PANDEMIA+GLOBALIZZAZIONE: RINASCITA O PRECIPIZIO? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PANDEMIA+GLOBALIZZAZIONE: RINASCITA O PRECIPIZIO? da IL MANIFESTO

Il virus come catalizzatore di una coscienza collettiva

Pandemia. La grande frana che la diffusione del Coronavirus sta provocando su un terreno già irrimediabilmente compromesso non potrà certo essere arginata tamponando i suoi effetti a valle, invece che intervenire a monte cambiando i modi di funzionamento del sistema

Ignazio Masulli 20.06.2020

Anche i problemi posti dalla pandemia s’incaricano di mostrarci che il sistema economico-sociale dominante sulla scena internazionale è tanto prepotente e insofferente di qualsivoglia correzione, quanto incapace di far fronte ai drammatici squilibri ecologici, demografici e sociali da esso stesso provocati.

La grande frana che la diffusione del Coronavirus sta provocando su un terreno già irrimediabilmente compromesso non potrà certo essere arginata tamponando i suoi effetti a valle, invece che intervenire a monte cambiando i modi di funzionamento del sistema. E quindi modificandolo profondamente. E la pandemia mostra con luce ancor più sinistra il rachitismo deforme che affligge questo sistema. Dominato da una testa gonfia di ricchezza e potere, ma quasi cieca di fronte al futuro, poggiata su un corpo sociale sempre più gracile e fragile, incapace ormai di crescere in modo sano.

Solo questa debolezza costitutiva spiega come un virus, sia pure insidioso e di facile trasmissibilità, stia mettendo in crisi funzionamento economico, tenuta sociale e azione politica nei paesi colpiti, a cominciare dai più potenti. La ragione di fondo è da ricercare nelle diseguaglianze sociali, non solo tra i paesi più ricchi e quelli meno sviluppati, ma che si allargano sempre più sia all’interno dei primi che dei secondi.

Nei paesi del capitalismo storico quarant’anni di neoliberismo hanno ridotto sistematicamente diritti del lavoro e conquiste sociali raggiunti faticosamente nei decenni precedenti aggravando marginalizzazione e sfruttamento. Sicché la crisi innescata dal Coronavirus finisce col colpire le condizioni di lavoro e di vita di ampie fasce sociali già gravemente indebolite.

Nei paesi meno sviluppati l’assalto predatorio delle multinazionali alle risorse naturali, il supersfruttamento di forza lavoro a basso costo attraverso una massiccia delocalizzazione produttiva hanno immiserito ulteriormente condizioni di vita già arretrate. Ora i contraccolpi di un’infezione che si sta allargando anche in quelle aree possono avere effetti catastrofici. In queste condizioni non è concepibile alcuna analisi o progetto politico in qualsiasi modo subordinati alle strategie ed obiettivi del blocco di potere dominante.
Invece, gran parte dei governi e delle istituzioni internazionali continuano a pensare ed agire muovendosi all’interno del recinto di compatibilità tollerato da questo sistema.

Ma chi è consapevole del fatto che viviamo in un sistema che ha superato da tempo le soglie critiche della sua sostenibilità sa bene che è urgente l’organizzazione di una conflittualità aperta e sistematica. Come lo sanno i milioni di persone che manifestano in ogni parte del mondo contro le devastazioni ambientali, le diseguaglianze sociali, le discriminazioni di genere, di razza e tutte le sopraffazioni che continuamente tentano di soggiogare e dividere il popolo-mondo per distoglierlo dalla costruzione comune di un futuro migliore.

Ebbene, se il pericolo rappresentato da una malattia di rapida diffusione, evento singolo, ma non casuale né isolabile, può fare da elemento catalizzatore di una coscienza collettiva ancora più vasta e coesa, è ora di battersi per un sistema governato da strategie e obiettivi completamente diversi da quelli imposti finora.

Fascismo, quello «storico» e le sue «forme» nel nostro presente

Certo il «fascismo storico» è davvero morto, ma il «neofascismo» è ben vivo e lotta contro di noi, e alcuni degli obbiettivi impliciti della sua lotta hanno a che vedere non con il presente immediato, ma con un «lungo presente»

Paolo Favilli 20.06.2020

Il rifiuto del termine «fascismo» come indicatore di aspetti connotativi dell’attuale destra italiana è una costante del panorama giornalistico cosiddetto «moderato». Anche nella pubblicistica di sinistra, però, si possono trovare perplessità sull’uso della parola «fascismo» per orientarsi nell’insieme multiforme di quella destra.

Non che manchino ragioni di critica nei confronti di chi agita il fantasma del fascismo per non fare i conti sui motivi, e sulle responsabilità, per cui quel fantasma ha assunto una nuova corporeità. Ciò non deve significare, però, che si possa banalizzare la realtà di una destra in cui tale forma è diventata un collante di particolare densità. L’interrogarsi sulla forma fascismo nell’Italia del nostro tempo non è, quindi, «un falso dibattito (…) declinato, in modo maniacale sul nominalismo scolastico» (Vercelli, il manifesto, 6 giugno). Certo il «fascismo storico» è davvero morto, ma il «neofascismo» è ben vivo e lotta contro di noi, e alcuni degli obbiettivi impliciti della sua lotta hanno a che vedere non con il presente immediato, ma con un «lungo presente».

L’evidente osmosi tra gli elettorati di destra, che ora sembra alimentare il bacino di voti del partito nel cui pantheon sono collocati protagonisti del «fascismo storico», non è cominciata oggi. Quando, nel 1994, Berlusconi mise insieme Forza Italia, Alleanza Nazionale e una Lega Nord il cui capo blaterava di «porcilaia fascista», in astratto poteva sembrare un’operazione impossibile. Soprattutto in un periodo in cui Fini si dichiarava fieramente fascista: «Nessuno può chiederci abiure della nostra matrice fascista» (5 gennaio 1990). E in effetti nel nuovo fronte di destra che si stava formando, nessuno glielo chiese, e gli elettorati delle tre componenti dimostrarono da subito un fortissimo grado di contiguità. L’osmosi non riguardava, non riguarda, solo l’elettorato della destra italiana, ma anche l’insieme dei suoi dirigenti a tutti i livelli.

Sulla importante dimensione quantitativa dell’osmosi in atto si potrebbero scrivere corposi volumi e in verità qualcuno ne è stato scritto, ma non in Italia. Recensendo una ricerca rigorosa e documentatissima sul tema, nel contesto di un’ampia discussione svoltasi nel mondo culturale e politico di lingua germanica, un autore tedesco, ha usato, come immagine paradigmatica, la foto che ritrae una ministra di Forza Italia mentre, a una cerimonia istituzionale, si esibisce nel saluto fascista accanto ad un generale dei carabinieri. «Occasionalmente – ha commentato – la miseria di un paese è condensata in una faccia» (D. Krause, «Literaturkritik.de», 5 Mai 2010).

Il richiamo senza infingimenti al «fascismo storico» è, dunque, aspetto costitutivo di un nuovo patto. Aspetto costitutivo di una fase della storia d’Italia cominciata allora. E il «fascismo storico» ha potuto avere tale ruolo fondamentale perché in sostanziale sintonia con aspetti strutturali (culture politiche e «mentalità» sono anch’esse strutture) di lunga durata. Perciò utilizzare la categoria analitica del «lungo presente» non ha niente a che vedere con scolasticismi nominalistici. Si tratta invece di uno strumento essenziale per la comprensione di un fenomeno per ora unico nell’Europa occidentale: quello di una destra che nel suo complesso, è innervata di elementi del «fascismo storico», non tanto di quelli relativi alla violenta presa del potere, quanto di quelli legati al blocco sociale del «fascismo regime». Un blocco sociale che, nelle mutate condizioni, si sta riproponendo nel «presente immediato».

Non è un caso, allora, che, nell’alleanza di destra, sia proprio la componente apertamente neofascista che dimostra maggiori capacità espansive. L’amalgama che ne deriva, in un contesto in cui la sinistra-per-simmetria non ha più strumenti per superare il baratro con quel suo popolo che da tempo ha abbandonato, e la sinistra, pervicacemente divisa, non ha forza per dare autorevolezza a un discorso alternativo, ha buonissime probabilità di diventare egemone di un’Italia modello Orbán.

Forse non basterà, ma intanto la sinistra-per-simmetria potrebbe cominciare a pensare davvero che sul terreno del neo-liberismo, cioè l’attuale configurazione delle logiche di accumulazione, non incontrerà nessuna parte del popolo dei subalterni. E la sinistra ad aver ben chiare due cose: a) senza la consapevolezza dell’indispensabile costruzione di uno spazio di aggregazione, senza avvertirne tutta l’urgenza, non resta che la certificazione ufficiale della scomparsa; b) e che gli oppositori dell’attuale «forma fascismo», sia pure quelli tramite antifascismo debole, non sono rappresentabili come «massa unica reazionaria».