MOVIMENTI, MONUMENTI, IPOCRISIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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MOVIMENTI, MONUMENTI, IPOCRISIA da IL MANIFESTO

L’irruzione dei movimenti nella Storia

Alessandro Portelli 16.06.2020

Avete presente l’espressione romana «fare la lupa»? Significa andare avanti e indietro, avanti e indietro, in pochi metri, come un animale in gabbia. Infatti l’origine è proprio questa: la lupa di cui si parla è quella, che anche io ho fatto in tempo a vedere, che andava irrequieta avanti e indietro nella gabbia sulle pendici del Campidoglio. Quella lupa era un simbolo della romanità, della nostra identità.

E anche della nostra cultura, delle nostre radici, della nostra Storia. Poi, a un certo momento, è scomparsa. Ne sentiamo la mancanza? Ci siamo per questo dimenticati di essere discendenti di Romolo? (Su che fine ha fatto Remo, l’altro figlio della lupa, lasciamo perdere). Ci siamo sentiti come se ci avessero lasciati senza storia, senza memoria, senza passato? Ce la siamo presa col politically correct animalista? Non credo e non mi risulta. È solo che siamo cambiati e quel simbolo non ci rappresenta più.

Come la lupa del Campidoglio, i simboli e i segni del passato e della storia non sono immobili e intangibili, possono sparire ed essere compensati, sostituiti, dimenticati. La storia e la memoria comprendono anche l’oblio: come ci insegnano in tanti, da Jurij Lotman a Umberto Eco a Jorge Luis Borges, senza oblio non c’è né storia né memoria né cartografia. La storia è fatta sia di iscrizioni, sia di cancellazioni.

Perciò credo che si regga su una errata idea della storia il politically correct che si scandalizza se qualcuno butta a fiume la brutta statua di un mercante di schiavi. Infatti mi domando anche: ma perché è Storia il monumento a Robert E. Lee a Charleston e non sono storia le decine di migliaia di cittadini che vogliono che sia rimossa? La storia è solo passato o anche presente? È storia o no il fatto che non dalla settimana scorsa ma letteralmente da un secolo in qua a Bristol fior di cittadini, compresi il meglio degli storici del posto, chiedevano educatamente di toglierla di mezzo? È o no negazione della storia ignorare questa storia, o parlare senza conoscerla?

Credo che se noi chiamiamo Storia il monumento a Nathan Bedford Forrest, fondatore del Ku Klux Klan, che campeggia nel palazzo del governo a Nashville, Tennessee, e non riconosciamo che sono storia anche quelli che vogliono toglierlo e sostituirlo, è perché la Storia siamo Noi – euroamericani liberali cristiani istruiti – e non loro – vandali orde teppisti. Ha ragione Toni Morrison: le definizioni appartengono ai definitori, non ai definiti. Edward Colston, Robert E. Lee, Mussolini, Nathan Bedford Forrest (ricordato in Via col Vento romanzo per la sua bella barba) non ci piacciono ma sono storia nostra, la storia ci appartiene e decidiamo noi chi la tocca e chi no.

Perciò non battiamo ciglio o battiamo le mani quando qualcuno butta giù la storia di qualcun altro, che sia la statua di quel mascalzone di Saddam Hussein a Baghdad o quelle di Marx, Lenin e Stalin in mezza Europa (sono comunista, per Marx mi dispiace ma credo che date le circostanze ne avessero tutto il diritto).

Quando quelli che chiamavamo i «senza storia» irrompono nella storia, sono sempre corpi fuori posto che violano il nostro spazio esclusivo (come Trayvon Martin nel quartiere sbagliato quella sera in Florida). Come si permettono? Anche qui, la scena emblematica sta in Via col Vento: quella in cui si vedono i deputati e senatori “negri” eletti dopo la guerra civile stravaccati sbevazzando sui solenni scranni del parlamento della Georgia (non andò affatto così in Georgia: si può fare grande cinema anche con una menzogna, ma non si può difendere la menzogna in nome della Storia).

Certo che ci saranno errori, esagerazioni, scorie, in questo cambiamento epocale: a proposito dei movimenti di liberazione dal colonialismo e delle occupazioni delle terre nel Sud, Ernesto de Martino avvertiva che la «irruzione delle masse nella storia» non sarebbe avvenuta senza scorie e barbarismi, ma ci invitava ad avere la pietas e l’intelligenza necessaria per partecipare, accompagnare, consigliare e aspettare.

Parte dell’intelligenza consiste nel distinguere. Oltre che vandali e teppisti, i nostri media bollano quelli che vogliono togliere di mezzo le statue di Robert E. Lee e Edward Colston come «iconoclasti». Ora, se alla storia ci teniamo, usiamo correttamente i riferimenti storici: l’iconoclastia è un atteggiamento diffuso in correnti cristiane e islamiche che per svariate ragioni teologiche combatte tutte le immagini in quanto tali (l’opposto di iconoclastia, dicono, è idolatria).

Quello che è in atto adesso è invece una motivata obiezione ad alcuni monumenti e non altri: anche i più radicali antirazzisti e antifascisti sanno distinguere fra l’obelisco a Mussolini Dux e la Pietà di Michelangelo, pur sapendo bene le responsabilità storiche della Chiesa.

Possiamo discutere caso per caso, ma il rifiuto di distinguere e la conseguente riduzione all’assurdo è una rinuncia a quel senso critico che dovrebbe caratterizzare i colti (l’etimologia di critica significa appunto distinguere), una rinuncia che induce persone intelligenti e rispettate ad argomentare seriamente che non possiamo togliere l’omaggio al Ku Klux Klan da Nashville perché sennò dovremmo abbattere anche il Colosseo a Roma (come se qualcuno oltre loro ne stesse parlando, e come se non sapessimo distinguere fra l’Anfiteatro Flavio e la lupa del Campidoglio).

Quello che difendiamo in questo modo non è il Colosseo, ma il Ku Klux Klan. Come ci insegna l’assassinio di Rayshard Broooks ieri ad Atlanta, non è solo a forza di dimenticare il passato ma anche a forza di idolatrarlo che rischiamo di continuare a riviverlo.

PS. La scorsa settimana l’assemblea legislativa del Tennessee ha votato contro la mozione di togliere il busto del fondatore del Kkk, con la sua bella barba, dal palazzo del governo. Si vede che ancora li rappresenta.

La sporca coscienza dell’Italia colonialista

Habemus Corpus. Le statue, così come sono state messe, si possono anche togliere o dileggiare quando ciò che rappresentano non è più sopportabile. Però sarebbe un errore fermarsi alla condanna di Montanelli.

Mariangela Mianiti 16.06.2020

Indro Montanelli è stato quel che è stato, fascista, razzista, machista, compratore di una sposa bambina eritrea e va benissimo se oggi la sua statua viene cosparsa di vernice, così come va bene che negli Usa o in Gran Bretagna siano abbattute statue di mercanti di schiavi. Le statue, così come sono state messe, si possono anche togliere o dileggiare quando ciò che rappresentano non è più sopportabile. Però sarebbe un errore fermarsi alla condanna di Montanelli perché è il simbolico di qualcosa che l’Italia non ha mai voluto riconoscere fino in fondo, la propria vergognosa storia colonialista.
Indro Montanelli non era un’eccezione, ma uno dei tanti italiani che Angelo Del Boca nel suo Italiani, brava gente? (Neri Pozza) descrive come «Uomini comuni, non particolarmente fanatici. Uomini che hanno agito per spirito di disciplina, per emulazione, o perché persuasi di essere nel giusto eliminando coloro che ritenevano barbari o subumani». Insomma, la banalità del male. Quando partirono nel 1935 per conquistare l’Etiopia, in sette mesi di guerra quegli uomini comuni che obbedivano a Mussolini sterminarono 250mila persone. Quando, come documenta Simone Belladonna in Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale (Neri Pozza), fu ordinato loro di sganciare sul popolo etiopico 1020 bombe da 500 chili caricate a iprite (gas proibito dalle convenzioni internazionali), sui somali 95 bombe a iprite e 271 a fosgene lo fecero.

LO STORICO Matteo Dominioni ne Lo sfascio dell’Impero: gli italiani in Etiopia 1936-41 (Laterza) entra nei dettagli della strage di Zeret. È il 30 marzo 1939 quando l’aviazione italiana individua una colonna di «ribelli» composta per la maggior parte da feriti, anziani, bambini, donne che, incalzati, si rifugiano in una grotta. Dopo averla assediata, i militari italiani decidono di calarvi alcuni bidoncini di iprite per, come scrive nel suo diario il sergente maggiore Boaglio: «Impedire così a eventuali fuggitivi di cavarsela impunemente…». L’iprite, chiamato anche gas mostarda per il suo odore simile alla senape, è a base di cloro e zolfo, agisce sulla pelle anche attraverso i vestiti aprendo piaghe di carne viva. Se inalato distrugge l’apparato respiratorio in pochi minuti.
L’Italia ha così poco voluto fare i conti con queste verità che Del Boca, quando nel 1965 scrisse per primo dell’uso dei gas tossici, fu sottoposto a una campagna diffamatoria. Si dovette arrivare al 1995, quando il governo Dini aprì gli archivi, per dimostrare che aveva ragione, ma nemmeno dopo di allora si è voluto avviare un processo di verità su chi siamo stati e che cosa abbiamo fatto davvero nelle colonie, ovvero non brava gente, ma massacratori.

ANZI, siamo stati ben attenti a sotterrare la verità nascondendo pellicole che parlavano di quegli eventi. Il leone del deserto, film storico con Anthony Queen e Irene Papas girato nel 1981 da Mustafa Akkad e che narra la resistenza libica contro l’invasione italiana, è stato visto in tutto il mondo, ma mai distribuito in Italia. I diritti di Fascist Legacy, documentario prodotto dalla BBC nel 1989 sui crimini fascisti, furono comprati dalla Rai per impedirne la trasmissione.
Di fronte a tutto ciò, e non è tutto, cosa volete che sia un po’ di vernice su una statua? Solletico. Il lavoro da fare per squarciare il velo dell’ipocrisia e dell’oblio non manca e bisognerebbe davvero iniziarlo non solo con saggi, ma anche con narrazioni visive e letterarie. Se poi si vogliono altri sepolcri da additare, sempre Del Boca in La guerra d’Etiopia (Longanesi) ricorda i nomi dei capi militari di quelle «eroiche» imprese, ovvero il maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani. Il primo è morto di vecchiaia nel suo letto, carico di onori. Il secondo fu processato e condannato, ma non per le stragi in Etiopia e in Libia. Oggi la sua tomba e il suo museo a Filettino sono meta di pellegrinaggio