Mezzogiornificazioni
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Mezzogiornificazioni

“Dopo venticinque anni di privatizzazioni e saccheggio al di fuori di qualsiasi standard di legalità diverso dal puro formalismo, si individua la cultura della vendita come nuova mission dell’Agenzia del Demanio. Invece di difendere l’interesse generale a curare i beni pubblici che sono in proprietà di tutti, il presidente dell’Agenzia, Carpino, li considera in proprietà del Governo in carica e si propone come facilitatore di una svendita volta a far cassa, in mancanza di una norma del Codice Civile capace di introdurre principi giuridici solidi che funzionalizzino il patrimonio all’interesse di tutta la comunità nazionale (che ne è proprietaria) insieme alle generazioni future. Il saccheggio del Governo ai danni dei cittadini continuerà indisturbato”. Per i motivi da lui qui espressi, Ugo Mattei, presidente del Comitato popolare di difesa dei beni comuni, “Stefano Rodotà”, invita tutti a firmare la legge di iniziativa popolare promossa dal medesimo Comitato.

Colpisce tale iniziativa del Governo italiano, non solo per gli effetti di sostanza a cui ci conduce la da lui proclamata “manovra economica del popolo”, ma più ancora per il ritrovarvi le identiche misure tempo fa “raccomandate” alla Grecia nel pieno del soffocamento per debiti, alla quale si consigliava di vendere il Partenone e qualche isola, costretta poi alla vendita di asset fondamenti come parte del porto del Pireo. A suo tempo e da più parti, soprattutto elleniche, si è parlato delle spoliazioni della Grecia come di un primo esperimento in corpore vili, di un sacrificio esemplare da sbandierare a possibili futuri e più onerosi indebitamenti, quali l’Italia.

Ma un teso volumetto di un paio d’anni precedente, ricchissimo di dati, scritto con mano agile e calibrato come un secco resoconto peritale, di Vladimiro Giacché, Anschluss. L’annessione (Imprimatur, 2013) sta lì a indicarci come quella strada fosse già stata efficacemente collaudata. La Treuhandandstalt, l’Istituto statale creato per la privatizzazione dei fattori economici della Repubblica democratica tedesca nel suo scioglimento nella Germania unificata, dal 1990 al 1994 privatizzò terreni agricoli e forestali, fino ad allora di “proprietà del popolo”, che “lo stesso Istituto indicò equivalenti al 40 per cento dell’intera superficie della Repubblica democratica tedesca” (p.162). Naturalmente questa è solo una parte dell’insieme della svendita compiuta dall’Istituto: “tutte le fabbriche e le aziende statali della Rdt, che impiegano 4,1 milioni di persone (oltre un quarto dell’intera popolazione della Rdt, e il 46 per cento degli occupati del paese) […] 8500 Kombinate e imprese, 20.000 esercizi commerciali di ogni dimensione, 7.500 trattorie e ristoranti, 900 librerie, 1.854 farmacie” (p.61). Proprietà andate interamente nelle mani del capitale della ex Germania federale, in modo tale che si può parlare della più grande colonizzazione nel cuore dell’Europa. È interessante notare che quella liquidazione totale di un intero stato e della sua economia ha assunto, come in Grecia, come in Italia, come altrove, la forma del ripianamento del debito. Nel caso della Rdt, sostiene Giacché, si è provveduto a crearlo con veri e propri trucchi contabili.

Tale espoliazione ha fatto precipitare la ex Rdt in una condizione preindustriale, gravata da disoccupazione, denatalità, emigrazione, perdita della capacità di ricerca e innovazione, diminuzione del reddito, assistenzialismo. La dinamica dissimmetrica creatasi tra le due regioni tedesche è tale da divenire stabile e, permanendo gli assetti capitalistici, irreversibile: “in un articolo comparso sul «Financial Times Deutschland» del 18 giugno 2008 si ipotizzava addirittura che per un completo riallineamento del reddito pro capite tra le due parti della Germania sarebbero occorsi ancora… 320 anni!” (p.168). Così il lettore italiano o quello greco non rimarrà molto sorpreso quando Giacché riferisce che nella pubblicistica tedesca è apparsa l’espressione mezzogiornificazione per indicare il dualismo tedesco e ancor meno si sorprenderà di vedere che l’appropriazione dell’Ovest prima e il successivo permanere dell’Est in una condizione di impossibilità a riallinearsi sono state accompagnate e coperte da una vulgata che commiserava la generosità della parte occidentale per l’enorme massa di capitale trasferito a quella orientale e successivamente addebitava alla pigrizia, al parassitismo dei cittadini della ex Rdt la loro arretratezza.

La vicenda dell’annessione tedesca ricostruita da Giacché assume valore paradigmatico di come la spinta costitutiva del capitalismo a trarre nuovo alimento dalla distruzione locale delle forze produttive abbia, nell’attuale fase cosiddetta neoliberista, sottomesso alla propria logica le forze politiche, le istituzioni, la cultura fino a scomporre e ricomporre interi stati. Un paradigma che ci aiuta a comprendere il filo rosso che tiene insieme l’Anschluss tedesca, la depredazione del popolo greco, la svendita del demanio italiano, la micidiale spinta disgregativa guidata dalle tre regioni del Nord (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) con la cosiddetta autonomia rafforzata. Una presa di coscienza ampia, un lavoro conoscitivo e pratico, per quanto ardui, sono sempre più urgenti.

 VELIO ABATI