Lo sfascismo
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Lo sfascismo

di Giancarlo CONSONNI

Note a margine del saggio Qualche considerazione sulla storia in corso di Stefano Levi Della Torre, apparso tra ottobre e novembre 2018 sui fascicoli nn. 252 e 253 della rivista “Una città”.

«Delineare il futuro è un atto politico. […] mancano da sinistra proposte credibili e suggestive di futuro e di speranza, schiacciate dall’ossessivo presente del “tempo reale”, dal “realismo” del mercato».

Il mio intervento muove da queste annotazioni di Stefano Levi Della Torre.

Se la sinistra ha rimosso il sol dell’avvenir (con quanto di negativo ma anche di positivo comportava), in Italia i politici di ogni schieramento mostrano la tendenza a escludere il futuro dal loro orizzonte. Constatazione di impotenza?  Paura di ricadere in visioni “ideologiche”?  Sta di fatto che la messa a punto di strategie a medio-lungo termine e la solidarietà tra le generazioni attuali e quelle future sono questioni uscite dall’orizzonte politico. È l’emergenza a costruire «l’ordine del giorno» (Levi Della Torre).

Poiché invece il futuro rimane al centro delle preoccupazioni delle famiglie, si registra, su questo, una netta divaricazione fra la sfera pubblica e quella privata.

La politica si tiene ormai alla larga da questioni cruciali su cui la lungimiranza è d’obbligo. Si prenda la crisi demografica. A questo fatto epocale – l’incapacità crescente delle società opulente di riprodursi – il ceto politico, in particolare in Italia, non ha prestato, né presta, la benché minima attenzione.

Si obbietterà che il problema della povertà è finalmente venuto alla ribalta del dibattito politico. Vero; ma non c’è traccia della volontà e della capacità di affrontare le questioni che stanno alla base (e che concorrono alla crisi demografica). Provvedimenti come “il reddito di cittadinanza” sono in continuità con le politiche paternalistiche (aziendali o di Stato). Nodi centrali come il lavoro e la casa non entrano nell’“agenda politica”.

Circa il lavoro, spicca il disinteresse a quell’insieme di provvedimenti che possono attrezzare la società e in particolar modo i ceti meno favoriti perché siano in grado di affrontare, senza soccombere, le sfide imposte dalla globalizzazione. Urge un Piano del lavoro. E, in questo, ricerca, formazione e cultura non possono che essere gli elementi motori (quando invece da diversi decenni sono stati relegati all’ultimo posto dai nostri governanti).

Circa la casa, da circa mezzo secolo si è lasciato che il mercato dettasse legge in questo campo decisivo per la riproduzione sociale. Non è sempre stato così: per tre quarti del secolo scorso assicurare ai lavoratori una casa a prezzi contenuti è stato un imperativo delle socialdemocrazie, ma anche degli stessi regimi totalitari.

Anche sul problema della sicurezza vince l’emergenza e lo sguardo corto: manca una visione di lungo periodo, anche retroattiva.

Si è lasciato che la rendita immobiliare disegnasse gli insediamenti e favorisse/imponesse modi di abitare disurbani.

Tanto il Governo centrale quanto le Regioni e i Comuni non si sono mai interrogati sul legame che intercorre tra le forme insediative e i modi di abitare e su come le scelte in questo campo pesino nella questione della sicurezza. Risultato: una parte considerevole degli insediamenti costruiti negli ultimi settant’anni, oltre a presentare alti costi di funzionamento e manutenzione, si caratterizza per bassi, se non nulli, livelli di urbanità; e, di conseguenza, per un elevato tasso di insicurezza. Il lascito di questa politica irresponsabile è destinato condizionare la vita umana in molti contesti nei secoli futuri, riducendo i margini di manovra della stessa politica.

La pubblica amministrazione si è dimostrata incapace, quanto disinteressata, alla definizione di linee di indirizzo urbanistico volte all’interesse sociale. Ha preferito decisamente assumere un ruolo di facilitatrice delle forze operanti nel mercato. Il risultato più macroscopico è il mancato governo della tendenza insediativa (da cui l’affermarsi di assetti territoriali a elevati costi di funzionamento economici e sociali).

Ma si è andati anche oltre con l’irresponsabile incentivo del governo centrale perché le amministrazioni comunali trovassero nel consumo di suolo una fonte di finanziamento. È quanto è avvenuto con il D.P.R. 380/2001 (art. 136 c. 2, lettera c) – la cosiddetta legge Bassanini – che aboliva l’obbligo di destinare gli oneri di urbanizzazione (istituiti dalla legge Bucalossi, n. 10/1977, art. 12) alla specifica voce di spesa: quella volta ad attrezzare i territori dei necessari servizi primari e secondari. Così i Comuni, anziché essere incentivati ad avere cura del territorio, per 16 anni sono stati ulteriormente spinti a promuove l’edificazione comunque e dovunque (dico 16 anni perché la legge n. 232/2016, o «legge di stabilità 2017», ha ripristinato l’obbligo originario della legge Bucalossi).

Ma, se questa falla scandalosa è stata tamponata, la linea di fondo non è cambiata. Anzi: nell’indirizzo delle amministrazioni locali, porte sempre più aperte allo scorrazzare della rendita immobiliare. E anche questo, ormai, senza distinzioni di colore politico.

Il bilancio sulla politica territoriale ci introduce al tema del paesaggio e al più vasto orizzonte dei beni comuni. Su questo fronte c’è, a monte, anche una responsabilità dei nostri Costituenti (che pure ci hanno regalato una delle più belle Costituzioni del mondo, prezioso baluardo contro gli assalti ai diritti civili e al bene comune condotti dal 1945 ad oggi dai governi di ogni orientamento). Il punto debole sta, a mio avviso, nella formulazione dell’art. 9 della Costituzione italiana laddove, mentre si afferma che la Repubblica «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», nulla si dice sulle risorse e soprattutto sulle forze da mobilitare per conseguire l’obiettivo. Senza un riferimento a quelle forze, e ai processi di costruzione e manutenzione del paesaggio, la tutela è impraticabile.

Si pensi all’agricoltura e al suo ruolo plurimillenario nella costruzione/manutenzione dei paesaggi umanizzati. Nella Costituzione l’agricoltura è chiamata in causa con riferimento al sostegno dello Stato alla piccola proprietà coltivatrice (in un’ottica di riforma agraria contro il latifondo). Intento tutt’altro che disprezzabile, ma che non metteva a fuoco il potenziale sociale dell’attività agricola, ovvero il ruolo cardinale svolto dalla buona agricoltura nell’assicurare le risorse alimentari, nel rinnovare la capacità riproduttiva della terra e nel costruire e mantenere i paesaggi. Tenuto conto delle valenze sociali di questi ruoli e della necessità di preservarli, si sarebbe dovuto mettere in campo, a compensazione, un equo sostegno all’agricoltura da parte della società tutta. Ma nulla di tutto questo è stato fatto.

Da qui una lezione che stenta a essere accolta: senza il sostegno e la mobilitazione delle forze da cui può venire la tutela del bene comune, quest’ultima resta lettera morta.

Per contro, sempre con riguardo all’agricoltura, si sarebbero dovute contemplare forme incisive di disincentivazione delle involuzioni devastatrici introdotte con l’uso esteso della chimica e l’estensione delle monoculture.

La mancata regolazione costituzionale sui due fronti e, ancor più, le politiche governative (comprese quelle della Comunità europea) hanno avuto come conseguenza il dilagare esponenziale della devastazione del paesaggio del Bel Paese.

Si impone un’ulteriore considerazione sul quadro della pubblica amministrazione e delle sue articolazioni. L’istituzione delle Regioni e il piano inclinato (scarsità di risorse e cattiva gestione) su cui si sono venuti a trovare Province e Comuni non hanno affatto migliorato la tutela del paesaggio e dei beni comuni. Mentre si è dato vita a farraginose macchine burocratiche che pesano enormemente sul bilancio pubblico, emerge che l’autonomia amministrativa e la vicinanza ai beni comuni non ha per nulla migliorato la loro difesa e valorizzazione. Salvo rare e molto apprezzabili eccezioni, se ne è accentuata la svendita.

Allo stesso modo, si è scatenato l’assalto alle istituzioni e alle risorse pubbliche. Basti l’esempio della sanità, trasformata in una prateria per le scorribande delle forze politiche. Spicca la voracità delle forze sedicenti federaliste, le quali oltretutto mostrano nei fatti una spiccata tendenza a forme virulenti di neocentralismo, oltre che al secessionismo. Le imminenti scelte sulla cosiddetta autonomia fiscale delle Regioni prepara ora il terreno alla «secessione dei ricchi» (Gianfranco Viesti).

Nel contempo assistiamo agli effetti, largamente prevedibili, della legge Delrio 56/2014. Tutta pensata per accrescere la governabilità da un lato e la riduzione della spesa pubblica dall’altro, questa legge introduce uno sconquasso nell’amministrazione locale nei contesti metropolitani, con l’ulteriore riduzione del coordinamento delle politiche amministrative in un’ottica intercomunale. Sulla carta la legge prospetta due soluzioni per il governo metropolitano: o la frantumazione del comune capoluogo e la parallela aggregazione di comuni dell’hinterland a costruire un ipotetico mosaico egualitario o un governo centralistico della città capoluogo. Poiché la prima soluzione è velleitaria e di fatto impraticabile, sta decisamente vincendo la seconda, con il risultato di dar vita a un centralismo che, nell’ambito degli Enti locali, supera di gran lunga quello praticato dal fascismo.

Due parole infine sulla cosiddetta «democrazia diretta». È una prospettiva che si è presentata in modo irruente sulla scena politica, grazie anche alla spinta proveniente dai nuovi modi di comunicare. Ma ci sono cause ben più profonde: le difficoltà in cui si vengono a trovare i corpi intermedi e soprattutto l’allentarsi della coesione sociale e delle forme di condivisione (che non siano quelle illusorie date da internet e dai social media).

Siamo a un nuovo capitolo del rapporto fra masse e potere (su questo Levi Della Torre avanza annotazioni puntuali) e che, per l’assalto in atto all’architettura fondamentale dello Stato e per i modi con cui il potere si va rapportando ai “sudditi”, assume i caratteri di uno sfascismo.

Torna centrale il tema della cultura e della formazione. Nonostante le devastazioni operate su questi fronti negli ultimi trent’anni, la società si dimostra ancora ricca di anticorpi. È su questi che bisogna fare leva; è su questi che può rinascere la speranza.