Jane Goodall: «In Africa rischio di catastrofe per uomini e animali» da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Jane Goodall: «In Africa rischio di catastrofe per uomini e animali» da IL MANIFESTO

Jane Goodall: «In Africa rischio di catastrofe per uomini e animali»

L’intervista. L’etologa britannica celebre per i suoi studi sui primati lancia l’allarme per lo stato dei parchi naturali e delle popolazioni nelle aree circostanti e non solo

Stella Levantesi05.05.2020

La dottoressa Jane Goodall, etologa e antropologa inglese, è nota in tutto il mondo per il suo lavoro sugli scimpanzé che ha anche ridefinito la conservazione delle specie. Nel 1977 ha fondato il Jane Goodall Institute per sostenere la ricerca a Gombe, in Tanzania, e aumentare la protezione degli scimpanzé nei loro habitat.

Indimenticabili le immagini di una giovane Jane, completamente a suo agio tra i «chimp» nella foresta. Jane continua a lavorare e viaggiare in tutto il mondo, e oggi trascorre questi tempi di pandemia nella sua casa d’infanzia in Inghilterra.

Abbiamo parlato con la dottoressa Goodall della sua esperienza in Africa, dell’attuale situazione dei parchi naturali e di come il coronavirus sta cambiando il mondo, anche per gli scimpanzé.

Prima di tutto. Come sta?

Credo di stare molto meglio di chi in Italia è rinchiuso da così tanto tempo, ma ho seguito con grande gioia tutte le cose meravigliose, come cantare dai balconi, cantare l’opera.

Pensa che forse stiamo avendo un piccolo assaggio di come sia per uno scimpanzé o un gorilla vivere in cattività?

Sospetto che in molti casi sia molto peggio, perché almeno le persone capiscono perché sta succedendo e ci si aspetta che finisca, mentre gli animali non hanno idea del perché si trovino lì… Per un animale come uno scimpanzé o un elefante essere portato via dal suo habitat naturale e poi confinato deve essere assolutamente terribile. Giusto? Noi possiamo intrattenerci o trovare cose da fare. Loro non hanno niente.

Qual è il pericolo del coronavirus per gli scimpanzé e gli altri primati? Com’è la situazione ora nei parchi in Africa, come a Gombe in Tanzania, dove lei ha passato tanto tempo?

È molto, molto preoccupante perché sappiamo che anche le grandi scimmie e gli altri primati sono suscettibili a questi coronavirus che portano malattie respiratorie. Abbiamo santuari per gli scimpanzé orfani ed è possibile cercare di proteggerli. Possiamo adottare misure adeguate, il pubblico non viene più.

Ma Gombe non ha confini, è aperto, e c’è gente che vive tutt’intorno. Quindi stiamo facendo del nostro meglio. Stiamo fornendo kit per i tamponi e mascherine e stiamo cercando di educare le persone (sul Covid-19, nda). Speriamo che non entrino a Gombe. Abbiamo ridotto il nostro personale, non c’è nessuno che entra e quelli che ci vanno vengono accuratamente testati e messi in quarantena.

Il fatto che ora i parchi non siano più accessibili al pubblico sta avendo un impatto economico sull’ecoturismo?

Sì, e questa è un’altra grande preoccupazione. Abbiamo già avuto segnalazioni di bracconaggio in alcuni parchi nazionali. I rinoceronti, per esempio, sei morti in una settimana in Sudafrica. E molti ranger sono stati licenziati, i soldi non arrivano. Quindi abbiamo molta paura che il bracconaggio aumenti in molti parchi. A Gombe non è così, ma per alcuni altri posti lo sarà e per molte specie diverse di animali. La gente è molto povera e molti di loro che altro possono fare?

Quindi l’aumento del bracconaggio è direttamente collegato al fatto che i parchi sono chiusi al pubblico?

Sì. Perché se i parchi sono chiusi e – non sto parlando di Gombe ora – i ranger non possono essere pagati, vengono mandati a casa. E quindi non c’è nessuno che pattuglia.

Si è parlato molto del divieto di traffico di animali selvatici, soprattutto ora a causa dei wet market in Cina e dei rischi che ne derivano. Pensa che un divieto possa alimentare il mercato nero? Voglio dire, quali sono i pro e i contro di un divieto?

Naturalmente un’attività redditizia può sempre diventare clandestina e molti traffici sono comunque illegali. Il traffico di avorio e corno di rinoceronte è illegale da anni, ma questo non impedisce che diventi un business multimilionario. Tuttavia, il divieto di traffico, insieme al divieto della Cina di commerciare e vendere animali selvatici per il cibo, parliamo del mercato della fauna selvatica, i wildlife markets, e li abbiamo anche in Africa – i bushmeat market, (dove si vende, ndr) carne di animali selvatici – se c’è quel divieto in vigore e la gente si rende conto che questo traffico di animali sta portando virus nel paese…Molte malattie umane provengono da virus che sono “saltati” da animali all’uomo. Le condizioni dei mercati della carne selvatica e del traffico, dove spesso ci sono animali stipati, consentono al virus di passare all’uomo con più probabilità.

Dobbiamo affrontare tutto questo, oltre alla distruzione dell’ambiente, il che significa che gli animali si affollano e a volte ci sono animali che si spostano ed entrano in contatto (con le persone, ndr). E ancora una volta, si crea un ambiente in cui un virus può saltare da un animale all’uomo e causare una nuova malattia.

Ritiene che questa pandemia possa bastare per far sì che il mondo si svegli e cambi il modo in cui l’essere umano interagisce con gli ecosistemi? Qual è la sua opinione al riguardo? È ottimista oppure no?

La mia opinione è che milioni di persone prenderanno questa situazione come un campanello d’allarme e cominceranno a pensare in modi in cui non hanno mai pensato prima, tanto più se impareranno a conoscere l’effetto spillover. E, tra l’altro, dobbiamo considerare un altro ambiente ideale per lo spillover. E questo è l’allevamento intensivo di animali. Perché molte di queste epidemie sono partite dall’allevamento intensivo di maiali, polli, cavalli, cammelli… Ma temo che il problema sia il tipo di leader politici che abbiamo in molti paesi del mondo. Non vedono l’ora di tornare al business as usual.

Questo è il problema. Quindi la mia speranza è che i cittadini…sai, molti di loro non hanno mai saputo cosa significhi vivere in una città con l’aria pulita. Sono talmente abituati all’inquinamento che non si sono resi conto della gioia di guardare il cielo con le stelle scintillanti di notte e milioni di loro non vorranno tornare al vecchio ambiente in cui sono cresciuti… Ma deve esserci un’ondata di cambiamento così grande da poter in qualche modo sopraffare chi è al potere in questo momento… Soprattutto i giovani stanno davvero cambiando, ma non sappiamo quanto tempo abbiamo, perché allo stesso tempo la gente tende a dimenticare l’altra grande crisi, il cambiamento climatico. Tutto ciò è legato alla nostra mancanza di rispetto per la natura o alla mancanza di rispetto per gli animali. Ce la siamo cercata.

È preoccupata che la pandemia possa sottrarre impegno e risorse alla lotta contro il cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico è spinto in gran parte dalle grandi aziende e dalla mancanza di una legislazione per limitare le emissioni. Non credo che questa pandemia influirà molto su questo, se non nel rendere le aziende più impazienti di tornare a fare quello che stavano facendo. Da un lato milioni di persone hanno sentito questo momento come un campanello d’allarme e un tempo in cui dobbiamo ripensare il nostro rapporto con il mondo naturale per renderci conto che dipendiamo dalla natura, dall’altro lato però abbiamo i leader nel mondo degli affari e al governo, ed è questo il grande problema, non è vero? L’amministrazione Trump, per esempio, ha revocato tutte le misure di protezione ambientale che erano state messe in atto, una per una.

Facciamo un passo avanti e dieci indietro.

In qualche modo dovrebbe esserci una legislazione globale sul clima, perché quello che succede in un paese riguarda anche i paesi dell’altra parte del mondo. E, sai, la gente dice che questa pandemia è livellatrice. Ma non lo è affatto. Il mondo occidentale e le comunità ricche possono permettersi buone strutture sanitarie. Anche se in America non erano preparati. Non avevano abbastanza ventilatori, non avevano abbastanza mascherine, non avevano abbastanza kit per i tamponi, mentre in paesi come Taiwan e Corea del Sud, che ci sono già passati, erano pronti. Così sono riusciti a mettere tutto sotto controllo in tempi relativamente brevi.

Ma in posti come le «township» del Sudafrica, quando il paese va in isolamento, cosa succede? Ci sono le rivolte, come è successo in Sudafrica.

E anche in altri paesi dell’Africa.

Sì, io sono a casa mia, in Inghilterra, dove sono cresciuta. So quanto sono fortunata. Ho un giardino e possiamo ancora uscire una volta al giorno con il cane, ma poi penso a un lockdown in una stanza con sei persone senza giardino. La pandemia non livella nulla.

Colpirà prima di tutto i più vulnerabili e i più poveri. 

Esattamente. E la gente dice: “Chiudete i mercati della fauna selvatica in Cina”. Beh, sì, dobbiamo farlo. Dobbiamo farlo assolutamente. Ma ci sono migliaia di persone nelle zone rurali che dipendono dall’allevamento di animali selvatici per la carne. Quindi, sai, hanno bisogno di un modo di vivere alternativo.

Gorilla di montagna in Uganda, foto di Stella Levantesi

Ha passato così tanto tempo con gli scimpanzé in natura. Cosa pensa che possiamo imparare da come questi animali vivono e interagiscono tra loro?

Gli scimpanzé non sovrappopolano l’ambiente; le femmine hanno un cucciolo solo ogni cinque anni, occasionalmente ogni quattro. Più cibo hanno, più si riproducono. Neanche le persone che vivono nella foresta, le popolazioni indigene, sovrappopolano l’ambiente. Questo è uno dei nostri grandi problemi, non è vero? La povertà, gli stili di vita insostenibili e la crescita della popolazione umana, queste sono le grandi battaglie che dobbiamo combattere. Speriamo che questo isolamento faccia sì che la gente si fermi e pensi in modo più olistico e globale. Come dovremmo vivere veramente?

Cosa direbbe a chi dice che è troppo tardi per cambiare il corso delle cose?

Io dico sempre che non è ancora troppo tardi. E se riusciamo a far sì che ci siano abbastanza persone in grado di capire…Il nostro programma per i giovani era in 65 paesi, è iniziato nel ‘91, molti dei nostri membri ora hanno incarichi di governo e nel mondo della legge e sembrano mantenere i valori che in qualche modo hanno imparato nel programma per i giovani Roots & Shoots, perché il messaggio principale è che ogni individuo fa la differenza ogni giorno.

E quando miliardi di persone fanno scelte etiche su ciò che comprano, mangiano o anche su come interagiscono tra loro e con l’ambiente, si va verso un mondo migliore. Anche nelle comunità più povere funziona… Ho vissuto la seconda guerra mondiale ed ero a New York l’11 settembre e sono stata in paesi africani con persone a cui hanno sparato, si vive, si sopravvive. Guardiamo a tutto questo e impariamo alcune lezioni. Quindi forse questa volta la razza umana è più anziana e un po’ più saggia…

Molte persone hanno paragonato questa pandemia alla guerra. Cosa pensa di questo confronto?

(Durante la guerra, ndr) ero in Inghilterra ed eravamo sotto la linea di tiro diretta della Germania. Ci bombardavano e il cibo era razionato, i vestiti erano razionati, la benzina era scarsa. Tutto era razionato. Quindi una cosa buona che abbiamo imparato all’epoca è stata non dare nulla per scontato. E credo che questa pandemia stia insegnando anche questa lezione.

Non date per scontata la vostra salute, non date per scontata la vostra libertà, non date per scontato il «business as usual». Le cose possono cambiare. Ma anche lo spirito di comunità. Era molto evidente nella seconda guerra mondiale. Noi avevamo Winston Churchill ed erano la sua voce, i suoi messaggi via radio… credo che, altrimenti, in tutta onestà, saremmo stati invasi dalla Germania. Lo penso davvero.

Quindi sostiene l’importanza dei leader?

Sì, per dare capacità di resistenza alla gente. Dire «faremo la differenza», «non permetteremo che succeda di nuovo». E cercare anche di convincere alcune di queste persone ostinate che mettono la testa sotto la sabbia e pensano di poter continuare a estrarre il petrolio per sempre. Forse hanno figli, forse non hanno mai pensato al fatto che se continuano a fare quello che fanno, i loro figli ne soffriranno. E forse questa pandemia aiuterà la gente a pensare al futuro dei loro figli in modo diverso… alcuni di loro poi sono in isolamento con i loro figli, così si irriteranno sempre di più o diventeranno sempre più affettuosi – ride. Ma, dobbiamo fare tutte queste cose separatamente, alcuni lavoreranno affinché le persone comprendano meglio gli animali. Altri lavoreranno per cercare di convincere quegli struzzi con la testa nella sabbia, che pensano solo a se stessi.

Persone come te che raccontano le cose così come stanno, è incredibilmente importante in un momento come questo. E più storie raccontiamo, meglio è. E penso che sì, dobbiamo conoscere le cattive notizie. Sicuramente. Abbiamo bisogno di vedere le immagini di animali ammassati in questi mercati di carne selvatica, il che è terribile.

Ma credo che si debba mostrare alla gente anche altro… Sto mettendo insieme un’intera serie, soprattutto per i bambini, che non mostra l’aspetto macabro, ma quanto sono fantastici gli animali. Queste sono le cose che le persone ricordano.

L’organizzazione fondata da Jane Goodall ha anche una sede nel nostro Paese, il Jane Goodall Institute Italia – per l’Uomo, gli Animali, l’Ambiente. Creata nel 1998 dalla biologa e ambientalista Daniela De Donno, l’associazione è impegnata in progetti di cooperazione allo sviluppo, tutela dei primati e dell’ambiente ed educazione alla sostenibilità ambientale. L’istituto gestisce anche un orfanotrofio in Tanzania (vicino al parco di Gombe).