LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA da IL MANIFESTO

La seconda guerra civile americana

Verso le presidenziali. Da qui a novembre molti giovani neri e ispanici potrebbero decidere che le elezioni sono «una faccenda per i bianchi» e ignorare gli appelli al voto

Fabrizio Tonello 07.06.2020

Donald Trump si è rifugiato in una Casa Bianca circondata di fili spinati e barriere metalliche e protetta da guardie armate che non sono poliziotti, né soldati, ma mercenari. Immagini che fanno quasi pensare a Hitler nascosto nel bunker della Cancelleria di Berlino nel 1945, invece che a un leader democraticamente eletto nell’America di Lincoln.

E certo Trump non si aspettava che il sindaco di Washington Muriel Bowser ribattezzasse Black Lives Matter Plaza l’area dove lui si era fatto fotografare qualche giorno fa con una Bibbia in mano dopo una brutale carica della polizia. Ancora più irritante dev’essere stato il vedere che Google Maps abbia prontamente registrato il cambio di denominazione, mentre sulla 16° strada il municipio ha dipinto in giallo sull’asfalto una scritta Black Lives Matter che occupa due interi isolati.

Nonostante le proteste contro le brutalità della polizia, Trump sa di avere ancora un potente alleato in vista delle elezioni di novembre: le immagini di saccheggi che le reti televisive trasmettono incessantemente benché gli episodi siano stati fino ad ora marginali. I sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli americani ha reagito con orrore al video del poliziotto di Minneapolis che soffocava deliberatamente un afroamericano arrestato e confermano anche una vasta approvazione per la decisione della procura di arrestarlo con l’imputazione di omicidio. Da qui a novembre, però, molte cose possono cambiare.

Trump spera in un’elezione che sia la replica di quella del 1968, quando gli americani andarono a votare dopo mesi di scontri tra la polizia e i manifestanti, in particolare durante la convenzione di Chicago dei democratici, allora giustamente considerati il partito della guerra in Vietnam.

Il candidato repubblicano Richard Nixon battè incessantemente sul tema Law and Order durante la sua campagna elettorale, aiutato in questo dal democratico George Wallace, governatore segregazionista dell’Alabama, che si presentava come indipendente. Wallace usava ripetere che nel suo Stato non c’erano rivolte perché «il primo che prende in mano un mattone si becca una pallottola nel cervello».

Alla fine vinse Nixon, di stretta misura: lo spostamento di alcune decine di migliaia di voti in una mezza dozzina di stati sarebbe stato sufficiente per impedirgli di ottenere la maggioranza nel Collegio elettorale e demandare l’elezione del presidente alla Camera dei rappresentanti, allora con una maggioranza democratica che avrebbe scelto il vicepresidente in carica Hubert Humphrey.

Trump è sempre stato un presidente di minoranza: minoritario nel voto popolare del 2016 (Hillary Clinton ottenne tre milioni di voti più di lui) e minoritario nell’opinione degli americani: dal suo ingresso in carica il 20 gennaio 2017 in poi, nemmeno per un giorno ha registrato un consenso superiore al 50% dei cittadini. Negli Usa, però, le minoranze possono prevalere grazie ai meccanismi brutalmente antidemocratici del sistema elettorale e agli sfacciati tentativi dei repubblicani di escludere dal voto neri e ispanici.

Soprattutto, Trump mantiene un consenso apparentemente indistruttibile tra gli elettori di un partito repubblicano ormai sottomesso ai suoi deliri. Nonostante la sua gestione disastrosa della pandemia, che ha fatto finora circa 120.000 morti, in particolare tra le minoranze etniche, e una disoccupazione di massa che non ha precedenti nella storia americana, il 40% degli elettori per il momento dice di approvare ciò che il presidente sta facendo. È quella parte del paese che in realtà teme più di ogni altra cosa la perdita di status e di potere, di diventare una minoranza in un paese dove tra pochi anni i bianchi saranno meno del 50% della popolazione.

Le elezioni sono ancora lontane e tutto può succedere: una disfatta totale per Trump l’incendiario, come lo dipinge questa settimana la copertina del settimanale tedesco Der Spiegel, ma anche una sua vittoria grazie al sostegno di un partito repubblicano da decenni ormai espressione di miliardari disposti a tutto pur di mantenere soldi e potere. Non dimentichiamo che l’immensa quantità di denaro messa a disposizione dalla Banca centrale e dal Congresso in queste settimane fa gola a molti.

A questo si aggiunge il fatto che è difficile prevedere come si comporteranno gli afroamericani oggi protagonisti delle manifestazioni quando dovranno andare a votare. Joe Biden è stato vicepresidente di Barack Obama ma è bianco, anziano, propenso alle gaffe e certo non è un candidato carismatico. Da qui a novembre molti giovani neri e ispanici potrebbero decidere che le elezioni sono «una faccenda per i bianchi» e ignorare gli appelli al voto, anche se si tratterà di cacciare dall’ufficio ovale il peggiore presidente in tutta la storia della repubblica.

Kevin J. Everson, l’America bianca continuerà a costruire nuovi muri

Intervista. La morte di Floyd, il razzismo di oggi, gli immaginari, la storia, violenza «normale» contro i neri, il regista afroamericano parla delle rivolte di questi giorni

Giona A.Nazzaro 06.06.2020

Kevin Jerome Everson è senza dubbio una delle voci più originali del cinema statunitense contemporaneo. Nonostante dichiari di non saperne molto di cinema («Sono molto più interessato all’arte»), vanta una filmografia di quasi duecento film di varia lunghezza e formati e numerosi riconoscimenti accademici fra i quali una fellowship della Guggenheim. Scultore, fotografo, pittore oltre che cineasta, l’anno scorso la Heinz Foundation gli ha conferito il suo prestigioso riconoscimento per le scienze umanistiche. Docente presso l’università della Virginia a Charlottesville, Everson e il suo lavoro sono stati oggetto di numerose retrospettive, installazioni, esibizioni – al Centre Pompidou di Parigi, al Museum of Contemporary Arts di Los Angeles, alla Tate Modern di Londra al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.

EVERSON è appena rientrato a Charlottesville da Berlino, dove era ospite dell’accademia Americana per una residenza artistica, e ha quasi completato l’obbligatorio periodo di quarantena di due settimane: «Tutto quello che sta succedendo e che a molti sembra nuovo non è nient’altro che la solita vecchia storia», dichiara immediatamente. «L’America bianca è sempre stata irrispettosa della tradizione orale afroamericana. Ogni volta che una persona afroamericana dichiara qualcosa, l’America bianca non gli crede mai. Deve essere filmata per essere creduta. L’America bianca non sopporta che qualcuno possa essere testimone delle sue atrocità. Loro sono i primi a credere alle proprie menzogne di essere sempre i buoni. Se tenti di contrastare questa visione attraverso una narrazione orale, non ci credono. E quando finalmente lo vedono pensano sempre che si tratti di un fatto isolato. Si rifiutano di accettare che sia sistemico perché gli permette di conservare la loro presunta superiorità morale, di restare aggrappati al potere. Se i bianchi commettono un crimine, si tratta sempre di un ’individuo’. Se un afroamericano commette un crimine, allora è tutta la comunità che lo commette. Un serial killer bianco è sempre un ’lupo solitario’. O un pazzo. Perché i bianchi si ritengono essenzialmente ’buoni’. Per cui se un bianco commette una strage, si tratta di un folle o di malato perché si allontana dalla norma della supremazia bianca. Il sottotesto è: ’noi sempre migliori di chiunque altro e quello è solo il crimine di un singolo individuo’. Il sistema non è mai messo in discussione. Per cui l’Isis, Al Qaeda e tutte queste organizzazioni sono riconducibili a interi gruppi etnici che vengono criminalizzati. Persino Dylann Storm Roof che ha compiuto la strage della Emanuel African Methodist Episcopal Church viene estrapolato dal suo contesto. Il suo giubbotto, però, recava la scritta Rhodesia. Quindi qualcuno lo ha indottrinato. Quello non è solo un ’lupo solitario’».

«PER I BIANCHI il problema non è mai dei bianchi in generale. È questo è il problema della supremazia bianca: ’Siamo superiori quindi non possiamo essere malvagi’. Il sistema non è mai ritenuto responsabile perché loro ritengono che il sistema sia infallibile. Sono una persona molto pessimista ma è interessante osservare che molte di queste proteste non si sono verificate in quartieri neri. C’erano tantissimi bianchi per strada Hanno dato alle fiamme macchine della polizia che non stavano nei loro quartieri. Hanno messo a ferro e fuoco Santa Monica! E Santa Monica è più bianca che non si può! Non ci vive nessuno di noi (ride, ndr). Sono arrivati a Rodeo Drive (distretto dello shopping di lusso losangelino, ndr)! Chi l’avrebbe mai detto? Quello sì che è un posto fuori mano (ride, ndr.). Ci credo che hanno chiamato la Guardia Nazionale e volevano l’esercito per strada! Sono entrati nei quartieri dei bianchi ricchi. Per questo motivo stanno andando fuori di testa: mica bruciava South Central! Il fatto che la protesta sia multiculturale la rende molto più minacciosa rispetto a quelle del passato. Se si fosse trattato di soli afroamericani avrebbero usato senz’altro pallottole vere per fermare le rivolte e tutto sarebbe stato molto più violento e la repressione molto più sanguinosa».

Come considerare il fatto che molti bianchi si sono uniti alla protesta? «I giovani oggi crescono in un ambiente multiculturale. Probabilmente non sono così segregati come le generazioni che li hanno preceduti. E sono più istruiti».

PARLANDO con Spike Lee, lui suggeriva che invece di limitarci a puntare il dito sul razzismo degli Stati Uniti dovremmo pensare a come fermare la pandemia del razzismo in casa nostra. «Spike ha ragione. In queste narrazioni si tratta sempre degli ’altri’, mai di . ’noi’. Quando sono stato in Italia nel 2002 c’era questo ritornello ossessivo contro gli albanesi. Ogni cosa che accadeva era colpa degli albanesi! Senza contare poi questa frattura regionalistica dove ognuno pensa di essere più ’italiano’ degli altri. Poi basta guardare a come è stata gestita la crisi dei rifugiati in Italia. Una cosa terribile. D’altronde questa è la stessa cosa che accade negli Stati Uniti. I bianchi guardano sempre da un’altra parte. ’Mio Dio, stanno opprimendo la gente in Tibet! Oddio un’altra strage nel Darfur!’ A me verrebbe da dire: ’Hey! Siete mai stati a St. Louis?’. Troppo facile: così non sei mai tu il responsabile. Quando i bianchi fanno i film sulla schiavitù e lo schiavismo la buttano sempre sul razzismo e mai sull’economia. In questo modo il padrone della piantagione ha sempre la parlata sudista strascicata dall’accento pesantissimo. Ed è sempre rappresentato come un bifolco. In questo modo uno come Tarantino può dire: ’Non sono io, sono loro!’».

«DANNO sempre la colpa a qualcun altro, ma in fondo si tratta ogni volta del medesimo privilegio bianco che ti permette di fare queste distinzioni. Oggi ho come l’impressione che in Italia, per esempio, il discorso sia estremamente frammentato, come se non ci fosse più spazio per l’idea di inclusività. Eppure nel 40 a.c. nel senato romano c’erano senatori africani perché dovevano trattare anche con altri popoli e tutti stavano sempre su delle navi in perenne movimento a commerciare e a viaggiare».

GEORGE FLOYD è stato ucciso pochi giorni dopo Ahmaud Arbery. Gli afroamericani sono più che mai esposti a una violenza impunita e continuata. «È sempre stato così. Ricordo che quando andavo alle medie, negli anni 70, tiravano giù dai bus scolastici ragazzi di appena 14 anni in manette. Avevo 12 anni quando osservai il vicepreside della mia scuola ordinare a tre ragazzi bianchi di mettere in riga tre miei coetanei. Quando trasmettevano Radici la mattina dopo a scuola ti insultavano dandoti del negro e dovevi fare a botte ogni giorno. Si viveva in un clima di violenza costante. Era normale».
Alcune persone in Europa sostengono ora che finalmente gli Stati Uniti hanno gettato la maschera. «Non c’è mai stata nessuna maschera! (ride di gusto, ndr). Quando i miei colleghi – che amo e ammiro – mi invitano a partecipare a seminari sul razzismo, l’integrazione, ecc. io rifiuto sempre. Mi limito a dire: ’Fatelo voi questo lavoro. Non ho nessuna intenzione di partecipare a tavole rotonde sull’inclusione e la diversità. L’America con tutte le sue risorse potrebbe cambiare lo stato delle cose se solo lo volesse e non lo fa perché a loro le cose vanno bene come stanno. Questo complesso di superiorità offre loro infiniti benefici e a loro fa piacere essere dove sono. Non hanno nessuna voglia di cambiare posto. Chris Rock una volta ha detto: ’Nessun bianco vorrebbe stare al mio posto. E io sono uno ricco!’. Le persone che si occupano di immobili dicono sempre: ’Quando nel tuo quartiere ti avvicini alla soglia dell’11% di residenti non bianchi quello è il momento in cui spuntano i cartelli Vendesi’. Temo che i bianchi siano perfettamente capaci di rivotarsi Trump per altri quattro anni anche se lui sta facendo un ottimo lavoro per non farsi rieleggere. Dopo la sua elezione, alcuni colleghi mi chiedevano: ’Ma che fine ha fatto il vostro voto?’. E io rispondevo: ’Che fine fatto ha fatto il vostro voto!’ Tocca ai bianchi fare la parte del sollevamento pesi. Noi siamo solo il 13-14%. E il nostro lavoro lo facciamo tutti i giorni. Facessero pulizia in casa loro e iniziassero a lavorare sul serio. I bianchi costruiranno sempre nuovi muri. Queste cose sono state ripetute all’infinito. La cultura, la musica, l’intrattenimento ha detto tutto quel che c’era da dire eppure i bianchi non vogliono ascoltare (ride ancora, ndr). Pensa a Redd Foxx, Richard Pryor, James Baldwin, Toni Morrison, Maya Angelou: che altro puoi fare? Aveva ragione Dick Gregory quando diceva: ’Siamo nei guai: i bianchi non sono molto svegli’. Gli ripeti le stesse cose mille volte e continuano a non crederti. Se devo essere sincero sino in fondo, stai facendo queste domande alla persona sbagliata. Queste domande dovresti farle a tutti i registi bianchi e vedere cosa ti rispondono».

Killer Mike dei Run the Jewels è stato al centro di forti polemiche per delle affermazioni a favore dell’uso delle armi da fuoco. Qual è la tua posizione? «Davanti alla mia finestra del mio ufficio quando c’è stata la marcia per Unite the Right ho avuto nazisti armati fino ai denti per giorni interi. Una donna aveva un AR-15 a tracolla. Un’altra aveva un lanciagranate».

«PERSONALMENTE ho un porto d’armi. In quei giorni avevo sempre la mia pistola con me. Se invece di bianchi nazisti armati fino ai denti fossero stati egiziani, cinesi, albanesi li avrebbero ammazzati uno per uno senza troppe storie. Essendo bianchi ottengono un trattamento speciale. Ma i nazisti li conosciamo. Sai chi sono e cosa vogliono fare. Il problema è la signora o l’impiegato bianco che magari hanno votato due volte per Obama ma che se incontrano un afroamericano nel loro quartiere chiamano immediatamente la polizia. Per questo motivo ho voluto fare questa serie di film sui Bird Watcher (ornitologi amatoriali). Quale attività più pacifica e tranquilla? Eppure se la gente si ritrova di fronte un Bird Watcher afroamericano si spaventa e chiama la polizia. Se ci pensi è la paura dell’interruzione della loro normalità, il sottotesto base di tutti i film horror. Il mostro della laguna nera interrompe i piani di relax dei bianchi, così come lo squalo interrompe le vacanze della classe media. Ci trattano come alieni. Non a caso faccio vedere a miei studenti E.T. di Spielberg. La cosa straordinaria di quel film non è l’alieno ma l’assenza di tutti gli altri. In quella parte della California è impossibile non incontrare cittadini messicani eppure nel film non ce ne è nemmeno uno. Senza contare gli afroamericani anche se la maggior parte degli avvistamenti di Ufo avviene nei quartieri neri (ride, ndr). È questa esclusione, quest’assenza data per scontata che è problematica».

COSA pensi del cinema di John Ford e in particolare dei suoi film con Stepin Fetchit? «Stepin Fetchit era un grande attore. I ruoli che gli offrivano erano il problema. Sono convinto che Ford fosse una persona di grande talento ma non riesco più a vedere Sentieri selvaggi. Da noi passa in tv in continuazione. Ritengo che Howard Hawks un artista più moderno, dalla tavolozza più ricca. Mi piace il suo senso dell’essenzialità. Billy Wilder è un altro cineasta che mi interessa. Un film come L’appartamento mi sembra davvero modernissimo. Non ho alcuna idea di cosa sia il ’cinema afroamericano’, siamo appena agli inizi, ma ogni volta che mi invitano a discutere Nascita di una nazione mi arrabbio. Dico sempre: ’Se vengo, vi prendo a pedate bifolchi!’ (ride a lungo, ndr). Si continua a sostenere che sia un lavoro geniale perché ha introdotto delle innovazioni formali ma quelle idee erano già nell’aria. All’epoca c’era anche Oscar Micheaux che faceva i suoi film ma lui è quasi dimenticato. Anche in questo caso si tratta di esclusione e di assenza».