Privilegiare la spesa pubblica o il credito ai consumi? Riflessioni sulla moneta fiscale
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Privilegiare la spesa pubblica o il credito ai consumi? Riflessioni sulla moneta fiscale

di Lia FUBINI

La mia perplessità sul saggio sulla Moneta Fiscale [di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Massimo Costa, Stefano Sylos Labini, pubblicato su “MicroMega Online” il 17 giugno 2017, e riprodotto sul nostro sito, NdR] nasce da alcune considerazioni di ordine generale e da alcune osservazioni sulla misura specifica.

Cominciamo con quelle più generali.

C’è una tendenza a pensare a misure di rilancio della crescita attraverso manovre più o meno eterodosse finanziarie o monetarie, come l’introduzione di certificati di credito fiscale o la creazione di monete parallele. Sono proposte sostenute per lo più da partiti che stanno all’opposizione, mentre, in modo analogo, i partiti di governo elargiscono benefici fiscali una tantum (ad esempio gli 80 euro) o vari tipi di bonus per tentare di rilanciare l’economia.

Ma le une e le altre non vanno al cuore del problema. Né con manovre volte a restituire una qualche forma di sovranità monetaria, né con incentivi una tantum si incide sulla crescita. Manca una visione complessiva, una seria programmazione di politica economica. Si cercano facili via di uscita a problemi complessi, che vanno affrontati simultaneamente. Fra l’altro si tende a dimenticare che il declino dell’economia italiana ha ben poco a che fare con l’euro: già prima dell’introduzione della moneta unica l’Italia cresceva meno della media degli altri paesi europei e i problemi strutturali del nostro paese hanno radici lontane. Il declino dell’economia italiana ha inizio negli anni ’80 o forse addirittura nei primi anni ’70 (come sostiene Vittorio Valli, attento studioso dell’economia italiana). Si tratta quindi di un problema nato da decenni, che, richiede una seria strategia di politica economica e non si risolve con un colpo di bacchetta magica.

Veniamo alla moneta fiscale.

Lo Stato distribuisce certificati di credito fiscale per incentivare i consumi, certificati con i quali sarà possibile pagare le imposte future. L’articolo in questione evidenzia, dati alla mano, il ristagno dei consumi. L’insieme dei consumi è scomponibile in consumi pubblici e consumi privati. Ora, dal 2014 i consumi privati registrano una crescita, seppure modesta, mentre la spesa delle amministrazioni pubbliche è scesa per sei anni consecutivi e solo nel 2016 ha registrato una crescita minima. Quindi il problema principale è la carenza di spesa pubblica (che dovrebbe essere indirizzata al sociale, alla riconversione ecologica dell’economia, alla difesa del territorio, alla cultura, alla scuola, ecc.) e non l’insufficienza della spesa per consumi privati. Su questo tema si potrebbe anche aprire un lungo discorso sul finanziamento della spesa pubblica e sull’effetto moltiplicatore della spesa, che è superiore al moltiplicatore delle imposte (ricordo agli economisti a questo proposito il teorema di Haavelmo).

La moneta fiscale, secondo gli autori del saggio, dovrebbe incentivare i consumi privati. Anche se, come sottolineavo, l’obbiettivo dovrebbe essere una crescita e un riequilibrio della spesa pubblica e quindi dei consumi collettivi, è legittimo aspirare anche a un aumento dei consumi privati. Siamo sicuri che i trasferimenti ai privati si traducano in un significativo aumento della spesa? La vicenda degli 80 euro sembra dimostrare il contrario. In un periodo di vacche magre i trasferimenti spesso vanno a ricostruire i risparmi erosi dalla crisi, specie in un periodo di tendenza alla deflazione. Fino a questo punto si potrebbe affermare che comunque la moneta fiscale non fa danni, alla peggio non serve a nulla.

A mio parere comporta anche dei seri rischi.

Immaginiamo un’eventuale ricaduta nella recessione. Non è un’ipotesi poi così remota. Negli Usa si sta nuovamente gonfiando il credito a consumatori ad alto rischio di insolvenza con relativa titolarizzazione. Si tratta di un processo analogo a quello che ha determinato la crisi dei mutui subprime. A quanto pare, il credito al consumo oggi si sta gonfiando prevalentemente nel mercato dell’auto, il che fa supporre che la crisi possa essere decisamente più contenuta di quella del 2008 (un’auto ha un valore ben inferiore a quello di un alloggio). Ma possono esserci altri innumerevoli fattori di crisi, non ultimi quelli legati all’instabilità della politica internazionale e dei mercati finanziari.

Come si lega questo scenario di crisi internazionale con i rischi connessi ai certificati di credito fiscale? Di fronte a una situazione di crisi i consumi si riducono, anche in presenza di abbondante liquidità e i certificati di credito fiscale non possono certo compensare gli effetti della crisi. Se l’economia rallenta, quale sarà la situazione della finanza pubblica nei prossimi anni, quando i suddetti certificati serviranno a pagare le imposte? Che ne sarà del disavanzo e del debito pubblico?

Si dice nell’articolo in questione:

Il differimento consente alla Moneta Fiscale di generare crescita del PIL mediante l’espansione della domanda. Ne deriva un accrescimento del gettito fiscale, prima dell’utilizzo della Moneta Fiscale per conseguire gli sconti.

Se una fase di crisi, o anche solo di stagnazione internazionale non consente l’accrescimento del PIL e del gettito fiscale i cittadini saranno costretti a pagare ancora più tasse e il potenziamento della recessione è assicurato. Insomma, i certificati di credito fiscale sono una scommessa, scommettono sul fatto che non scoppi un’altra crisi, che i consumatori spendano tali certificati e che comprino beni prodotti in Italia (altrimenti l’effetto moltiplicatore viene meno).

In conclusione, il gioco non vale la candela, i rischi sono troppo elevati e gli effetti molto incerti.

Per concludere: vorrei avere dei chiarimenti dagli autori.

Questi sostengono che:

Il recupero di competitività potrà essere tarato in modo da lasciare sostanzialmente invariati i saldi commerciali esteri.

In pratica, come è possibile fare ciò? Un paese importatore di prodotti energetici e di materie prime come l’Italia vede inevitabilmente peggiorare nettamente il saldo della bilancia a fronte di una ripresa. Solo una lunga e profonda ristrutturazione dell’apparato produttivo potrebbe attenuare parzialmente il fenomeno. Come pensano gli autori di poter controllare il saldo commerciale?

Un’altra affermazione che non mi è chiara è la seguente:

Se si verifica il caso limite – zero effetto espansivo – due anni dopo la partenza del progetto la Moneta Fiscale genera sconti fiscali e riduce il gettito, ma le azioni compensative pareggiano esattamente l’impatto sul deficit pubblico.

Quali sono le azioni compensative che pareggiano l’impatto sul deficit pubblico? Sembra di intuire, che le azioni compensative sono tagli alla spesa pubblica e aumento delle imposte, insomma misure che non possono propriamente definirsi a “zero danni”.

Lia Fubini

Università di Torino