PER L’AMBIENTE 2600 MILIARDI IN 10 ANNI. PER LE ARMI 2000 MILIARDI IN 1 ANNO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PER L’AMBIENTE 2600 MILIARDI IN 10 ANNI. PER LE ARMI 2000 MILIARDI IN 1 ANNO da IL MANIFESTO

Leonardo Boff: «Il problema è il capitalismo» ma i leader evitano di dirlo

Intervista al teologo della Liberazione. Bolsonaro? «Andrà avanti con la deforestazione mentendo al Brasile e al mondo, non ci sono dubbi». Come il sistema attuale condanna a morte il «grande povero» che è il pianeta devastato

Claudia Fanti  04.11.2021

Il grido dell’indigena brasiliana Txai Suruí, figlia di uno dei leader più rispettati del suo paese, Almir Suruí, è risuonato proprio in apertura della Cop 26: «Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo ascoltare le stelle, la luna, gli animali, gli alberi. Oggi, il clima sta cambiando, gli animali stanno scomparendo, i fiumi muoiono, le nostre piante non fioriscono più come prima. La Terra ci sta dicendo che non abbiamo più tempo».

Ma è già troppo tardi per cambiare strada? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione, quella dei poveri e del «grande povero» che è il nostro pianeta devastato e ferito, il cui duplice – e congiunto – grido ha occupato il centro della sua intera riflessione.

Tra i firmatari dell’accordo sulla deforestazione raggiunto alla Cop 26 c’è anche Bolsonaro. Il trionfo dell’ipocrisia?

Nulla di minimamente credibile può venire dal governo Bolsonaro: con lui la menzogna è diventata politica di stato. Solo su un punto ha detto la verità: «Il mio governo è venuto per distruggere tutto e per ricominciare da capo». Peccato che questo reinizio sia nel segno dell’oscurantismo e del negazionismo scientifico, che si tratti di Covid o di Amazzonia. La sua opzione economica va in direzione esattamente opposta a quella per la preservazione ecologica: Bolsonaro ha favorito l’estrazione di legname, l’attività mineraria all’interno delle aree indigene, la distruzione della foresta per far spazio alla monocoltura della soia e all’allevamento. Solo da gennaio a settembre, l’Amazzonia ha perso 8.939 km² di foresta, il 39% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 e l’indice peggiore degli ultimi 10 anni. La sua adesione al piano di ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 è pura retorica. In realtà, non ci sono dubbi sul fatto che proseguirà sulla strada della deforestazione continuando a mentire al Brasile e al mondo.

L’Amazzonia potrà sopravvivere ad altri 10 anni di deforestazione?

Il grande specialista dell’Amazzonia Antônio Nobre afferma che, al ritmo attuale di distruzione, e con un tasso di deforestazione già vicino al 20%, in 10 anni si potrebbe raggiungere il punto di non ritorno, con l’avvio di un processo di trasformazione della foresta in una savana appena interrotta da alcuni boschi. La foresta è lussureggiante ma con un suolo povero di humus: non è il suolo che nutre gli alberi, ma il contrario. Il suolo è soltanto il supporto fisico di un complicata trama di radici. Le piante si intrecciano mediante le radici e si sostengono mutuamente alla base, costituendo un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

Siamo ancora in tempo per intervenire?

I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli.

Ha sempre affermato che senza un vero cambiamento nella nostra relazione con la natura non avremo scampo. L’umanità è pronta per questo passo?

Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla. Sono le esperienze dal basso a offrire speranze di alternativa: dal buen vivir dei popoli indigeni all’ecosocialismo di base fino al bioregionalismo, il quale si propone di soddisfare le necessità materiali rispettando le possibilità e i limiti di ogni ecosistema locale, creando al tempo stesso le condizioni per la realizzazione dei beni spirituali, come il senso di giustizia, la solidarietà, la compassione, l’amore e la cura per tutto ciò che vive.

Senza fare la guerra il clima si raffredda

Dossier. Secondo una ricerca della Chatman House, tra le strategie per mitigare gli impatti devastanti dei cambiamenti climatici ci sono le missioni di pace

Serena Tarabini  04.11.2021

Proprio a ridosso della COP 26 di Glasgow si sono moltiplicati gli allarmi e gli avvertimenti da parte della comunità scientifica che, numeri alla mano, ha constatato come in questi anni si è marciato in direzione contraria rispetto agli accordi di Parigi che dopo cinque anni vengono messi a verifica.

I LIVELLI DI GAS SERRA NON SONO MAI diminuiti, nemmeno con le limitazioni imposte dalla pandemia, ha avvertito l’Osservatorio Meteorologico dell’Onu, specificando come con questi ritmi, le conseguenze più gravi del surriscaldamento terrestre – innalzamento del livello degli oceani, temperature roventi e eventi meteorologici estremi- sono destinate a diventare la norma. Concordano su questo anche i più di 200 esperti che hanno firmato una recente ricerca della Chataman House, centro studi britannico, specializzato in analisi geopolitiche e politico-economiche fra i più accreditati al mondo: da qui al 2030 gli impatti dei cambiamenti climatici saranno sempre più gravi ed inevitabili. Di conseguenza, è necessario concentrarsi sugli adattamenti per limitare i danni peggiori. E fra le strategie di contenimento degli impatti vengono nominate le missioni di pace.

QUALI RISCHI E IMPATTI CLIMATICI a breve termine devono preoccupare maggiormente i decisori nel prossimo decennio? È la domanda a cui ricercatori di diverse discipline hanno cercato di rispondere, individuando che le peggiori conseguenze a breve termine saranno tutte a carico di regioni dell’Africa e dell’Asia. Pericoli come la siccità, le variazioni nel regime delle pioggia o le ondate di calore possono determinare gli impatti che destano maggiore preoccupazione, ovvero quelli sulla sicurezza alimentare, migrazione e spostamento delle persone, conflitti; tali impatti saranno maggiori laddove le comunità sono già più vulnerabili, attivando anche interazioni e cascate di impatti secondari che attraverseranno i confini e i continenti.

E’ QUINDI FONDAMENTALE che nell’immediato si affrontino le vulnerabilità socioeconomiche nelle regioni più a rischio. Senza tale supporto, sarà impossibile evitare catene di eventi che traducono i pericoli locali in impatti avvertiti in tutto il mondo.

I RICERCATORI SONO GIUNTI a considerare realistico aspettarsi che gli impatti climatici diventino più gravi nel breve termine analizzando gli eventi legati al clima dei primi nove mesi del 2021 e osservando l’ultimo decennio: un confronto che ha permesso di individuare i tipi di eventi che si possono verificare con maggiore probabilità da qui al 2030. A livello globale, ogni anno nel 2008-20, una media di 21,8 milioni di persone sono state sfollate internamente a causa di disastri meteorologici sotto forma di caldo estremo, siccità, inondazioni, tempeste e incendi. Nel 2010-11, il caldo estivo eccezionale nell’Europa orientale ha ridotto di un terzo i raccolti di grano, portando a una grave inflazione globale dei prezzi alimentari, che ha rappresentato uno dei fattori scatenanti delle rivolte della primavera araba, disordini che hanno avuto ripercussioni in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa.

ALLO STESSO TEMPO, LE PRECIPITAZIONI senza precedenti e le conseguenti inondazioni in Pakistan hanno influito sulla vita e sui mezzi di sussistenza di circa 20 milioni di persone. Cosa fare? Innanzitutto trasparenza, da parte di tutti. Costruire la resilienza della società agli shock che possono verificarsi è una forma di adattamento. Sia l’accordo di Parigi del 2015 che il pacchetto sul clima di Katowice del 2018 chiedono a tutti i governi di intraprendere e documentare i progressi fatti nel campo dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Sebbene dal 2006 le segnalazioni siano rapidamente aumentate, la disponibilità e l’accesso a dati socioeconomici necessari per la costruzione di queste strategie non è sempre adeguata. I dati necessari si trovano nei rapporti disponibili al pubblico, nelle conoscenze degli esperti, in legislazione e regolamenti, nei big data di origine digitale e crowdsourcing. Ugualmente importante sarà la convergenza su tecniche comuni, sistematiche, trasversali e complete per tenere traccia di tali dati.

DOPODICHE’ E’ SOPRATTUTTO sui e con i paesi più vulnerabili che bisogna lavorare fin da subito. La ricerca sottolinea la significativa probabilità che alcune nazioni potranno essere investite da impatti così gravi da superare i potenziali limiti di adattamento, è quindi di fondamentale importanza un’azione di mitigazione forte e unilaterale contro i cambiamenti climatici durante e ben oltre le strategie elaborate dalla Cop26, richiedendo un’immediata, drastica e duratura riduzione delle emissioni di gas serra e la conservazione e il ripristino dei serbatoi naturali di carbonio.

LE MISURE DI ADATTAMENTO DEVONO essere mirate e dirette in particolare alle regioni che hanno le maggiori probabilità di subire impatti climatici a breve termine e dove le condizioni sono già critiche; nazioni che spesso non possono farsi carico di tutte le misure e che devono quindi essere sostenute dalle nazioni più ricche.

UN PUNTO IMPORTANTE E’ CHE QUESTE misure dovrebbero come minimo non aumentare il rischio di conflitto, bensì ove possibile, rafforzare le missioni di pace: è sempre più evidente che gli sforzi per combinare adattamento e costruzione di pace implementano una governance migliore, sicurezza e crescita economica e, soprattutto, il consenso delle comunità colpite

INFINE C’E’ LA CHIARA NECESSITA’ di una valutazione annuale di come stanno cambiando i pericoli, l’esposizione e le vulnerabilità. Secondo i ricercatori serve un registro dei rischi climatici completo e aggiornato, che includa non solo gli impatti climatici a breve termine, ma anche le vulnerabilità socioeconomiche e gli adattamenti associati che riducano il rischio complessivo, nonché la preparazione al rischio di catastrofi.

LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI, i governi, la società civile, gli accademici e il settore privato sono tutti soggetti interessati al rischio climatico. Sono necessari una chiara comprensione e un monitoraggio continuo di tale rischio per indirizzare l’azione di governi, imprese e investitori anche nella pianificazione dell’adattamento.

I 20 «Grandi» senza coraggio sui suv e in aereo

Dante Caserta  04.11.2021

stato fin troppo facile evidenziare la contraddizione dei cortei di decine di suv iper-blindati e iper-inquinanti che lo scorso fine settimana hanno attraversato Roma per portare i «potenti della Terra» a discutere di lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici al G20. Per non parlare dell’affollamento nei cieli di Glasgow degli aerei che hanno portato alla Cop26 sul clima quegli stessi «20 Grandi» più i rappresentanti degli altri Paesi.

A Roma erano riuniti i leader delle maggiori economie mondiali, responsabili del 78% delle emissioni globali di gas serra. Una responsabilità enorme, così come è enorme il loro potere di incidere, ma purtroppo, per l’ennesima volta, è mancato il coraggio di limitare l’aumento della temperatura globale.

Il vertice di Roma avrà pure mandato alcuni segnali, ma per quanto tempo questi Grandi continueranno a mandare segnali, invece di adottare le misure necessarie per quel cambio di passo indispensabile?

Al G20 qualche passo avanti più concreto si è fatto nel campo dell’azione per fermare la perdita di biodiversità entro il 2030, passaggio fondamentale per proteggere la salute e quei servizi ecosistemici da cui dipende la vita.

Per esempio l’impegno preso di piantare mille miliardi di alberi entro il 2030, se attuato in modo inclusivo ed efficace (piantare nei punti giusti e con il coinvolgimento delle popolazioni), potrebbe dare un contributo significativo al Decennio delle Nazioni Unite sul ripristino degli ecosistemi che mira a prevenire e invertire il loro degrado in ogni continente e negli oceani. Ma gli sforzi per ripristinare gli ecosistemi forestali devono andare di pari passo con una rapida decarbonizzazione e con il blocco della deforestazione che continua a procedere a tassi allarmanti: tra il 2004 e il 2017 43 milioni di ettari di foreste (un’area equivalente al Marocco) sono andati persi solo nei tropici e nei subtropici.

Ed è positivo poi che a Glasgow una delle prime misure adottate sia stata la sottoscrizione, da parte di oltre 100 Capi di Stato, della Dichiarazione sulle foreste e sull’uso del suolo che impegna gli Stati ad arrestare e invertire la perdita di foreste e il degrado del territorio entro il 2030, prevedendo di impiegare 12 miliardi di dollari di investimenti pubblici per proteggere le foreste insieme a 7,2 miliardi di dollari di investimenti privati.

Dopo Roma, a Glasgow ci si aspetta che arrivino impegni climatici ambiziosi con scadenze certe, che si adottino azioni specifiche affinché natura e clima siano tenuti in considerazione in tutti i settori dell’economia. Sarebbe da incoscienti rinviare ancora. Spesso, infatti, si parla dei costi della transizione ecologica, trascurando i costi della mancata transizione. Qualcuno ha paragonato la transizione ecologica ad un «bagno di sangue», quasi che l’attuale modello di sviluppo costellato di enormi disparità, distruzione di habitat, danni alle stesse attività umane, migranti climatici, continue emergenze, centinaia di migliaia di morti per fenomeni meteo estremi e inquinamento, sia una «passeggiata di salute»: i cambiamenti climatici e la perdita di natura hanno invece costi altissimi che stanno ad indicarci l’urgenza di cambiare rotta.

https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/energia/2019/09/05/rinnovabili-in-10-anni-investiti-2.600-miliardi-nel-mondo_3454e2ba-52b6-44f3-b702-641b34548e3c.html