L’ONDA LUNGA DELLA “NAKBA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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L’ONDA LUNGA DELLA “NAKBA” da IL MANIFESTO

Ilan Pappè: «Dal 1948 a Sheikh Jarrah l’onda lunga della Nakba»

Intervista. «L’espulsione di massa fu pianificata, le prove sono accessibili: sono negli archivi israeliani e dell’Onu»

Michele Giorgio  15.05.2021

Mai come quest’anno l’anniversario della Nakba (catastrofe), il termine con il quale si definisce in lingua araba l’esodo più di 70 anni fa di centinaia di migliaia abitanti della Palestina, cacciati via o fuggiti dalla loro terra nel 1948, è stato accostato ad alcune battaglie politiche e civili che i palestinesi conducono in questi giorni a Gerusalemme Est. Ne abbiamo parlato con il professore Ilan Pappè, per anni docente di storia e relazioni internazionali all’università di Haifa e dal 2007 all’università britannica di Exeter, considerato uno dei massimi esperti mondiali di questo tema. Dei suoi saggi segnaliamo La pulizia etnica della Palestina (Fazi).

In questi giorni in cui i palestinesi commemorano la Nakba si sente spesso parlare, a proposito degli sgomberi di 28 famiglie annunciati nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est, di un «prolungamento della Nakba». Si fa riferimento a quel periodo per ricordare la confisca da parte del neonato Stato di Israele delle proprietà di profughi e sfollati e al fatto che anche i palestinesi di Gerusalemme non possano reclamarle. Un diritto che la legge israeliana garantisce agli ebrei che avevano proprietà nella parte araba della città prima del 1948.
Una considerazione opportuna, è vero, un palestinese rispetto alle proprietà precedenti al 1948 non ha gli stessi diritti di un israeliano. In quella che oggi è Gerusalemme Ovest (la zona ebraica della città, ndr) ci sono appartamenti, terre, ville e molto di più che appartenevano a palestinesi. Ad esempio, nei quartieri di Talbiye e Baqaa abitavano famiglie palestinesi benestanti, in possesso di un patrimonio immobiliare valutabile oggi in molti milioni di dollari. Se i discendenti di quei palestinesi andassero dai giudici israeliani a rivendicare quelle proprietà non le riavrebbero indietro, a causa delle leggi sulla confisca di quei beni e per considerazioni politiche. Perché sarebbe come riconoscere da parte di Israele il diritto al ritorno per profughi e sfollati alle loro case, villaggi, città. Al contrario un israeliano ebreo può reclamare i suoi terreni a Sheikh Jarrah, anche se lì a farlo non sono i veri proprietari bensì organizzazioni della destra che hanno acquisito quei terreni.

La Corte Suprema israeliana è chiamata in meno di un mese a decidere se accogliere o meno lo sgombero delle famiglie palestinesi. A Sheikh Jarrah prevedono una sentenza sfavorevole e non hanno fiducia dei giudici israeliani.
Dubito fortemente che i giudici che daranno ragione alle famiglie palestinesi. La Corte suprema quasi certamente dirà che si sta occupando non di un caso politico ma di una normale disputa riguardo la proprietà di terreni e che pertanto darà un giudizio sulla base della legge in vigore. Quindi autorizzerà l’evacuazione dei palestinesi dalle loro case che saranno occupate dai coloni israeliani coinvolti nel caso.

La Nakba significa l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi e la perdita della terra. Ci sono però altri aspetti che andrebbero presi in considerazione. Abbiamo parlato di case e terreni, cosa ci può dire dei risparmi lasciati nelle banche dai palestinesi ormai fuori dalla loro terra?
Furono confiscati e usati dalle autorità israeliane. All’epoca i palestinesi facevano riferimento alla Arab Bank e alle filiali delle banche della Gran Bretagna che aveva il Mandato sulla Palestina. Chi si ritrovò profugo da un giorno all’altro non fu mai in grado di recuperare i suoi risparmi. All’inizio il governo israeliano congelò quelle somme, poi cominciò ad usarle per finanziare progetti e programmi. Alcune banche avviarono una battaglia legale e in qualche caso riuscirono a recuperare i fondi ma la maggior parte restarono in Israele.

Se ne parla in questi giorni ma la Nakba è un terreno scivoloso che il mondo dell’informazione cerca di evitare e il mondo accademico di aggirare. Un tema di scontro resta quello dei profughi. Alcuni suoi colleghi israeliani respingono l’ipotesi che i dirigenti futuri di Israele avessero programmato l’espulsione dei palestinesi. Affermano che non ci sono le prove dell’esistenza di questi piani. Lei ha dedicato una fetta importante del suo lavoro a questo tema, cosa può dirci?
Penso che oggi sia impossibile respingere i risultati delle mie ricerche e di altri accademici: che tanti palestinesi diventarono profughi 73 anni fa per un piano ben preciso di espellerli dalla loro terra, ciò che oggi chiameremmo pulizia etnica. In realtà gli stessi archivi di Israele sono pieni di quelle prove. Gli archivi delle Nazioni unite e della Gran Bretagna contengono documenti che non possono dare altra interpretazione di quanto accadde. E gli israeliani, ancora vivi, che presero parte agli quegli eventi ora ammettono senza problemi che le direttive ricevute e le intenzioni andavano in quella direzione. Credo che nel mondo accademico globale e nella società civile internazionale l’espulsione dei palestinesi sia riconosciuta, non è più argomento di dibattito.

“Not in our names”, la lettera dei giovani ebrei italiani

La presa di posizione. Con un post Facebook e delle foto con i cartelli, ragazzi e ragazze italiani di religione ebraica prendono la parola contro l’occupazione Israeliana e gli sfratti di Sheikh JarrahNot in our names  15.05.2021

Siamo un gruppo di giovani ebree ed ebrei italiani. In questo momento drammatico e di escalation della violenza sentiamo il bisogno di prendere la parola e dire #NotInOurNames, unendoci ai nostri compagni e compagne attivisti in Israele e Palestina e al resto delle comunità ebraiche della diaspora che stanno facendo lo stesso.

Abbiamo già preso posizione come gruppo quest’estate condannando il piano di annessione dei territori della Cisgiordania da parte del governo israeliano e il nostro percorso prosegue nella sua formazione e autodefinizione.

Diciamo #NotInOurNames: gli sfratti a Sheikh Jarrah e la conseguente repressione della polizia gli ultimi episodi repressivi sulla Spianata delle Moschee il governo israeliano che pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei, in Israele e nella diaspora i giochi di potere (di Netanyahu, Hamas, Abu Mazen) che non tengono conto delle vite umane i linciaggi e gli atti violenti che si stanno verificando in molte città israeliane il bombardamento su Gaza il lancio di razzi indiscriminato da parte di Hamas la riduzione del dibattito a tifo da stadio l’utilizzo strumentale della Shoah sia per criticare che per sostenere Israele le posizioni unilaterali e acritiche degli organi comunitari ebraici italiani gli eventi di piazza organizzati dalle comunità ebraiche con il sostegno della classe politica italiana, compresi personaggi di estrema destra e razzisti la narrazione mediatica degli eventi in Medio Oriente che non tiene conto di una dinamica tra oppressi e oppressori qualunque iniziativa e discorso che veicoli rappresentazioni islamofobe e antisemite

La situazione attuale rappresenta l’apice di un sistema di disuguaglianze e ingiustizie che va avanti da troppi anni: l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi e l’embargo contro Gaza incarnano l’intollerabile violenza strutturale che il popolo palestinese subisce quotidianamente. Condanniamo le politiche razziste e di discriminazione nei confronti dei palestinesi.

All’interno delle nostre società riteniamo necessaria ogni forma di solidarietà e mobilitazione, ma ci troviamo spesso in difficoltà. Pur coscienti che antisionismo non sia sinonimo di antisemitismo, osserviamo come un antisemitismo non elaborato, che si riversa più o meno consciamente in alcune delle giuste e legittime critiche alle politiche di Israele, rende alcuni spazi di solidarietà difficili da attraversare. Si tratta di una impasse dalla quale vogliamo uscire, per combattere efficacemente ogni tipo di oppressione.

 Firmatari:
Aliza Fiorentino
Sara De Benedictis
Daniel Damascelli
Bruno Montesano
Teodoro Cohen
Micol Meghnagi
Michael Blanga-Gubbay
Susanna Montesano
Michael Hazan
Beatrice Hirsch
Giorgia Alazraki
Bianca Ambrosio
Alessandro Fishman
Tali Dello Strologo
Giulia Frova
Sara Missio
Alessandro Dayan
Ruben Attias
Keren Strulovitz
Enrico Campelli
Jonathan Misrachi
Yael Pepe
Claudia Pepe
Daniel Disegni
Sara Buda
Dana Portaleone
Ludovico Tesoro
Viola Gabbai
Edoardo Gabbai
Benjamin Fishman
Lorenzo Foà
Alessandro Foà
Giulio Ambrosio
Gaia Fiorentino
Joy Arbib
Nathan De Paz Habib
Joel Hazan
Tami Fiano
Emanuel Salmoni

https://www.affarinternazionali.it/2021/05/apartheid-israele-palestinesi/