende e facili generalizzazioni, spesso aggressive e dannose. Non è solo un problema della Lega, è esteso ovunque, a Nord e a Sud. Basta ascoltare il linguaggio, poverissimo, usato dai frequentatori dei talk show: chi mai avrebbe usato “mi piace” come criterio di valutazione?

 L’inizio di questo cambiamento si fa coincidere con l’avvento di Silvio Berlusconi.

Nelle democrazie elettorali la politica stessa è anche ricerca di un consenso per mezzo di tecniche pubblicitarie: nelle campagne elettorali si devono conquistare elettori e voti. Ma se su questa base si innestano sistemi di produzioni di consenso che sono sostanzialmente passivi e assorbenti – la televisione – si crea una identificazione acritica, nuovamente fideistica. Il risultato è la trasformazione della politica secondo un’espressione coniata da Giovanni Sartori, la videocraziala politica, diceva, è basata sul discorso e la parola, ma da quando è iniziato un uso intensivo della tivù commerciale, il fattore centrale è diventata la visione.

 Insomma, il problema dell’inadeguatezza della classe dirigente non è solo uno.

Ci sono almeno tre blocchi di problemi: la visualizzazione del discorso pubblico di cui parlava Sartori, la decadenza fragorosa e repentina delle culture politiche che avevano dato ossatura al nostro linguaggio pubblico e infine l’avvento del digitale e dei social, mezzi facili e poco dispendiosi e che con potenza di fuoco orizzontalizzano “la sete di fama”.

 Se questo è la diagnosi, qual è la cura?

A livello individuale, l’igiene mentale: liberarsi da questa cappa di presentismo e di facili slogan che non danno nulla. Facciamoci altre domande e liberiamoci dal bailamme quotidiano.

 E a livello collettivo?

Le classi dirigenti erano una volta l’espressione di momenti collettivi più o meno sinceri e partecipati, ma comunque strumenti per formare e selezionare una classe dirigente. Lavoratori diventavano sindaci ed erano bravissimi: penso al grandissimo sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza, commesso in un negozio di stoffe che dopo la Liberazione riuscì a ricostruire la città animato da un’idea di futuro, a una visione…

 Anche di recente cittadini comuni sono finiti in ruoli apicali – pensiamo al “rinnovamento” del M5S – ma la visione scarseggia: è lampante in questo momento di enorme crisi.

Mancano le idee. Servirebbe una classe dirigente capace di comprendere gli interessi in campo e di rappresentarli affinché tutti i gruppi sociali avessero la possibilità di partecipare alla condivisione delle risorse pubbliche, non solo i gruppi già potenti e forti, giacché sono appunto risorse pubbliche. Invece assistiamo a una normale, ordinaria, lotta per favorire specifici gruppi e industrie (neppure tutte, sospetto), come in una selezione darwiniana. Il che si comprende, in assenza di soggetti collettivi che contribuiscano ad esprimere una classe politica, che promuovano una selezione dal basso delle élite. La verità è che usciremo da questa crisi ancora più disgregati e con minor giustizia sociale.

 La retorica dell’andrà tutto bene non la convince.

La realtà è fatta di uno squilibrio nel potere: ci chiamiamo democrazia ma la maggior parte dei cittadini non ha il potere di incidere o far sentire la propria voce. Abbiamo il potere dei clic, che non riesce però ad essere convogliato verso comuni idee e interessi o verso leader di valore, e invece viene ammaliato da commedianti. La democrazia dell’audience non aiuta a costruire il collettivo, bensì a esprimere plebisciti per i leader, intorno a cui si possono eventualmente creare progetti identitari. 

 Di partiti però ne nascono tutti i giorni.

I partiti non si possono inventare: hanno bisogno di risorse ed idee, di una persistenza nel territorio e soprattutto di una presenza non solo dentro le istituzioni ma anche fuori. Noi invece siamo tornati all’800: ci sono partiti parlamentari. Vediamo forme di aggregazione attraverso il web, attraverso le scuole e le università, ma hanno un’incidenza minima: fino a quando non avremo superato la frattura tra il dentro e il fuori dalle istituzioni non ricostruiremo una visione del collettivo. La pandemia poteva essere un’opportunità per cambiare le cose, ma si sono subitamente ricostruite la differenza di potere e, poi, mancano idee di giustizia sociale. Sarebbe bastato tornare ai principi della Costituzione, senza idealizzare un novello Marx…

 La politica fuori dalle istituzioni riporta anche all’importanza del conflitto sociale come strumento di cambiamento: oggi anche solo la parola fa paura, soppiantata dal “buon senso”.

Il paradosso di questi ultimi 20 e 30 anni è che abbiamo assistito in tutto il mondo a forme di tumulto, ma si è usata pochissimo la parola “conflitto” la quale implica non solo un contrasto, ma che le parti in gioco abbiamo una rappresentanza che organizzi il conflitto e lo diriga ad uno scopo, che contratti e riesca a ottenere un risultato. Non dimentichiamo che il conflitto come lo intendeva Machiavelli è una permanente riconfigurazione della relazione di potere tra le parti, all’interno di una cornice di regole che non lo fa degenerare in una guerra. Il conflitto è fondamentale, ha un valore unitivo, unisce mentre divide, perché nel conflitto riconosciamo l’avversario come parte del gioco. Il conflitto è come una maieutica di formazione delle idee e dei soggetti che le propongono.

 Che si è confuso con la più banale aggressività.

Esatto: avere rivolte ma non conflitti significa essere aggressivi e, se necessario, usare bestialmente il linguaggio per distruggere e umiliare. La nostra è una società che attacca le persone ma ha paura del conflitto.

 n Francia, per due anni, però abbiamo assistito al sollevamento dei gilet gialli.

Vero, ma il conflitto non può essere solo un sollevamento: deve avere strategie, obiettivi, leader in grado di rappresentarlo. Il rifiuto dei gilet gialli di qualsiasi forma di rappresentanza e organizzazione ne ha decretato il declino. L’Italia dei nostri giorni, che poco a poco si sveglia dalla crisi ed entra nello spazio libero dell’azione con un’enorme massa di poveri, potrebbe definire lo spazio per la creazione di conflitto, ma si tratta di capire se ci sarà qualcuno capace di guidarlo.

 Servono persone ma anche un’idea della politica non più popolare.

Siamo ancorati a una pratica politica antica, fatta di norme, procedure, istituzioni, concetti astratti: la sua forza è poter operare con decisione su tutti i settori di vita che interessano gli esseri umani, da quello sanitario a quello economico. Ma più si va avanti, più il fronte della politica sembra restringersi, a volte anche per limiti oggettivi, come la pandemia ha dimostrato. L’economia, la finanza, le discipline scientifiche della salute e dell’ecologia sono alcune delle molte dimensioni da cui la politica si è ritirata, e questo è uno degli enormi temi del nostro vicino futuro.

È l’inizio di un lungo braccio di ferro

«Decreto Rilancio» . Il cosiddetto «Decreto Rilancio» assomiglia un po’ a un intervento di «terapia intensiva»: provare a dare ossigeno a un corpo logorato dall’apnea. E non poteva che essere così. Nello stesso tempo, bisogna dircelo, non «chiude i giochi»

Marco Revelli17.05.2020

Il cosiddetto «Decreto Rilancio» non rilancia un bel niente, tampona. Non è proiettato verso il futuro, a disegnare le linee di un qualche New Deal.

È ancorato al passato prossimo, alla necessità di riempire in qualche modo le buche scavate nel corpo sociale e produttivo dalla pandemia.

Assomiglia un po’ a un intervento di «terapia intensiva»: provare a dare ossigeno a un corpo logorato dall’apnea. E non poteva che essere così. Nello stesso tempo, bisogna dircelo, non «chiude i giochi». Valutarlo come se fosse un finale di partita sarebbe sbagliato. Non è che l’inizio – la prima mossa – di un braccio di ferro che sarà lungo.

E di cui fin da questi preliminari è possibile vedere gli schieramenti in campo e i loro rapporti di forza, che non sono – anche qui non dobbiamo raccontarcela – favorevoli.

Tutt’altro, con una Confindustria famelica e all’assalto, che nelle settimane più feroci del contagio ha dato il peggio di sé, pensando solo ed esclusivamente ai propri interessi, pronta a sacrificare salute e vite di lavoratori e cittadini, senza un’idea per il bene comune, un’offerta di prodotti e servizi, una parola di comprensione per i sacrifici altrui, e che oggi vorrebbe tutto, tutte le risorse disponibili, tutta l’immunità necessaria, tutti gli omaggi che i servi debbono ai padroni.

E, dall’altra parte, con un mondo del lavoro che in questi due mesi ha tenuto in piedi il Paese.

Pagando un prezzo durissimo in salute e fatica. Che mentre tutti erano segregati in casa è stato mandato al fronte, negli ospedali come nelle fabbriche e sulle strade, lungo le filiere della produzione e della logistica.

E per questo giustamente pretende quanto gli compete, non solo in termini di reddito e di garanzia, ma di riconoscimento sociale. Ma che soffre una debolezza strutturale nei meccanismi della sua rappresentanza e nella difficoltà a trovare forme di organizzazione e di lotta adeguate.

Il decretone riflette questi equilibri (o squilibri). Da una parte mette in campo una quindicina di miliardi per l’«assistenza», chiamiamola così: ammortizzatori sociali, cassa integrazione, reddito di emergenza, bonus vari. Un po’ meno di un terzo del suo ammontare.

Assai meno di quanto sarebbe necessario (in particolare il reddito di emergenza è poco più che un obolo caritatevole). Ma molto di più di quanto Confindustria e soci avrebbero voluto concedere, nel tormentone ripetuto fino alla noia che chiede tutto per la «crescita» (cioè per lorsignori) e nulla per l’«assistenza», cioè cittadini e famiglie, e sbraita contro le spese «a pioggia».

Se alla fine ha prevalso questa soluzione non è per sensibilità sociale, è per paura: l’atavico terrore di tutte le classi dominanti per l’anomia, l’illegalità diffusa, la microcriminalità dei non criminali, il furto per bisogno, la delinquenza degli onesti che senza quella pioggerella di reddito dilagherebbero.

Il virus, come il luminol dei carabinieri dei Ris sulla scena del delitto, ha rivelato le macchie di sangue che l’emergenza sanitaria ha lasciato nel tessuto sociale. Le sacche di nuova povertà diventata miseria. Quei 15 miliardi sono un atto dovuto per disinnescare la rabbia sociale prodotta dall’impoverimento.

Poi ci sono un’altra quindicina di miliardi per le imprese: 10 per le piccole (sotto i 5 milioni di fatturato), a fondo perduto. 4 per le medie (fino a 250 milioni di fatturato) con taglio dell’Irap: ed è la parte più indigesta, nella linearità del meccanismo che accanto a chi ha davvero perso premia anche chi ha guadagnato in questi mesi, e ce ne sono. Infine i prestiti di Cdp per le grandi, con un generico ingresso temporaneo dello Stato nella governance, che bisognerà vedere se formale e meno.

Poi ci sono gli «investimenti» veri e propri: i 3 miliardi e mezzo per la sanità – soprattutto il ripristino di quella territoriale e i posti in rianimazione, con 9.600 assunzioni d’infermieri – e quelli per scuola e ricerca, compresa l’Università.

La parte più promettente, anche se insufficiente, perché quella che aggetta sul futuro. Che può, per ora come un semplice cartello segnaletico, anticipare una qualche correzione di linea nella direzione auspicata dal documento «Democratizing work» pubblicato da il manifesto ieri. Giusto un possibile presagio, da presidiare senza sconti.

Di qui si partirà, quando da Bruxelles si capirà quanto (e come) l’Europa saprà mettere sul tavolo della propria salvezza.

E sarà quella la vera partita. Sarà quel flusso di risorse e il modo della loro «distribuzione» a dirci se sarà tutto come prima, o se cambiare (almeno qualcosa) si può. E su questo piano qualcosa di ciò che ci aspetta ce l’hanno fatto già capire.

La proposta indecente di Fca per accaparrarsi 6 miliardi di liquidità «nazionale» con garanzia di quello Stato da cui sono fuggiti, in un paradiso fiscale, per non pagare il dovuto, la dice lunga dello spirito predatorio con cui il grande padronato sta preparando la partita. Non faranno sconti né prigionieri. Faranno di tutto – passata la paura – perché nulla sia diverso da prima – il che significa che tutto sarà peggiore.

Prepararsi ad affrontarli significa, dall’altra parte, avere il coraggio di cambiare, davvero tanto. Di puntare alto, e forte. Di ridare fiato alla contrattazione e al conflitto puntando su processi diffusi di democratizzazione e di auto-organizzazione che sappiano raccogliere la forza di un mondo del lavoro giustamente orgoglioso del proprio ruolo e dei crediti accumulati in questi anni.