La scuola è un pilastro fondamentale che bisogna riparare da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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La scuola è un pilastro fondamentale che bisogna riparare da IL MANIFESTO

La scuola è un pilastro fondamentale che bisogna riparare

Questa esperienza virale, è un evento senza precedenti ma se passa l’idea che la scuola è prescindibile allora sarà smantellata e con essa, inevitabilmente, tanto lavoro delle donne

 Simona Bonsignori 21.05.2020

In questa quarantena pandemica il ruolo di madre è faticoso e ambiguo. Tutti stiamo sperimentando difficoltà a fronteggiare lo smartworking e la didattica a distanza e, per chi è senza lavoro, ha problemi abitativi, disabilità in famiglia, non ha superato il digital divide, la situazione si fa drammatica.

Da madre ho consegnato con emozione le mie figlie alla scuola a 2 anni, non perché avessi bisogno di una «baby sitter» ma per la fiducia nel comune propria del mio percorso politico e culturale. Bambine/i e ragazze/i imparano osservandosi tra loro più che da genitori e insegnanti: la tenuta del sistema formativo, quindi, non può prescindere da questo combinato disposto. I bambini, in particolare, restituiscono le competenze come piccole spugne felici. Saranno le assenze di senso e di prospettiva a disperderli: l’abbandono scolastico (14,5% Istat 2019) era già il sintomo di un sistema compromesso prima che questa pandemia mettesse a casa 8,6 mln di studenti coinvolgendo 6 mln di nuclei familiari senza verificarne le possibilità e i mezzi. Numeri da capogiro.

«Spengono le telecamere e i microfoni », lamenta un’insegnante. Non è roba per loro, infatti. È di empatia che hanno fame, dell’incontro tra i corpi in un’oscillazione difficile ma stimolante e ricca tra conflitto e cura. Il Covid-19, è stato detto più volte, è solo lo stress test di un sistema di welfare alla deriva che già vedeva cedere i suoi principali pilastri: la sanità e la scuola, due comparti che impiegano, sarà un caso, circa l’80% di lavoro femminile.

Il primo giorno di scuola è sempre un momento di grande emozione: «imparerai a scoprire il mondo» dissi a mia figlia. Non andò così. A disturbarmi, però, non furono i muri scrostati, né le due ragazzotte più appassionate a farsi le unghie sul treno che a insegnare. Non c’era la carta igienica: in questo lessi la mancanza di cura e l’«assenza» delle strutture scolastiche. Se non fosse per i Comitati dei genitori, unico legame tra scuola e territorio, anche acquistare tablet e connettività per chi ne ha bisogno adesso sarebbe un’impresa impossibile.

Eppure oggi che con «la fine del lavoro» sono venuti meno anche i tradizionali luoghi di confronto e conflitto, è la scuola uno degli spazio in cui ci si esercita a diventare comunità. Ovunque leggo che mancano l’infrastruttura, gli strumenti, i mezzi: è vero. Ma quello che non si nomina è l’assenza di cura del bene comune. Questa quarantena, che contrappone insegnanti a genitori e tutti all’istituzione scolastica dimenticando i ragazzi, lo dimostra spietatamente. Con la conseguenza che è la «famiglia» a tornare luogo della complessità e del conflitto, organo di sperimentazione del controllo, soggetto di un sistema di welfare capovolto che la sfrutta invece di aiutarla, come noi donne sappiamo fin troppo bene. Facciamo attenzione perché questo non riguarda solo i nuclei con figli.

Non lasciamoci distrarre. Corpo docente non sono solo le/gli insegnanti abituati a confrontarsi e a misurarsi in un esercizio infaticabile di «riproduzione sociale». Lo conosciamo quel corpaccione di 800 mila persone, composto all’81,7% da donne, segnato dal pendolarismo esistenziale ancor prima che territoriale? A fronte di tante buone pratiche ci sono altrettanti esempi di difficoltà. «Non ho videocamera, non ho abbastanza giga per collegarmi in video».

Le mie bambine dal primo giorno della serrata hanno cercato gli altri. È stato subito evidente come fosse la continuità della relazione tra compagni a orientarle. Su piattaforme e chat hanno giocato, disegnato, persino suonato insieme, aspettando la loro scuola che non arrivava mai.

Non stupiamoci se questa è diventata il pretesto per tenere a casa quel terzo del paese «improduttivo», tra cui tantissime donne. Quello che sarà ricordato come uno dei più grandi (e improvvisati) esperimenti sociali del nostro Paese, non poteva che coglierci impreparati. Poco importa se quella scuola che resiste è merito delle insegnanti, delle madri (soprattutto), di bambini e ragazzi che hanno mostrato adattabilità e pazienza: nessuno lo riconoscerà.

Se bambine/i e ragazze/i sono stati i grandi assenti dal discorso pubblico, se nessuno ascolta le loro domande (come invece ha fatto la premier finlandese Sanna Marin), se «non sono considerati soggetti di diritto» è perché sotto il peso del virus il sistema scolastico ha ceduto di schianto. Dobbiamo avere l’onestà di dirci che «una delle migliori scuole del mondo» così come l’abbiamo mutuata dagli anni Settanta, non esiste più, spazzata via dai tagli di bilancio (il 3,6% del Pil, contro il 5% degli altri Paesi Ue, dati Ocse) ma anche dal suo stesso prodotto: perché non ha avuto cura di sé e si è chiusa in un individualismo non generativo.

Ci vuole un piano. La società è in debito anche con bambini e ragazzi che si sono impegnati al nostro fianco per tenerci indenni dal virus. Le comunicazioni della nostra ministra sulle nuove frontiere distopiche della formazione, dimostrano che stiamo solo sperando di cavarcela. L’Italia è in colpevole ritardo, nonostante una seppur dubbia legge (PNSD, L.107/2015, cd Buona Scuola) e uno stanziamento europeo miliardario, nelle classi mancano connessioni e pc. Mi chiedo se al MIUR sanno di cosa stanno parlando.

Che accadrà a settembre? «Serve identificare i criteri oggettivi per la riapertura delle scuole per scongiurare il rischio che si esca da questa cosa con un suo drastico e definitivo dimezzamento» avverte Giovanni Figà Talamanca, docente universitario e assessore alla scuola del municipio I di Roma.

In Germania la scuola è rimasta aperta per i figli dei lavoratori essenziali, in Olanda l’hanno ridotta a mezza giornata, in Francia e Danimarca hanno riaperto adesso. La Svezia e l’Islanda non hanno mai chiuso, in Belgio e Spagna è stato sempre possibile uscire.

Questa esperienza virale, è un evento senza precedenti ma se passa l’idea che la scuola è prescindibile allora sarà smantellata e con essa, inevitabilmente, tanto lavoro delle donne. Ecco perché nell’intero sistema da ripensare, la scuola rappresenta uno dei pilastri fondamentali per tutti. Con figli o senza ci attende un’operazione di riparazione enorme. Basta annusare l’aria inquinata per capire chi trasporta il virus come una palla di fuoco. È giunto il tempo per la conta dei salvati.