RIABILITAZIONE DEI SOLDATI ITALIANI FUCILATI PER “CODARDIA” da POST e DOLOMITI
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RIABILITAZIONE DEI SOLDATI ITALIANI FUCILATI PER “CODARDIA” da POST e DOLOMITI

La “riabilitazione” dei soldati italiani fucilati durante la Prima guerra mondiale

  • A centinaia furono condannati a morte sommariamente, il Friuli Venezia Giulia si occupa per la prima volta di come ricordarli
  • VENERDÌ 21 MAGGIO 2021

 

La scorsa settimana il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato una proposta di legge per riabilitare quei soldati italiani fucilati all’interno dei suoi attuali confini durante la Prima guerra mondiale, per ordine dei tribunali militari straordinari. La notizia ha fatto riemergere l’annosa questione della “restituzione dell’onore” ai tanti militari italiani condannati con processi sommari – o direttamente senza processo – tra il 1915 e il 1918, chiesta da tempo da storici, intellettuali, parlamentari e amministratori locali per rimediare a un trattamento ritenuto iniquo e troppo duro nei confronti dei soldati, che spesso si rifiutarono semplicemente di eseguire ordini sconsiderati dei superiori.

La proposta di legge del Friuli Venezia Giulia istituisce anche una “Giornata regionale della restituzione dell’onore” ogni 1° luglio, in ricordo della fucilazione di quattro alpini – Basilio Matiz, Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi e Angelo Primo Massaro – avvenuta a Cercivento, nella Carnia, nel 1916. I quattro furono condannati a morte dopo un breve processo sommario per essersi rifiutati di eseguire l’ordine di conquistare la cresta di una collina in pieno giorno, un’impresa praticamente suicida visto che si trovavano nei pressi del fronte nemico, sul passo di Monte Croce Carnico. Uno di loro non era nemmeno coinvolto e fu scelto probabilmente in modo casuale. Ma quella dei “fucilati di Cercivento” è solo una delle tante storie di soldati italiani vittime della spietatezza dell’alta gerarchia militare di quell’epoca.

Le dimensioni del fenomeno le ha raccontate di recente lo storico Guido Crainz in un articolo su Repubblica. Crainz da tempo si impegna per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dei militari fucilati: anche se con gli occhi del presente può sembrare un problema lontano, dal punto di vista storico la riabilitazione ufficiale di chi è morto con disonore viene ritenuta importante per rileggere quegli eventi e includerli nella memoria collettiva, dal momento che i militari fucilati vengono esclusi dalle lapidi e dai monumenti dedicati ai caduti.

Episodi simili avvennero anche negli altri paesi coinvolti nella guerra, ma in Italia con un’incidenza maggiore: si stima che le fucilazioni con processo furono circa 750 e quelle sommarie circa 300. Il motivo di questi numeri è da ricondurre al codice militare in vigore all’epoca, che dava ampie libertà a chi aveva il comando ed era molto simile a quello usato da Carlo Alberto di Savoia quando l’Italia ancora non era unita. Inoltre l’applicazione di questo codice da parte del generale Luigi Cadorna – noto per il suo dispotismo – lo rendeva ancora più arbitrario: i quattro alpini a Cercivento furono fucilati anche a causa delle circolari di Cadorna in cui raccomandava «estreme misure di coercizione e repressione». Capitava persino che certe fucilazioni avvenissero per estrazione a sorte.

In Inghilterra la riabilitazione di 306 soldati fucilati «per codardia» era avvenuta a livello nazionale nel 2006, con un perdono ufficiale del governo britannico. Nello Staffordshire c’è anche un memoriale che li ricorda, ideato dall’artista Andy DeComyn e composto dalla statua di un giovane soldato bendato, circondato da 306 pali di legno conficcati nel terreno. In Francia il dibattito sulla riabilitazione dei soldati fucilati cominciò più di vent’anni fa, ma non ha portato a una decisione a livello nazionale. Tuttavia, nel 2014, il Museo dell’Esercito in Francia ha aperto uno spazio loro dedicato.

In Italia la prima iniziativa pubblica ufficiale è stata quella di pochi giorni fa del Friuli Venezia Giulia, dove esiste un monumento ai quattro alpini fucilati già dal 1996 per via di un’iniziativa del comune di Cercivento. La prima proposta di legge nazionale fu presentata durante la scorsa legislatura, nel 2015, ma si arenò poi al Senato. Nel 2018 ne è stata quindi presentata una nuova, a firma della deputata del PD Tatjana Rojc, che è stata esaminata a lungo dalla Commissione Difesa del Senato. Lo scorso marzo la Commissione ha concluso l’esame con una risoluzione generica, ma non si sa quando la legge verrà effettivamente presa in esame dalle aule parlamentari.

Approvata la risoluzione per riabilitare gli oltre 750 fucilati della Grande Guerra, che ora va al Senato. La sottosegretaria Pucciarelli: “Atto doveroso”

La Commissione Difesa del Senato ha approvato la risoluzione presentata nel 2018 per riabilitare storicamente i militari del Regio esercito vittime delle fucilazioni esemplari. Esulta la sottosegretaria Pucciarelli: “Atto necessario e doveroso”. Ma qual è il senso di questa misura?

 Davide Leveghi – 14 marzo 2021

TRENTO. “La Commissione Difesa del Senato, a conclusione dell’esame sulle prospettive della riabilitazione storica dei militari fucilati durante la Prima guerra mondiale, ha approvato all’unanimità la risoluzione su tale dossier di fondamentale importanza per le nostre Forze armate”. Esulta così, la senatrice leghista Stefania Pucciarelli.

La nuova sottosegretaria alla Difesa ha infatti comunicato l‘importante approvazione da parte della Commissione alla difesa del Senato del disegno di legge presentato ancora nel 2018. Intitolato “Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della Prima guerra mondiale”, il disegno di legge ha finalmente compiuto un passo decisivo verso l’arrivo in aula, dove verrà discusso.

La commissione, presieduta dall’ex ministra dem Roberta Pinotti ha dato così l’ok ad una misura immaginata inizialmente per il centenario della Grande Guerra ma poi “scivolata” in avanti. Nondimeno, la concomitanza di altri anniversari, come quello della traslazione del Milite Ignoto a Roma (1921), permette di sfruttare tale occasione per una riabilitazione a posteriori volta a fare giustizia.

Ritengo che riabilitare i 750 militari italiani giustiziati tra il 1914 e il 1918, compresi i fucilati per l’esempio che erano stati condannati con un processo sommario sia stato un atto necessario e doveroso, che restituisce l’onore a centinaia di vittime ed ai loro familiari – ha proseguito Pucciarelli – finalmente, dopo più di un secolo, siamo riusciti a riabilitare la memoria dei nostri soldati, condannati alla fucilazione da tribunali militari di guerra, senza garanzie, in un clima di paura, dove l’esempio da dare alle truppe era spesso la motivazione della condanna”.

Ma in cosa consiste in sostanza questa risoluzione? Firmata dai senatori Rojc, Bressa, Rauti, Corrado, Garavini, Cucca, Iori, Rampi, Taricco, Pittella, Fedeli e Laniece, e comunicata alla presidenza il 19 dicembre 2018, “promuove ogni iniziativa volta al recupero della memoria di tali caduti, in particolare ogni più ampia iniziativa di ricerca storica volta alla ricostruzione delle drammatiche vicende del Primo conflitto mondiale con speci­fico riferimento ai tragici episodi dei militari condannati alla pena capitale”.

In base al rifiuto della pena di morte da parte della Costituzione repubblicana, dispone inoltre che i nomi dei militari delle Forze armate italiane fucilati vengano “inseriti nell’Albo d’oro del Commissariato generale per le onoranze ai caduti”, oltre che ricordati in una targa sul Vittoriano di Roma e nei sacrari militari – che recita “Nella ricorrenza del centenario della Grande Guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo, l’Italia onora la memoria dei propri figli in armi, vittime della crudele giustizia sommaria. Offre la testimonianza di solidarietà ai soldati caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate, come atto di riparazione civile e umana”.

E ancora: apertura degli Archivi delle Forze armate dell’Arma dei carabinieri per “tutti gli atti, le relazioni e i rapporti legati alle operazioni belliche, alla gestione della disciplina militare nonché alla repressione degli atti di indisciplina o di diserzione, ove non già versati agli archivi di Stato” e promozione di lavori di studio e ricerca del Comitato tecnico-scientifico per la promozione d’iniziative di studio e ricerca sul tema del “fattore umano” nella Grande Guerra.

Quest’ultimo punto, in particolare, merita attenzione, considerando anche la varietà dello spettro politico alla base dell’iniziativa (dal Partito democratico al Movimento 5 stelle, da Liberi e uguali a Fratelli d’Italia). “Al fine di promuovere una memoria condivisa del popolo italiano sulla prima guerra mondiale, il Comitato tecnico-scientifico per la promozione d’iniziative di studio e ricerca sul tema del ‘fattore umano’ nella Grande Guerra, di cui al decreto del Ministero della difesa 16 ottobre 2014, promuove la pubblicazione dei propri lavori, in forme che assicurino la massima divulgazione”.

Fondato nel 2014 con lo scopo di promuovere “ogni iniziativa capace di alimentare una matura e rinnovata memoria condivisa delle passioni e delle sofferenze che segnarono la partecipazione alla prima guerra mondiale di milioni di uomini e donne appartenenti a tutte le componenti della comunità nazionale”, il Comitato finisce involontariamente per svelare le inesattezze e le contraddizioni stesse di questo tipo di iniziative.

Cos’è infatti la memoria condivisa? Cosa furono le fucilazioni sommarie e le decimazioni disposte dall’esercito di Cadorna (su cui tanto si discute rispetto alla toponomastica)? Quali e quante discontinuità ci furono tra quel Regio esercito e quello dei suoi successori? Storia e retorica sono mondi che si compenetrano quando le istituzioni usano il passato per legittimarsi. La costruzione di una memoria ufficiale, proprio per questo, finisce per compiere delle scelte che isolano degli episodi dal loro contesto, creando una narrazione incoerente con la complessità degli eventi e de-storicizzata

Quale memoria condivisa si vuole creare sulla Grande Guerra riabilitando i militari ingiustamente fucilati? Quale memoria – considerando che la memoria condivisa per sua stessa definizione non esiste, essendo le memorie individuali o al massimo collettive, cioè di gruppi che condividono valori e vissuti – si vuole promuovere? Quali altre memorie rimangono escluse?

E ancora: come convive la memoria dei fucilati riabilitati con quella di una guerra d’aggressione, rispetto alla quale la popolazione è in grandissima parte contraria e in cui i soldati vennero mandati al macello in attacchi spesso inutili, per strappare qualche crozzo al nemico? Dove sta la memoria di tutti quelli che italiani lo furono solo dopo il 1918? Può essere “condivisa” la memoria se i vissuti degli uomini e delle donne di quei territori non hanno nulla a che spartire con il racconto delle istituzioni nazionali?

Le pieghe del passato, la sua complessità e la sua contraddittorietà, difficilmente si conciliano con il desiderio della politica di appropriarsene. E quando questa lo fa, ecco emergere tutte le problematiche del caso.