SALUTE&DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SALUTE&DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO

Il virus sulla piaga del disastro della Lombardia

Disordine regionale. La gestione dell’emergenza sanitaria è una drammatica simulazione in vivo di cosa accadrebbe all’Italia se venisse riconosciuta l’autonomia differenziata pretesa da alcune regioni del Nord. Se lo spettacolo di caos istituzionale a cui assistiamo avviene in condizioni di estremo pericolo e necessità  è lecito immaginare che in tempi normali avremmo le guerre per bande

Piero Bevilacqua24.04.2020

Cominciamo dal nome. Perché dirigenti politici, parlamentari, intellettuali, giornalisti, perfino di alto rango, come Eugenio Scalfari, si ostinano a chiamare governatori i presidenti di regione? Per attribuirgli maggiore solennità, per far sentire il Paese Italia, che essi governano in parte, più importante e stimato nel mondo?

Tale analfabetismo istituzionale in realtà è erroneo e infondato nel primo caso, e reca danni nel secondo. In grandissima maggioranza i presidenti di Giunta regionale – come vanno chiamati, ricorda Sabino Cassese – mostrano da anni. A essere benevoli, una sperimentatitssima inadeguatezza al loro compito.

Perché innalzarli di rango? Governatori sono quelli degli Usa, a capo di veri e propri stati di una repubblica federale. Noi siamo uno stato unitario con autonomie regionali solo da 70 anni. Forzare l’immaginario istituzionale degli italiani, fa male all’Italia come dovrebbe apparire ormai evidente .

Paradossalmente, la pandemia che ancora ci sovrasta ha avuto la funzione di una sorta di sperimentazione storica vissuta in anticipo. La gestione dell’emergenza sanitaria è stata e continua ad essere una drammatica simulazione in vivo di cosa accadrebbe all’Italia se venisse riconosciuta l’autonomia differenziata pretesa da alcune regioni del Nord.

Se lo spettacolo di caos istituzionale a cui assistiamo, da Nord a Sud, avviene in condizioni di estremo pericolo e necessità – quelle di oggi – è lecito immaginare che in tempi normali avremmo le guerre per bande regionali. E l’Italia, dilaniata dalle contese territoriali, sarebbe finita.

Per verità storica andrebbe ricordato che la condotta erronea ( e forse anche criminale) di chi ha affrontato l’emergenza sanitaria in Lombardia è responsabile della diffusione del virus in tutta Italia e del disastro in cui versa l’intero paese.

Lo diciamo non per ingenerosa rampogna e neppure solo per consigliare a chi dirige quella regione maggiore umiltà di comportamento e spirito unitario. Ma perché la diffusione del virus dalla Lombardia all’Italia raffigura tutto il portato di scelte politiche e di modello di sviluppo che hanno fatto di quel territorio il focolaio epidemico più catastrofico d’Europa.

Non ci sono solo le scelte del presidente Fontana e dei suoi assessori, ma anche quelle di chi ha privatizzato la sanità, smantellato i presidi territoriali, concentrato le risorse in pochi centri eccellenti, accelerato il processo che trasforma la cura in industria sanitaria.

Sullo sfondo c’è lo sviluppo della Lombardia negli ultimi 20 anni: la più elevata cementificazione d’Italia, la crescita degli allevamenti intensivi e quindi del particolato nell’atmosfera, l’intensificazione chimica dell’agricoltura industriale, l’inquinamento generato dalle industrie e degli inceneritori.

Eppure sulle ragioni ambientali che fanno dell’epidemia lombarda un caso forse unico al mondo, non una parola di interrogazione e di dubbio è venuta da parte degli attuali dirigenti regionali. Una reticenza cui ha fatto eco la scandalosa, stupefacente rimozione del problema da parte degli scienziati e dei dirigenti sanitari ascoltati ogni sera in tv.

Infine una parola sulla condotta del governo. Non c’è dubbio che il blocco totale della mobilità individuale fosse una scelta senza alternative, ma oggi dovrebbe contemplare una ragionevole casistica di eccezioni. Anche se l’esecutivo ha continuato a mentire sulla totalità del blocco produttivo, continuando a produrre armi da guerra, e di recente abbia acquistato 15 elicotteri da combattimento AW169M, marca Leonardo, per 337 milioni di €.

Quanto fosse necessario fabbricare nuovi ordigni per uccidere persone, che per il virus già muoiono nel mondo a centinaia di migliaia, ognuno può capirlo da sé. Un saggio di come gran parte delle forze politiche intenda il ritorno alla normalità : un mero ripristino delle condizioni precedenti alla pandemia. Non sanno battere altro sentiero che quello da cui son venuti.

Tale condotta suona come un avviso alle forze democratiche che vedono nella catastrofe presente un’occasione imperdibile per cambiare radicalmente il nostro modello economico, il nostro iniquo assetto sociale. Non si può sperare che questo accada spontaneamente.

Abbiamo visto quanto poco l’ emergenza climatica turbi i sonni dei nostri governanti. Occorre che si crei, ad opera delle organizzazioni culturali più autorevoli presenti in Italia, un comitato unitario che vigili, elabori proposte, mobiliti i cittadini perché alla tragedia odierna non ne seguano altre per noi e per le prossime generazioni.

La democrazia non abita a Gordio

La polemica. In un articolo su «La Stampa»  Massimiliano Panarari s’interroga sull’incapacità del governo di approfittare dello stato d’eccezione per esercitare i propri poteri decisionali. Difficile sommare tanti travisamenti della Costituzione nel breve spazio di un articolo di giornale

Francesco Pallante22.04.2020

In un sorprendete articolo comparso su «La Stampa» dello scorso 20 aprile, Massimiliano Panarari s’interroga sull’incapacità del governo di approfittare dello stato d’eccezione per esercitare i propri poteri decisionali.

Il ragionamento è semplice: «lo stato d’eccezione è in corso»; «sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione» (l’immancabile Carl Schmitt); il presidente del Consiglio è colui che decide nello stato d’eccezione.

Ergo: che cosa aspetta Giuseppe Conte a «sciogliere il nodo di Gordio» della decisione più importante e correggere l’«evidente passo falso» che lo ha portato a ritenere «non negoziabile» il «primato della salute» a discapito delle «giuste ragioni del mondo industriale»?

Difficile sommare tanti travisamenti della Costituzione nel breve spazio di un articolo di giornale.

Primo: non è in corso alcuno stato d’eccezione. E ciò per il semplicissimo motivo che si tratta di un’ipotesi che il nostro ordinamento non contempla.

Quel che è in atto è uno «stato di emergenza sanitaria» proclamato, per sei mesi, dal Consiglio dei ministri con deliberazione del 31 gennaio 2020 adottata in forza del Codice della protezione civile.

Un’ipotesi, dunque, che lungi dall’essere «eccezionale», è pienamente riconducibile al quadro normativo vigente e dalla quale discende il potere degli esecutivi statali e regionali d’adottare ordinanze che, pur potendo derogare alla legislazione, devono comunque operare nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico (altro discorso è che poi, in concreto, tali poteri non siano stati sempre utilizzati in modo costituzionalmente legittimo).

Né si può dire che siamo di fronte a una lacuna costituzionale: i costituenti discussero a fondo la previsione dello stato d’emergenza.

Da una parte, coloro per i quali l’ipotesi andava normata onde evitare il rischio che, se si fosse verificata un’emergenza, qualcuno potesse approfittare del vuoto normativo; dall’altra, coloro per i quali, una volta introdotta un’ipotesi di questo genere, sarebbe stato impossibile evitarne l’abuso.

Due posizioni contrapposte, trasversali agli schieramenti politici, ma mosse dalla medesima preoccupazione di evitare il pericolo dell’uomo solo al comando.

Di qui la scelta, poi assunta consensualmente, di regolare non l’emergenza ma i poteri esercitabili dal governo, sotto controllo parlamentare, nei casi straordinari di necessità e urgenza (art. 77 Cost.) e in seguito alla deliberazione dello stato di guerra (art. 78 Cost.).

Secondo: gli ordinamenti giuridici che, come il nostro, si collocano nell’alveo del costituzionalismo escludono che qualcuno possa insignirsi della sovranità (cioè di un potere decisionale ultimo e assoluto). Storicamente, le costituzioni nascono proprio a questo scopo: impedire la sovranità, separando e limitando il potere.

Si legga l’art. 1, co. 2, Cost.: «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». «Appartiene al popolo»: vale a dire a tutti i cittadini, dunque a nessuno in particolare; e, in ogni caso, è vincolata nei modi d’esercizio («nelle forme») e nel merito delle decisioni («nei limiti»). Una sovranità, dunque, diffusa e condizionata: di fatto, una sovranità negata.

Terzo: la tutela della salute – «fondamentale diritto dell’individuo» e «interesse della collettività» (art. 32 Cost.) – è esattamente un bene costituzionale non negoziabile. Meglio: l’unico bene costituzionale non negoziabile, dal momento che il diritto alla salute, strettamente connesso al diritto alla vita (art. 2 Cost.), è precondizione necessaria affinché qualsiasi altro diritto possa essere effettivamente goduto.

Se un passo falso è stato compiuto sulla tutela della salute è l’averla subordinata, almeno in talune circostanze, alle pretese imprenditoriali, non certo il contrario.

Un’ultima notazione: dopo quarant’anni di culto della governabilità siamo giunti al punto di additare Alessandro Magno – il condottiero che recideva/decideva i nodi politici a colpi di spada – a modello per i nostri governanti.