Roma, chiudendo gli occhi
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
1652
post-template-default,single,single-post,postid-1652,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-1.0.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-5.1.4,ajax_fade,page_not_loaded,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

Roma, chiudendo gli occhi

di Enzo SCANDURRA –

Quale Roma vorremmo? Perché questa città, ancorché bellissima, è diventata il luogo dei misfatti, degli intrighi, dei costruttori e loro amici, dei Sindaci che non avrebbero nessun credito nemmeno come direttori di un supermercato.

Mi è capitato di entrare in città attraverso Porta San Sebastiano e, come in un sogno ad occhi chiusi, ho immaginato che quel parco dell’Appia Antica mi seguisse fino alle Terme di Caracalla e poi, ancora, sfociasse nei Fori con tutta la sua carica di storia, di presenze silenziose, di colori del cielo. È stato solo un sogno ma ho pensato che fosse quello immaginato da Petroselli, Cederna, De Lucia e tanti altri. Poi, seduto su una pietra, ho aperto un quotidiano (uno qualsiasi) alla cronaca cittadina: buche, cinghiali in transito, topi, discariche, municipalizzate, trasporti, immigrati, senzatetto, sfrattati. Un brutto risveglio da quel breve sogno.

Ho richiuso gli occhi e immaginato un giorno di festa dove venivano aperte le tante caserme di Roma, i cui spazi venivano restituiti alla città insieme ai tanti alloggi occupati da chi la casa non ce l’ha. Ho visto spazzini, insieme ad abitanti, pulire strade e marciapiedi, salutati da un coro di persone scese nella strada per contribuire all’opera. Ho sognato i Fori riempirsi di ragazzi delle scuole, girare tra i ruderi, sentirsi orgogliosi di quella grande storia raccontata da quelle presenze solenni.

C’era aria di festa in quel mio sogno, il suono di un fiume che scorreva lì vicino e le grida di tanti bambini che giocavano in strade dove una volta passavano auto veloci, e, ora: biciclette, tricicli, carrozzelle, pattini, che si mescolavano alla folla, felice, ognuno, di essere in compagnia di altri in quella grande città.

Ho riaperto per un attimo gli occhi e ho visto le ferite inferte: recinsioni, reti metalliche, camionette che sbarrano il passo, militi che, pur se gentili, evocano spettri di una minaccia sconosciuta e misteriosa, segnali di pericolo.

Questa volta, chiudendo gli occhi, ho avuto un incubo: il Colosseo divorato da tante cavallette travestite da turisti; l’ho visto, così solenne, sgretolarsi d’incanto, pezzo dopo pezzo, molecola dopo molecola. Ho sentito il rombo degli arei della parata del 2 giugno, il gran silenzio interrotto dal rumore assordante dei carri.

Ho visto cinghiali rotolarsi in Campo dei Fiori tra la spazzatura, intimoriti solo dalla presenza di nutrie che arrivavano risalendo i muraglioni del fiume, e poi, ancora, gabbiani e gabbiani dare la caccia ai colombi. Sulla gran Colonna di Traiano appollaiati strani pappagallini gialli e verdi come vedette che mettono in guardia altri uccelli a stare alla larga e un cielo nero solcato da rondoni e falchi. Ho visto il fiume trasformarsi in una marea di fango che trascinava con sé relitti di barche e rami spezzati.

Ho di nuovo chiuso gli occhi e pensato come vorrei questa città:

è un sogno che tengo per me.