SEGRETI, STRATEGIE, STRAGI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SEGRETI, STRATEGIE, STRAGI da IL MANIFESTO

Draghi e la storia scomoda negli archivi della Repubblica

Davide Conti  09.09.2021

Il Comitato consultivo che si occuperà della desecretazione degli atti relativi all’organizzazione Gladio e alla Loggia P2, secondo le disposizioni della «direttiva Draghi» annunciata il 2 agosto scorso in occasione dell’anniversario della strage di Bologna, non sarà presieduto da Andrea De Pasquale. Ma verrà coordinato direttamente dalla Presidenza del Consiglio per il tramite del Segretario generale Roberto Chieppa.

Così, dopo l’incontro di ieri tra i rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana, Brescia, Italicus, Ustica e Bologna e il Presidente del Consiglio, la questione apertasi con la nomina di De Pasquale (che aveva suscitato proteste non solo delle associazioni ma anche di studiosi e cittadinanza con raccolta di firme ed appelli) trova una sua logica conclusione culturale, politica ed istituzionale.

Ancora qualche giorno fa il ministro della Cultura Franceschini aveva difeso la nomina di De Pasquale sostenendo, con tono non privo di malcelato sprezzo, che «le preoccupazioni» espresse dai familiari delle vittime «non avevano ragione di esistere» e che la scelta non poteva che essere confermata.

I fatti, per fortuna, gli hanno dato torto e a mostrare quella sensibilità storica ed istituzionale necessaria che ci si sarebbe attesi dal ministro del Pd è stato invece Mario Draghi.

La vicenda tuttavia rappresenta e sintetizza in modo plastico le torsioni convulse delle istituzioni della Repubblica di fronte all’elaborazione e ai conti con il recente passato, in particolare di fronte alla dirimente vicenda delle «stragi di Stato» che dalla fine degli anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta hanno funestato, con lutti e devastazioni, non solo le vite di cittadini e cittadine inermi sui treni, nelle banche o nelle piazze ma anche lo sviluppo della democrazia costituzionale nel Paese.

Quella storia iniziata oltre mezzo secolo fa con la strage del 12 dicembre 1969 racconta un tempo in cui componenti non marginali della classe politica, della classe economica dirigente, degli apparati di forza dello Stato e delle organizzazioni neofasciste (tra le quali spiccava Ordine Nuovo, fondato da quel Pino Rauti il cui archivio grazie a De Pasquale è stato acquisito e presentato enfaticamente presso la Biblioteca Nazionale Centrale da lui presieduta) in nome di una politica interna ed estera organicamente declinata sulla misura della Guerra Fredda anticomunista non esitarono a realizzare operazioni paramilitari contro civili in tempo di pace con lo scopo di far ricadere le responsabilità dei massacri sulla sinistra (Piazza Fontana); punire le mobilitazioni antifasciste e democratiche (Piazza della Loggia); seminare terrore (Italicus) o premere e alimentare un disegno eversivo complessivo contro la Costituzione del 1948 (strage di Bologna).

Tutte azioni che ancora oggi non sono mai state rivendicate da alcuno e che hanno segnato in modo profondo l’equilibrio politico-sociale di quella democrazia conflittuale disegnata dalle madri e dai padri costituenti come spazio di progresso e legittimazione delle istanze di lotta per l’uguaglianza sostanziale e il pieno diritto di cittadinanza e di direzione della cosa pubblica da parte dei ceti e delle classi subalterne da sempre esclusi.

Questo era il quadro in cui si collocò la strage di Milano del 1969 al termine dell’«autunno caldo» ovvero della più grande mobilitazione operaia della storia dell’Italia repubblicana; questa era la cornice in cui si delineò il disegno regressivo che mosse organizzazioni come la P2.

Le stragi rappresentano il convitato di pietra del nostro ragionare a proposito della democrazia nata dopo il fascismo, la Seconda guerra mondiale e la Resistenza.

Sono l’elemento che lega, attraverso la continuità dello Stato, gli uomini e gli apparati del regime mussoliniano alle istituzioni della neonata Repubblica; consegnano il carattere della transizione complessa e contraddittoria dell’Italia dalla dittatura alla democrazia costituzionale; definiscono i mancati conti con il fascismo come elemento di ipoteca effettiva sullo sviluppo politico-sociale del Paese; evidenziano, infine, la distanza e l’insofferenza storicamente costante delle classi proprietarie più retrive dalla democrazia compiuta che ridetermina e pluralizza ruoli, funzioni e redistribuzione di ricchezza prodotta e potere decisionale.

Quella di ieri è certamente una buona notizia che nello stesso tempo riflette un monito: la Presidenza del Consiglio ha avocato a sé la gestione di carte importanti su quegli anni sottraendola ad un rischio concreto.

Un rischio ancora peggiore si correrebbe se, in un futuro prossimo, alla Presidenza del Consiglio sedessero esponenti di partiti eredi diretti della «Notte della Repubblica».

Julian Assange, un caso di guerra giudiziaria

Wikileaks. Ora lo status di rifugiato politico al giornalista australiano, dal 2012 senza libertà, ora in un carcere di massima sicurezza inglese, vittima di extraordinary rendition

Enrico Calamai  09.09.2021

Il gruppo «Italiani per Assange» ha organizzato ieri, 8 settembre 2021, una manifestazione a Montecitorio, alla quale hanno partecipato, tra gli altri, alcuni dei parlamentari promotori della mozione per il riconoscimento dello status di rifugiato politico al giornalista australiano.

Assange, in pratica privo di libertà personale dal 2012 , si trova attualmente in un carcere di massima sicurezza inglese. Vi sono motivi per ritenere che, dopo tanti anni e colla prospettiva del carcere a vita se viene estradato in USA, sia a rischio di un grave crollo psicofisico.

Sotto le apparenze di un processo, si cela in realtà una extraordinary rendition, resa particolarmente difficile dalla autorevolezza del personaggio, conosciuto nel mondo intero per aver fondato WikiLeaks, riuscendo ad utilizzare la tecnologia informatica per illuminare il cono d’ombra in cui i governi occidentali si erano fino allora ritenuti liberi di portare a termine le peggiori efferatezze, nella convinzione che mai sarebbero venute a conoscenza dell’opinione pubblica internazionale.

L’informazione, come cerniera tra politica e opinione pubblica, è andata acquisendo sempre maggior peso nel corso del XX secolo e nei primi vent’anni del XXI. Già Goebbels diceva, riferendosi alle possibilità offerte dalla radio, che una menzogna ripetuta un milione di volte diventa verità; inversamente, possiamo dire che una verità taciuta un milione di volte diventa menzogna. Non è un caso che la Soluzione Finale sia stata segreto di Stato gelosamente custodito fin dalla sua programmazione e nel corso della sua realizzazione fino alla fine della guerra. Ciò aveva anche offerto un alibi per non prendere posizione a quella parte dell’opinione pubblica che pure non poteva non avere idee in proposito: se fosse stato vero, la stampa lo avrebbe riportato.

Analogamente, in Argentina, il segreto che avvolgeva la caccia all’uomo scatenata dai militari dopo il golpe del 1976, permetteva di eliminare la generazione di giovani impegnati che sarebbero diventati la futura classe dirigente del Paese, imbevuta di ideali democratici. La desaparición rendeva irrappresentabile e di conseguenza negabile, la metodologia scelta per l’eliminazione fisica di tutti gli eventuali oppositori, sia presenti che futuri. Ancora una volta, l’opinione pubblica rimase indifferente, anche di fronte alla crescente evidenza di quanto stava accadendo e così fecero pure i governi occidentali, tra cui quello italiano, che della tutela dei diritti umani facevano la propria bandiera ideologica.

Julian Assange con Wikileaks, Chelsea Manning, Edward Snowden ed altri whistleblowers – ultimo Daniel Hale condannato solo poche settimane fa, poco prima del ritiro Usa da Kabul, a quattro anni di galera come «traditore» per avere avuto il coraggio, come militare dell’intelligence dell’aviazione Usa, di rivelare i target civili dei micidiali droni – sono riusciti a svelare i crimini contro l’umanità portati a termine da Stati Uniti, NATO e Paesi occidentali con le guerre degli ultimi vent’anni, sempre avviate all’insegna di altisonanti ideali di democrazia e diritti umani, ma in realtà finalizzate a imporre gli interessi geostrategici ed economici del blocco occidentale, oltre che da sbocco agli armamenti prodotti dal sistema militare industriale. Una politica cui partecipa anche l’Italia malgrado l’art. 11 della Costituzione, che, come noto, ripudia la guerra.

Julian Assange non ha commesso alcun crimine. Perseguirlo con pretestuosità da guerra giudiziaria maschera il tentativo di punire un giornalista che ha svolto in maniera genialmente innovativa il proprio sacrosanto diritto/dovere di informazione a livello mondiale, anche al fine di evitare che il suo esempio possa venir seguito da altri. Ad essere in gioco è quindi, oltre alla sua persona, che andrebbe in ogni caso tutelata, la libertà di espressione, la possibilità di una stampa che svolga la funzione pubblica dell’informazione nel modo più completo possibile, la consapevolezza di un’opinione pubblica che viene attualmente strumentalizzata in maniera ondivaga, senza disporre di reali elementi per valutare quanto si decide a livello politico, per quali motivi e con quali modalità di attuazione.

Assange è un politico di prim’ordine, perseguitato perché la sua deontologia professionale lo ha messo in rotta di collisione con la realpolitik delle potenze occidentali. Proprio per questo va tutelato ed ha pieno titolo all’asilo politico da parte di un Paese come l’Italia, che si dice rispettoso dei diritti umani.

Il gruppo «Italiani per Assange» ha lanciato la petizione “Libertà per Julian Assange” su change.org.