L’INSISTENZA BELLICISTA DEI TITILLATORI DEI GUERRAFONDAI da IL MANIFESTO e CORSERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’INSISTENZA BELLICISTA DEI TITILLATORI DEI GUERRAFONDAI da IL MANIFESTO e CORSERA

«…Li piede sopra li morte»

Divano. La rubrica settimanale a cura di Alberto Olivetti

Alberto Olivetti  24.09.2021

Se una parola suona azione, intervento, necessità di operare fattivamente e costantemente questa è la parola pace che indica lo strumento attivo d’ogni efficace affermazione, la risolutezza pratica, la capacità positiva che instaura e stabilisce, la energia determinata che riconosce, che accoglie e regola.

E invece (paradosso?) è piuttosto con la parola guerra che abitualmente si designano e si indicano le virtù operative, tattiche e strategiche, quell’intelligenza capace, si dice, di coordinare azioni in grado di incidere e di sistemare convenientemente e dunque – come pure ci dicono – di fare giustizia, di mettere ordine.

La guerra è mezzo, è strumento. La pace è fine è valore. Dicono anche: la pace è il portato della guerra. Allora, raccomandano, proprio chi ama la pace deve fare la guerra. E aggiungono: nessuno vorrà negare una verità tanto palmare.

Si tratta di un dato di fatto che si registra in ogni epoca della storia, presso ogni società, squadernato sotto i nostri occhi. Un dato questo che chiede solo d’essere constatato. Chi lo nega, chi si ostina a non prenderne atto non vuol vedere e, semplicemente, scambia un suo pio desiderio per la realtà.

Non è forse evidente che le aspirazioni più nobili, chi le voglia affermare davvero e non si perda a inseguire chimere, affinché la giustizia, la libertà e la pace crescano reali ed effettive, vanno esse emancipate e come sciolte dalle condizioni concrete ed effettuali entro le quali sono costrette e incapsulate? E, una volta liberate, non vanno poi forse difese, la giustizia, la libertà e la pace, salvaguardate da chi le avversa e contrasta e in armi le combatte? Dunque è predisponendo adeguati ed opportuni strumenti di guerra che, una volta instaurata, ogni nobile istanza intesa ad affermare la dignità dell’uomo, si preserva e prende vita.

È questa, ci dicono, una semplice, inoppugnabile constatazione non un’opinione, ma, per l’appunto, un dato di fatto. Dunque la guerra, condizione che va riconosciuta per ‘umana’ e, in quanto tale, inevitabile e permanente.

La ‘dimensione umana’ propria della guerra, scelgo siano le parole di Vincenzo Rabito a descriverla. Parole vere, vergate nella loro dignità dialettale da un bracciante siciliano di Chiaramonte Gulfi nel ragusano, classe 1899, soldato semplice del 69° Reggimento Fanteria, 2° Reparto Zappatori.

Ha diciannove anni Rabito quel 15 giugno del 1918 che, racconta, «Li soldate cascavono per terra, senza che nessuno avemmo tempo di vedire se era vivo o morto, opure ferito. Perché d’ongnuno dovemmo penzare per noie. Morte per terra ci n’erino tante che, con lo spavento che avemmo, non zapiammo dove mettere li piede e magare cascammo per terra, e certe volte magare mitemmo li piede sopra li morte e sopra li ferite. Così, tutte non si ha penzato altro – quelli che erimo vive-: ‘Questa volta, si muore’, perché non c’era altro scampo che la morte».(Vincenzo Rabito, Terra matta, a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci, Torino, Einaudi, 2007, pp. 76-77).

Pure continuano a ripeterci: se vuoi il bene non cessare di approntare e realizzare il male, fedeli all’antico adagio: si vis pacem para bellum. È proprio perché vuole la pace che l’Italia, ci dicono, senza che un attacco esterno minacci la sua integrità territoriale, è da alcuni decenni in guerra su molteplici fronti. L’Italia, presente in armi e attiva in conflitti di vasta portata, tali comunque, per complessità di natura non solo economica, ma culturale, politica e religiosa, l’Italia dico, deve, al contrario, far piuttosto tesoro e perseguire un suo ruolo pacifico, coerente con il dettato costituzionale che sancisce la repulsa della guerra come mezzo inadatto a risolvere controversie internazionali.

Ogni intervento che richiami alla esigenza della pace, che inviti ad una riflessione e solleciti studi e iniziative adeguate non può, allora, contestualmente non affrontare la questione dei contingenti militari italiani attualmente impegnati in operazioni di guerra. Chi non vuole la guerra, infatti, deve preparare la pace.

Germania, la tentazione tedesca (ed europea): diventare la Svizzera del mondo

Federico Fubini 29/09/2021

Il voto riflette l’idea che la Ue non debba crescere politicamente

Le elezioni tedesche sono arrivate al termine di un’estate che ci ha messo di fronte ad alcune realtà di solito ignorate o rimosse da noi europei: le rivalità geopolitiche, gli assestamenti tellurici nella seconda economia del pianeta di cui il crac di Evergrande è solo un sintomo. E i segni che il mondo sta entrando in una guerra fredda fra Stati Uniti e Cina, nella quale ci viene chiesto di schierarci. O almeno di contare qualcosa, di avere un ruolo nell’assicurare la nostra stessa sicurezza. Se queste sono le sfide, che messaggio esce dal voto in Germania? Ovviamente nel programma della Sdp, che ha vinto, figurano una politica estera e un esercito comune europei.

A Berlino e nelle altre grandi capitali i leader concordano nel ripetere gli stessi mantra e discutono dei passi da muovere per dare all’Europa quella «sovranità» geopolitica o tecnologica che da tempo abbiamo perso. Spiegano che si aspetta solo il nuovo governo tedesco per darsi da fare. C’è però una domanda che i politici non sembrano porsi: e se noi non volessimo? Se la società tedesca, quella italiana e dei principali Paesi europei in realtà avesse come modello la Svizzera? La conosciamo, la Svizzera: una democrazia solida, una civiltà secolare, aperta, dinamica. E irrilevante. Gode dei benefici della globalizzazione senza essere realmente coinvolta negli affari del mondo. E se i tedeschi volessero diventare sulla scena internazionale, con tutti noi, ciò che la Svizzera è per l’Europa? Un mansueto partner e fornitore di beni di notevole qualità, nient’altro. In fondo domenica gli elettori scelto in massa i due partiti – la Spd e la Cdu – che governano da dieci anni fondamentalmente su questa linea. La stessa avversione al Recovery Plan e dunque a un bilancio comune dell’area euro da parte del liberale Christian Lindner, il probabile futuro ministro delle Finanze di Berlino, non nasce solo dalla diffidenza verso l’Italia.

Più in profondità, riflette l’idea che l’Europa non abbia bisogno di crescere sul piano politico e istituzionale. Può restare com’è, a metà del guado. Gli indizi di questa mancanza di ambizione del resto sono ovunque, non solo in Germania. Segnalano che a noi italiani, francesi, spagnoli, olandesi – non solo a loro, i tedeschi – manca quella che un tempo si sarebbe definita la volontà di potenza. Oggi si potrebbe dire che noi – noi elettori – non siamo disposti a sobbarcarci i costi e i rischi di una reale autonomia e della capacità di proiettare la nostra influenza nel mondo. Tanto sul piano militare, che tecnologico, che economico. Perché in fondo crediamo ancora di poter sceglier e infatti abbiamo scelto di non pagare il prezzo insito nel cercare di essere una grande potenza. È qualcosa che ha manifestazioni che vanno persino oltre il metodico rifiuto delle democrazie europee di sostenere una spesa militare minimamente sufficiente ad assicurare la nostra sicurezza. In recente sondaggio, pubblicato da Ivan Krastev e Marc Leonard dello European Council on Foreign Relations, due terzi degli europei dicono che è in corso una guerra fredda fra la Cina e gli Stati Uniti; un terzo ritiene che sia in corso anche fra la Cina e l’Unione europea; ma solo il 15% degli intervistati riconosce i segni una guerra fredda fra il proprio Paese e la Cina (per l’Italia anche meno, l’11%).

Insomma pensiamo che sì, c’è un’instabilità globale che può diventare pericolosa; ma per favore teneteci fuori. È straordinario per esempio il nottambulismo con il quale seguiamo il dissesto di Evergrande, evitando di chiederci quale possa essere il significato per noi di ciò che sta accadendo in Cina. In vista della trasformazione della sua presidenza in potere a vita – l’anno prossimo – Xi Jinping sta tagliando le unghie a un capitalismo che aveva accumulato troppo potere e generato diseguaglianze potenzialmente destabilizzanti. Evergrande è caduta dopo i limiti posti al debito delle società immobiliari, quindi la stretta del regime si è estesa ai giganti della finanza privata, a quelli digitali e dell’istruzione. Altri settori seguiranno, con esiti oggi imprevedibili. Tutto questo ci riguarda perché durante la pandemia la Cina è diventata il Paese con il quale l’Unione europea commercia di più, grazie a un aumento verticale delle nostre esportazioni. Per Volskwagen è il primo cliente fuori dall’Europa. I marchi della moda ormai devono fra un terzo e metà dei loro fatturati ai consumatori cinesi. I campioni europei dei cosmetici ormai dipendono così tanto dalle vendite in Cina che Pechino ha iniziato a «suggerire» che trasferiscano laggiù le loro produzioni. Decine di milioni di posti di lavoro in Europa – tantissimi in Italia – oggi pendono dalle labbra di Xi Jinping in un modo che neanche capiamo. Sono legati all’esito di lotte di potere dentro il partito comunista di Pechino che per noi è semplicemente una scatola nera. E se vincesse la fazione che vuole reprimere di più i ricchi e i loro consumi di lusso?

Non sarebbe un problema, se noi europei non avessimo appunto una mentalità elvetica. Invece ci comportiamo come un piccolo Paese che dipende dai suoi clienti esteri e – essendo la seconda economia al mondo – abbiamo un livello di consumi interni, fatte le proporzioni, risibile rispetto alla Cina, agli Stati Uniti e inferiore persino al Giappone. Accettiamo il nostro declino demografico come se fosse una fatalità ineluttabile. Lo stesso pensare in piccolo si nota nella corsa alle tecnologie. In nome della «sovranità strategica» ora l’Europa ha deciso di investire decine di miliardi nei microchip o nel cloud, settori nei quali abbiamo già un ritardo incolmabile sugli Stati Uniti o sull’Asia: ma quando noi saremo dove sono loro oggi, loro saranno di nuovo più avanti. Non osiamo invece affrontare con la stessa determinazione il rischio dei settori meno esplorati, che i nostri concorrenti globali non presidiano già. L’informatica quantistica (il «quantum computing») trasformerà in modo radicale la capacità di calcolo dei computer e la sicurezza delle reti; l’uso dell’intelligenza artificiale e l’analisi dei dati promette una rivoluzione nei servizi sanitari. Su questi territori del futuro l’Europa avrebbe l’opportunità di lanciarsi per essere leader nel mondo, non sapendo esattamente cosa scoprirà e fino a dove arriverà. Ma non ci stiamo provando. Paradossalmente, non vogliamo esplorare queste frontiere proprio perché non sono già conosciute. In fondo siamo noi, cittadini ed elettori, che preferiamo il piccolo mondo antico di ieri illudendoci che magari ce la caviamo. La pandemia non sembra averci insegnato che le considerazioni di carattere strategico e la geopolitica a volte, letteralmente, decidono delle nostre vite. Vorremmo essere piccoli, elvetici. Invece nel mondo che si prepara rischiamo di essere un elefante che cerca di sfuggire ai bracconieri nascondendosi dietro un albero.

Ma l’Europa non è la Svizzera

Angelo Panebianco 04/10/2021

È un’illusione pensare di poter restare fuori, incolumi, dalle contese che attraversano incolumi, dalle contese che attraversano il mondoe l’Europa

L’ immagine è perfetta: un elefante che si crede piccolo e che si nasconde dietro un albero per sfuggire ai bracconieri. È l’Europa di oggi. Con questa immagine, si conclude, su questo giornale (29 settembre), la lucida analisi che Federico Fubini ha dedicato all’illusione europea: l’illusione dell’Europa di potersi trasformare in una sorta di Svizzera la quale, esibendo neutralità di fronte alle contese che attraversano il mondo, possa starne fuori, incolume e felice. Poiché la Germania è il vero pilastro dell’Europa, niente meglio della campagna elettorale tedesca appena conclusa serve a chiarire quale sia, al di là della retorica ufficiale, lo stato d’animo dell’opinione pubblica europea. La tragedia di Kabul, quest’estate, ha dato per un momento l’impressione che gli europei capissero che cosa sta succedendo, ossia che il mondo nato dopo la Seconda guerra mondiale — e con esso anche la confortevole cuccia in cui siamo vissuti per oltre settant’anni — è in via di dissolvimento. Da qui i tanti discorsi sulla difesa europea, sulla necessità di una «autonomia strategica» (dagli americani), eccetera. Sono passate solo poche settimane e Kabul e i suoi supposti insegnamenti sembrano già archiviati. Come se niente fosse stato. Lo hanno mostrato benissimo i contenuti della campagna elettorale tedesca nonché, a elezioni concluse, le dichiarazioni di vincitori e sconfitti. Così come il fatto che in Italia e nel resto d’Europa il clima politico sia rapidamente tornato quello di sempre.

I n democrazia i politici sono al rimorchio dell’opinione pubblica (chi si azzarda a dire cose davvero impopolari?) e l’opinione pubblica europea,di questi tempi, sembra ragionare così: che cosa importa a noi della nuova competizione di potenza fra Stati Uniti e Cina? O della storica propensione della Russia a scaricare all’esterno, con politiche imperialistiche, di aggressione armata, le tensioni interne e l’impopolarità di chi comanda al Cremlino? O del fatto che nell’area del Mediterraneo le potenze che contano sono ormai quella russa e quella turca? O del fatto che i cinesi con strumenti economici e i russi con le armi diventano sempre più influenti in Africa? O del fatto, infine, che l’estremismo islamico, dopo Kabul, torna a minacciare tutti, noi compresi? Noi siamo irenici, pacifici. Perché ciò non dovrebbe impedire che quanto di brutto accade nel resto del mondo ci coinvolga? Il nostro compito è avere ottimi rapporti con chiunque conti qualcosa salvo, ogni tanto, ricordarci anche dei «diritti umani» (ma non quando trattiamo, come facciamo quotidianamente, con cinesi e russi. Non sarebbe educato).

Per mostrare l’inconsistenza della posizione europea, bastano tre osservazioni. Ricordiamo, prima di tutto, qualcosa sulla Svizzera. Non solo è piccola e l’Europa non lo è. Non solo è stata, per secoli e secoli, protetta dalla conformazione del territorio e l’Europa non lo è. Lo è stata anche, per altrettanti secoli, dal fatto che gli uomini liberi dei suoi Cantoni erano pronti a fare pagare pesanti tributi di sangue a qualunque esercito che, molto faticosamente, si fosse addentrato fra i loro monti e le loro valli.

La seconda osservazione riguarda i temi più o meno innovativi che compaiono oggi nelle agende dei Paesi europei: la rivoluzione verde, quella digitale, le trasformazioni del lavoro indotte dalle applicazioni dell’intelligenza artificiale, eccetera. Chi crede che questi ambiti siano al riparo dalla competizione fra le potenze dovrà presto ricredersi. Ci saranno vincitori e vinti, ci sarà chi guadagnerà, in potere politico e ricchezza, e chi verrà penalizzato. Anche duramente. Se pure è vero che i vecchi modi non tramontano mai, non ci sono soltanto guerre, occupazioni militari e attentati terroristici. Si può anche diventare in altro modo sudditi, ritrovarsi agli ordini di qualcun altro (magari una potenza autoritaria) che controlla le tecnologie essenziali e che è disposto a fare concessioni solo ai più docili e obbedienti.

La terza considerazione riguarda la natura delle potenze che si disputano il controllo del mondo. Anche se gli estensori del Manifesto di Ventotene sbagliarono immaginando che gli Stati nazionali fossero al capolinea, essi però compresero che le sorti del mondo sarebbero comunque tornate, come è stato per millenni, nelle mani di grandi imperi. La Guerra fredda, ossia la competizione fra una «potenza marittima», una repubblica imperiale (gli Stati Uniti), e un impero continentale (l’Unione Sovietica) — dopo un breve intervallo — lascia oggi il campo alle lotte di potenza fra una pluralità di imperi. Per inciso, anche certe medie potenze con aspirazioni egemoniche in ambito regionale, come la Turchia e l’Iran, hanno un passato e tradizioni imperiali.

È d’uso, in democrazia, gettare la croce sui politici, sulle loro inadeguatezze. Se la sicurezza europea è minacciata avendo la protezione americana perso molta della sua antica credibilità, se l’Europa rischia di restare alla mercé di potenze autoritarie, se, così come è messa oggi, non ha alcuna possibilità di essere in futuro padrona del proprio destino, la colpa sarebbe solo dei politici. Troppo comodo. Nemmeno Winston Churchill sarebbe riuscito a combinare alcunché se l’opinione pubblica britannica, dopo anni e anni di disattenzione, non si fosse improvvisamente resa conto della gravità della minaccia nazista.

Il mondo è radicalmente cambiato ma le abitudini europee — settant’anni in una confortevole cuccia — sono più o meno le stesse di prima. Non cambieranno facilmente o presto. Soprattutto perché oggi non c’è un solo orco da fronteggiare. Ci sono minacce plurime e diffuse. Non è facile renderne avvertita l’opinione pubblica.

Il problema principale è rappresentato proprio dalla Germania. Se i tedeschi prendessero atto dei cambiamenti in corso potrebbero trascinarsi dietro tutti gli altri europei, potrebbero dare un contenuto alle tante parole, altrimenti vuote, sull’Europa e sul suo ruolo futuro nel mondo. Ma la Germania, almeno fino ad oggi, non ha mostrato (e non è la parte migliore della eredità politica di Angela Merkel) di avere appreso la lezione e di essere in grado di agire di conseguenza. La storia (per fortuna) è sempre imprevedibile ma, al momento la ricca, pacifica e indifesa Europa appare come una preda ambita e appetibile per i tanti pescecani che le girano intorno. Altro che Svizzera.