LAVORO POVERO…..da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LAVORO POVERO…..da IL MANIFESTO

«Lavoro povero», esclusione e diseguaglianze

Sarantis Thanopoulos, Fabio Ciaramelli  08.08.2020

Fabio Ciaramelli: «La crisi del Covid sta mettendo in luce il nesso sempre più drammatico tra esclusione e disuguaglianze, che ha effetti distruttivi sulla tenuta stessa della democrazia, impossibilitata a sopravvivere senza la costruzione d’uno spazio pubblico e la condivisione d’un mondo comune in cui le opinioni abbiano un peso e le azioni un effetto. Già prima del Covid, Aldo Schiavone, nel suo libro intitolato semplicemente Eguaglianza, aveva ricondotto l’odierna proliferazione delle diseguaglianze alla perdita di centralità del lavoro industriale di massa. Il lockdown ha completato l’opera, producendo una vera e propria “pandemia sociale”, che sta riducendo il mondo comune a un unico mercato competitivo, in cui conta esclusivamente l’autoaffermazione e che ha come conseguenza l’emersione ancor più marcata del “lavoro povero”, puntiforme e destrutturato, sprovvisto di garanzie e incapace di produrre solidarietà».

Sarantis Thanopulos: «Quando il lavoro industriale di massa conservava la sua centralità esisteva un equilibrio tra valore dell’uso di un prodotto, il valore del lavoro che l’aveva realizzato e il suo valore di merce. Con la perdita della centralità dell’homo faber l’equilibrio è svanito. Oggi il valore di una merce è totalmente determinato dalle convenienze di un mercato oligopolistico in modo dissociato non solo dal suo costo di produzione ma anche dall’utilizzo per cui è stata fabbricata. L’uso eccitante o calmante delle cose prevale sulla loro utilizzazione appropriata ed è propriamente ciò che ha creato la “civiltà del consumo”. Il consumo delle cose, che “invecchiano” rapidamente, senza essere state davvero usate, è alimentato dall’eccessiva attenzione al bisogno, che conduce fatalmente a un vivere per scaricare le tensioni, distrarsi dall’esperienza. Chi si impadronisce del mercato “antidepressivo” (secondo la legge della prevalenza di chi ha meno scrupoli nell’accumulo di potere di vendita e nel distruggere la concorrenza) detta le sue regole istituendole come principi invisibili del governo del mondo. Il “lavoro povero” è una delle condizioni del suo dominio. La logica della concentrazione del potere economico e la mortificazione del lavoro, riducono l’espansione dei consumi, ma potenziando la presa psicologica/ideologica del consumismo sulle masse (che sempre di più si identificano con il principio che fa “funzionare le cose”), impediscono la consapevolezza sull’assoluta irrazionalità della “civiltà del consumo” e ci portano in un vicolo cieco».

Fabio Ciaramelli: «Per comprendere la posta in gioco della generalizzazione delle disuguaglianze e soprattutto per misurare i suoi effetti profondi sulla vita quotidiana delle persone non basta descriverne le configurazioni socio-economiche. Bisogna interrogarne il retroterra psico-antropologico. La società appare oggi dominata dal perseguimento dell’esclusione e dalla logica del sacrificio che quest’ultima inevitabilmente comporta. Mors tua vita mea sta diventando un imperativo categorico, come se l’unica condizione del benessere fosse la sua riduzione a prerogativa di pochi privilegiati, cosa che il discorso sociale dominante spaccia come inderogabile legge di natura, finendo col segare il ramo su cui si è seduti. Non solo perché tutto si regge sui consumi e neanche soltanto perché la legittimazione sociale della nostra forma di vita si fonda unicamente sulla speranza della loro espansione. Ma soprattutto perché perseguire sistematicamente l’esclusione sociale è un progetto demenziale e autodistruttivo».

Sarantis Thanopulos: «L’aspirazione a consumare sempre di più e “meglio”, che sorregge la produzione di beni da vendere come illusioni (il mercato della cocaina ispira silenziosamente il “mercato libero”), spinge verso l’appagamento materiale di bisogni psichici indotti. Il paradiso dei “narcotrafficanti”, il regno della diseguaglianza».

La sotterranea rivolta dei Comuni

Nuova Finanza Pubblica. È sempre dalle città e dai Comuni che può essere ridisegnato un nuovo welfare universale, decentrato e depatriarcalizzato, basato sul riconoscimento della comunità degli affetti e del mutualismo solidale e sull’autogoverno collettivo dei serviziMarco Bersani  08.08.2020

Mentre di decreto in decreto imprese e banche premono per continuare a dettare le linee della politica economica, dietro l’ideologia, ormai più che consunta, della crescita e l’interesse, molto più concreto, dei propri profitti, i Comuni restano al palo senza soluzione di continuità. Ed ecco allora, in attesa dell’agognata libertà di licenziamento, altri mesi di cassa integrazione, senza alcun intervento nei confronti di tutte quelle aziende che ne hanno approfittato per far lavorare le persone, ponendone i salari a carico della collettività (oltre il 30%).

Ed ecco allora sostegni continui al sistema bancario, nell’illusione – mai verificatasi nella realtà – che la massa di denaro venga da questo destinata al credito alle famiglie e alle piccole imprese. Ed ecco infine un decreto semplificazioni, il cui testo si può riassumere in una riga: «Imprese, banche, fondi d’investimento e mafie devastano il territorio di inutili e dannose grandi opere e nessuno può opporsi». Tutto nel nome di un rilancio dell’economia che rimuove qualsiasi insegnamento della pandemia sulle due grandi, drammatiche, emergenze che abbiamo di fronte: la crisi climatica e l’ingiustizia sociale.

Emergenze che richiedono una radicale inversione di rotta, a partire da una nuova centralità delle città, dei Comuni e delle comunità territoriali associate, per costruire un altro modello, basato sull’economia e la società della cura. Nulla di tutto questo si intravede nei provvedimenti in campo, e la situazione dei Comuni continua a precipitare verso il baratro del default, pregiudicandone la funzione pubblica e sociale di luoghi della democrazia di prossimità.

Eppure è proprio dalle città e dai Comuni che si può ripensare un’altra gestione del territorio e dei beni comuni, destinando le risorse oggi bloccate dalle Grandi Opere per un progetto reticolare di intervento sul riassetto idrogeologico e le infrastrutture idriche; riconvertendo i finanziamenti all’energia fossile in un nuovo modello energetico che sia pulito, democratico e auto-prodotto; fermando il consumo di suolo per progetti condivisi di riappropriazione urbana degli spazi ad uso sociale, ricreativo e culturale.

È sempre dalle città e dai Comuni che può essere ridisegnato un nuovo welfare universale, decentrato e depatriarcalizzato, basato sul riconoscimento della comunità degli affetti e del mutualismo solidale e sull’autogoverno collettivo dei servizi. O intrapresa la strada di un nuovo modello produttivo che si fondi sul «cosa, come, dove e per chi produrre». Tutte strade impossibili da imboccare, fino a quando Comuni e città continueranno ad essere intrappolati dalla gabbia del patto di stabilità e del pareggio di bilancio, funzionali a spingere la privatizzazione di beni comuni, servizi pubblici, patrimonio e territorio.

Ma qualcosa si sta muovendo e, ancora timidamente, molti Comuni e città iniziano a prendere parola per riaffermare la propria titolarità di funzioni sociali. Roma, Napoli, Aosta, Livorno, Savona e oltre una decina di piccoli Comuni hanno recentemente approvato un ordine del giorno promosso da Attac Italia. L’ordine del giorno chiede l’abolizione del patto di stabilità e una serie di misure concrete per far uscire i Comuni dalla trappola artificiale del debito pubblico.

Speriamo sia solo l’inizio di una lunga serie, che apra la strada ad un’iniziativa politica coordinata dei Comuni, e a una rivendicazione di un nuovo modello di finanza locale, che persegua il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere e di un nuovo ruolo di Cassa Depositi e Prestiti a sostegno delle comunità territoriali. Perché bisogna «Riprendersi il Comune» per contrastare l’economia del profitto e costruire la società della cura.