POTERE&PROFITTO: ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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POTERE&PROFITTO: ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA da IL MANIFESTO

Joe Biden apprendista stregone nucleare

L’arte della guerra. Sul contenzioso tra Parigi e Washington si è focalizzata l’attenzione politico-mediatica, lasciando in ombra le implicazioni del progetto Aukus

Manlio Dinucci  21.09.2021

Il presidente Biden ha annunciato la nascita dell’Aukus, partenariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, con «l’imperativo di assicurare la pace e stabilità a lungo termine nell’Indo-Pacifico», la regione che nella geopolitica di Washington si estende dalla costa occidentale degli Usa a quella dell’India.

Scopo di questa «missione strategica» è «affrontare insieme le minacce del 21° secolo come abbiamo fatto nel 20° secolo». Chiaro il riferimento alla Cina e alla Russia. Per «difendersi contro le minacce in rapida evoluzione», l’Aukus vara un «progetto chiave»: Stati Uniti e Gran Bretagna aiuteranno l’Australia ad acquisire «sottomarini a propulsione nucleare, armati convenzionalmente».

La prima reazione all’annuncio del progetto dell’Aukus è stata quella della Francia: essa perde in tal modo un contratto da 90 miliardi di dollari, stipulato con l’Australia, per la fornitura di 12 sottomarini da attacco Barracuda a propulsione convenzionale. Parigi, accusando di essere stata pugnalata alle spalle, ha ritirato gli ambasciatori dagli Usa e dall’Australia. Sul contenzioso tra Parigi e Washington si è focalizzata l’attenzione politico-mediatica, lasciando in ombra le implicazioni del progetto Aukus.

Anzitutto non è credibile che Stati Uniti e Gran Bretagna forniscano all’Australia le tecnologie più avanzate per costruire almeno 8 sottomarini nucleari di ultima generazione, con un costo unitario di circa 10 miliardi di dollari, per dotarli solo di armamenti convenzionali (non-nucleari). È come se fornissero all’Australia portaerei impossibilitate a imbarcare aerei. In realtà i sottomarini avranno tubi di lancio adatti sia a missili non-nucleari che a missili nucleari. Il primo ministro Morrison ha già annunciato che l’Australia acquisirà rapidamente, tramite gli Usa, «capacità di attacco a lungo raggio» con missili Tomahawk e missili ipersonici, armabili di testate sia convenzionali che nucleari.

Sicuramente i sottomarini australiani saranno in grado di lanciare anche missili balistici Usa Trident D5, di cui sono armati i sottomarini statunitensi e britannici. Il Trident D5 ha un raggio di 12.000 km e può trasportare fino a 14 testate termonucleari indipendenti: W76 da 100 kt o W88 da 475 kt. Il sottomarino da attacco nucleare Columbia, la cui costruzione è iniziata nel 2019, ha 16 tubi di lancio per i Trident D5, per cui ha la capacità di lanciare oltre 200 testate nucleari in grado di distruggere altrettanti obiettivi (basi, porti, città e altri).

Su questo sfondo, appare chiaro che Washington ha tagliato fuori Parigi dalla fornitura dei sottomarini all’Australia non semplicemente a scopo economico (favorire le proprie industrie belliche), ma a scopo strategico: passare a una nuova fase della escalation militare contro la Cina e la Russia nell’«Indo-Pacifico», mantenendo il comando assoluto dell’operazione. Cancellata la fornitura dei sottomarini francesi a propulsione convenzionale, obsoleti per tale strategia, Washington ha avviato quella che l’Ican-Australia denuncia come «l’accresciuta nuclearizzazione della capacità militare dell’Australia». Una volta operativi, i sottomarini nucleari australiani saranno di fatto inseriti nella catena di comando Usa, che ne deciderà l’impiego. Questi sottomarini, di cui nessuno potrà controllare il reale armamento, avvicinandosi in profondità e silenziosamente alle coste della Cina, e anche a quelle della Russia, potrebbero colpire in pochi minuti i principali obiettivi in questi paesi con una capacità distruttiva pari a oltre 20 mila bombe di Hiroshima.

È facilmente prevedibile quale sarà la prima conseguenza. La Cina, che secondo il Sipri possiede 350 testate nucleari in confronto alle 5.550 degli Usa, accelererà lo sviluppo quantitativo e qualitativo delle proprie forze nucleari. Il potenziale economico e tecnologico che possiede le permette di dotarsi di forze nucleari equiparabili a quelle di Usa e Russia. Merito dell’apprendista stregone Biden che, mentre avvia il «progetto chiave» dei sottomarini nucleari all’Australia, esalta «la leadership di lunga data degli Stati Uniti nella non proliferazione globale».

Apartheid vaccinale, l’egoismo dei Paesi ricchi eretto a sistema

Coronavirus. Quel che ho testimoniato a Gorokocho per l’Aids, si ripete ora con il Covid. Grazie a Big Pharma e ai brevetti privati, in Africa solo il 2% della popolazione è stata vaccinata

Alex Zanotelli  21.09.2021

I ministri della Salute del G20 si sono ritrovati a Roma dal 5 al 6 settembre, per studiare la possibilità di estendere la vaccinazione a tutti gli esseri umani. Molte le speranze, magri i risultati. Il fatto più grave è che il G20 Salute ha rifiutato la proposta del Sudafrica e dell’India, sostenuta da oltre cento Paesi, di sospendere temporaneamente i diritti di proprietà intellettuale sui vaccini. Nella “Dichiarazione di Roma”, a conclusione del G20 Salute, troviamo solo un generico impegno di inviare vaccini ai paesi impoveriti e la promessa di un sostegno finanziario alla campagna Covax, sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Unicef e varie fondazioni private. (Il Covax ha promesso di distribuire un miliardo di dosi entro il 2021, ma queste basteranno appena alle persone più a rischio e al personale sanitario). Siamo di nuovo alla carità, che in questo campo non funziona, fa solo il gioco delle potenti multinazionali dei farmaci, Big Pharma appunto.

Come missionario e come cristiano sono nauseato dall’egoismo pagato a caro prezzo dagli impoveriti del Pianeta. È quanto avevo già constatato nei miei dodici anni vissuti nella baraccopoli di Korogocho (Nairobi) durante la pandemia dell’Aids. Negli anni Novanta i farmaci antivirali erano prodotti negli Usa a un prezzo proibitivo per i malati del Sud del mondo, destinati a morire nel giro di pochi anni. Ho accompagnato nella malattia e poi alla morte centinaia di fior fior di giovani, soprattutto splendide ragazzine. Ogni morte era per me uno strazio perché sapevo che erano vittime di ingiustizia. I benestanti si salvavano, perché potevano pagare diecimila dollari a dose per vivere, i poveri invece erano invece marchiati a morte. È un mondo assurdo il nostro, dove l’egoismo è eretto a Sistema.

È quanto sta succedendo anche oggi con la Covid-19: i ricchi hanno i vaccini mentre agli impoveriti lasciano le briciole. Siamo davanti a una vera e propria apartheid vaccinale. In Africa solo il 2% della popolazione è stata vaccinata. In Ciad solo lo 0. 2%, in Madagascar lo 0,7%. Per gli oltre 80 milioni di abitanti del Congo, sono arrivati solo 98mila vaccini. Su una popolazione africana di 1,3 miliardi, solo 9 milioni e mezzo sono stati vaccinati. Il divario vaccinale tra i due mondi è spaventoso: i paesi ricchi hanno accumulato il 90% delle dosi e nei paesi impoveriti nemmeno l’1% è vaccinato. Il Canada ha comperato così tante dosi che potrebbe vaccinare cinque volte i propri cittadini. La Ue ha siglato un nuovo contratto con Pfizer e Biontech per ulteriori 1,8 miliardi di dosi. «Questo è un insulto – ha detto Nick Dearden del Global Justice Now – a tutti coloro che muoiono ogni giorno di Covid». Stiamo assistendo al trionfo del mercato, al trionfo del profitto. Le grandi case farmaceutiche (Pfizer, Johnson &Johnson e Astrazeneca), che hanno ricevuto grandi finanziamenti pubblici per produrre i vaccini, lo scorso anno hanno distribuito ai propri azionisti ben 26 miliardi di dollari.

Una cifra questa sufficiente a vaccinare 1,3 miliardi di persone, cioè l’intera popolazione dell’Africa. «La fame di profitti – ha ammonito il noto economista americano J. Stiglitz – potrebbe prolungare la pandemia». Infatti se le vaccinazioni non procedono in tutto il mondo rischiamo che, in qualche angolo del Pianeta, si sviluppino altre mutazioni del virus che potrebbero rendere inefficace i vaccini disponibili. «È indispensabile – sostiene sempre Stiglitz – che si sospendano i brevetti. Se rimaniamo nelle mani di un pugno di aziende che hanno limitata capacità di espandere la produzione, non ce la faremo mai ad avere 10-15 miliardi di dosi che servono per vaccinare tutta l’umanità». Bisogna anche condividere tecnologia e know-how con i paesi impoveriti. Purtroppo non sarà facile né per il Congresso degli Stati uniti né per il Parlamento europeo prendere una tale decisione cioè sospendere ‘almeno’ temporaneamente i brevetti.

Questo anche perché Big Pharma finanzia legioni di lobbisti sia presso il Congresso statunitense, sia presso il Parlamento europeo per bloccare tali tentativi. Lo scorso anno Big Pharma ha messo a disposizione ben 36 milioni di euro per fare pressione sui parlamentari a Bruxelles, dove operano ben 290 lobbisti. Tutto questo non lo possiamo accettare perché sarà pagato da milioni di morti nel Sud del mondo.
Ma alla fine saremo colpiti anche noi perché il virus potrebbe mutare in maniera più virulenta di prima. Questa è follia. «Purtroppo la salute è diventata sempre più un bene di mercato a disposizione del miglior offerente – così ci ha ricordato l’amico Gino Strada nel suo ultimo messaggio – Ne usciremo solo coi vaccini per tutti. Dobbiamo continuare a lottare perché la salute rimanga un diritto umano. Essere curati è un diritto universale e un bene comune, ed è conveniente per la società che venga tutelato nell’interesse di tutti: è una responsabilità pubblica che non può essere delegata all’intraprendenza privata né al mercato».

È un testamento che tocca a noi tradurre in pratica, se vogliamo salvarci, perché come dice papa Francesco: «Siamo tutti sulla stessa barca».

Compagnie fossili e cambiamento climatico, «decenni di menzogne»

Crisi ecologica. L’indagine dell’’Oversight Committee del Congresso Usa sulle responsabilità e i depistaggi dell’industria dei fossil fuel

Stella Levantesi  21.09.2021

Dopo decenni di manipolazione e inganno sul clima, l’Oversight Committee del Congresso americano – la principale commissione investigativa della Camera – ha finalmente aperto un’indagine sul settore fossile e la sua decennale campagna di disinformazione.
«Con l’aggravarsi dei disastri naturali legati al riscaldamento globale che devastano le comunità negli Stati uniti e nel mondo, una delle principali priorità legislative del Congresso è combattere la crisi sempre più urgente del cambiamento climatico», hanno dichiarato la rappresentante Carolyn B. Maloney, presidente della commissione, e il rappresentante Ro Khanna, presidente della sottocommissione per l’ambiente. «Per farlo, il Congresso deve affrontare l’inquinamento causato dall’industria dei combustibili fossili e frenare le preoccupanti pratiche commerciali che portano alla disinformazione su questi temi».

L’INDAGINE ARRIVA anche in seguito ad un video in cui un lobbista della ExxonMobil è stato ripreso mentre ammetteva il ruolo della compagnia nell’aver attaccato la scienza e ostacolato la legislazione sul clima.
Secondo la commissione le compagnie fossili, e non solo la Exxon, «hanno lavorato per prevenire un serio intervento sul riscaldamento globale, generando dubbio sui pericoli accertati dei combustibili fossili». In particolare la commissione evidenzia che le «strategie di offuscamento e distrazione» non solo durano da decenni ma «continuano ancora oggi».
Maloney e Khanna hanno inviato lettere ai dirigenti di alcune compagnie di combustibili fossili e associazioni commerciali che sono al centro della macchina negazionista, tra cui ExxonMobil Corporation, BP America Inc., Chevron Corporation, Shell Oil Company, American Petroleum Institute, e la Camera di commercio degli Stati Uniti, richiedendo documenti per verificare il ruolo delle compagnie nella campagna di disinformazione. Nella lettera al dirigente della ExxonMobil, per esempio, hanno evidenziato non solo che «l’industria dei combustibili fossili ha fatto disinformazione sulla scienza del clima per decenni», ma che da altrettanto era al corrente «della scienza del cambiamento climatico» – gli scienziati interni alle compagnie, infatti, già avevano osservato il legame tra la loro attività e l’aumento delle emissioni. I rappresentanti hanno anche richiesto che i dirigenti testimonino in un’udienza il 28 ottobre 2021.

QUATTRO COMPAGNIE in particolare, BP, Shell, Chevron e ExxonMobil, hanno dichiarato quasi 2 miliardi di dollari di profitti tra il 1990 e il 2019. Durante questo periodo, sottolinea la commissione, la crisi climatica globale è diventata sempre più terribile e il suo impatto mortale è aumentato.
Le tattiche messe in atto dall’industria fossile ricalcano quelle utilizzate dall’industria del tabacco. Il fine? Sempre lo stesso. Evitare una regolamentazione per continuare a vendere prodotti che «uccidono centinaia di migliaia di americani» (e non solo).
Secondo la commissione, tra il 2015 e il 2018, le cinque maggiori compagnie petrolifere e del gas quotate in borsa hanno speso 1 miliardo di dollari per promuovere la disinformazione sul clima attraverso «branding e lobbying». Il lobbying spesso è stato indiretto, attraverso gruppi commerciali, per oscurare il proprio ruolo negli sforzi negazionisti e sostenere campagne politiche, ma anche per proteggere la propria immagine ed evitare di essere associate pubblicamente a queste posizioni.
Gli storici della scienza Naomi Oreskes e Geoffrey Supran, che studiano il ruolo delle compagnie fossili nella campagna di disinformazione, hanno riassunto perfettamente questo meccanismo. «ExxonMobil sta ora ingannando il pubblico sul suo ruolo nell’aver ingannato il pubblico».

IN UN RECENTE ARTICOLO pubblicato sulla rivista One Earth, Supran e Oreskes hanno indagato su come ExxonMobil usa la retorica e il framing per plasmare il dibattito pubblico sul cambiamento climatico. Secondo lo studio, che ha analizzato decine e decine di documenti interni e relativi alla compagnia, la ExxonMobil ha pubblicamente enfatizzato alcuni termini e argomenti e ne ha intenzionalmente evitati altri. La compagnia ha usato la retorica del «rischio» climatico e della «domanda» di energia da parte dei consumatori per costruire il ruolo di «Salvatore dei combustibili fossili», un framing che «minimizza la realtà e la gravità del cambiamento climatico, normalizza il ruolo radicato dei combustibili fossili e reindirizza la responsabilità sull’individuo». Supran sostiene che il «rischio» è stato usato per introdurre in maniera subdola l’incertezza sulla scienza del clima. Le tattiche fossili, poi, imitano la strategia, anche questa documentata, dell’industria del tabacco di reindirizzare la responsabilità sui consumatori. È stata la BP, per esempio, a rendere popolare il termine «impronta di carbonio» a metà degli anni 2000, inventando un calcolatore per misurare le emissioni di carbonio individuali e spostando la responsabilità dalle compagnie all’individuo.

AD APRILE, NEW YORK ha citato in giudizio ExxonMobil, Shell, BP e l’American Petroleum Institute per «pubblicità ingannevole» e greenwashing. Supran e Oreskes sperano che i risultati del loro studio possano essere di interesse per gli avvocati coinvolti in questo tipo di casi.
È chiaro che la campagna di disinformazione del settore fossile e delle sue lobby va oltre le strategie comunicative e la manipolazione mediatica. Ci sono dietro decenni di finanziamenti alla politica, lobbying mirato e propaganda. Oggi, come sottolinea anche la commissione, queste strategie sono ancora presenti, da un negazionismo del clima duro e assoluto si è passati a quelli che vengono chiamati «discorsi di ritardo climatico» che rientrano nel bacino degli sforzi negazionisti più soft, e quindi più subdoli e più difficilmente riconoscibili. Ritardare il più possibile l’azione sul clima è sempre stato l’obiettivo primario e lo è tuttora. Oltre al greenwashing e allo spostamento di responsabilità, creare confusione, oggi, è tra le strategie più utilizzate per ritardare l’azione politica sul clima. Qualsiasi cosa pur di evitare di affrontare il problema alla radice, perché per le compagnie fossili significherebbe la fine.