Israele, una «democrazia» colonialista da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Israele, una «democrazia» colonialista da IL MANIFESTO

Israele, una «democrazia» colonialista

Terra compromessa. Se questa suprema ingiustizia passa nell’indifferenza complice della prevalenza della comunità internazionale, sarà decretata la morte de facto e de iure della cultura dei diritti universali. In futuro qualsiasi aspirante dittatore o uomo forte potrà prendere provvedimenti liberticidi legittimandosi con l’esempio pratico e simbolico d’Israele

Moni Ovadia 27.06.2020

Il governo di coalizione di destra dello Stato d’Israele a guida Benjamin Netanyahu si appresta a violare per l’ennesima volta ogni legge e regola della legalità internazionale, con il progetto dell’annessione di terre palestinesi, dopo avere unilateralmente proclamato l’intera Gerusalemme capitale indivisa della propria nazione con l’appoggio degli Stati Uniti, i quali, per molto meno hanno imposto micidiali sanzioni a destra e a manca.

Coloro che, nel corso dei decenni, hanno denunciato il disegno geopolitico che voleva la cancellazione dell’identità del popolo palestinese. Con un popolo che vede l’ affermazione violenta della sua utopia a danno della tragica distopia di un altro popolo. Quelli -, hanno da lungo tempo saputo o perlomeno intuito quale fosse lo scopo ultimo delle politiche dei governi israeliani di destra, dopo l’accantonamento della lungimirante scelta di pace del premier laburista Rabin, ucciso da un estremista ebreo, e con la finta opposizione delle nuove coalizioni della sinistra soi-disant.

I veri oppositori interni, in realtà molto minoritari, estremamente coraggiosi e lucidi hanno anch’essi denunciato gli scellerati intenti di tutte le politiche miranti ad edificare un sistema di apartheid e di sistematica violazione dei più elementari diritti dei palestinesi, senza riguardo alla loro età e alle loro condizioni. Si sono levate le voci dei migliori intellettuali e giornalisti israeliani per denunciare le brutalità con parole forti, dure.

Ai critici sinceri delle loro politiche i governanti israeliani hanno ipocritamente e surrettiziamente opposto le ragioni dell’ideologia securitaria. Mercoledì scorso, su questo giornale, Richard Falk, ex relatore speciale delle Nazioni unite sulla questione palestinese, ha mostrato come il tema della sicurezza sia posto come esclusivo di Israele, i palestinesi non vengono considerati, la loro sicurezza non è neppure nominata. Questo atteggiamento è generale.

Il poderoso apparato di propaganda israeliana ,sia in patria che nella diaspora, mira ad elidere il profilo umano dei palestinesi. Come nei vecchi film western, i nativi amerindi erano solo i cattivi, erano solo figure aggressive e violente. Ora che, con l’annessione programmata, il vero intento colonialista di Netanyahu&C si rivela aldilà di ogni possibile dubbio, qualche moderato vagisce la sua preoccupazione, come se l’insediamento illegale di settecentomila coloni non fosse stato sufficiente a dimostrarlo alla luce del sole.

Coloro che invece sono accecati da una concezione scissa dell’essere umano continueranno a sostenere acriticamente Israele a prescindere da ogni azione del suo governo. Quando non potranno giustificarlo razionalmente o legalmente, estrarranno come un’arma la Bibbia e ve la sbatteranno sul muso senza preoccuparsi di profanarne il senso.

Noi uomini liberi rispettosi dei diritti umani universali, della dignità e dei diritti dei popoli oggi, sabato pomeriggio, a Roma e in tante città italiane, manifesteremo contro il delitto dell’annessione e per il riconoscimento del popolo palestinese, che prevede la sovranità sulla propria terra, quella riconosciuta dal diritto internazionale e occupata da 53 anni, con Gerusalemme est capitale.

Se la coerenza abitasse su questa terra, dovremmo vedere con noi in piazza la maggior parte dei politici e dei rappresentanti della stampa e dei media mainstream che hanno contribuito, nel corso di diversi lustri a reiterare il falsificante mantra: «Due stati per due popoli», ben sapendo che uno dei due popoli non è riconosciuto. Invece, alla conferenza stampa indetta dagli organizzatori della manifestazione, non c’era nessuna delle «grandi» testate, in ossequio alla congiura del silenzio voluta da Netanyahu&C.

La libertà di stampa prevede invece un’eccezione, i palestinesi ma paradossalmente anche il destino di Israele. Con l’annessione, ha ricordato Massimo D’Alema, muore l’originario «sogno sionista», uno stato ebraico e democratico. Ma forse quel sogno è già nato con una patologia degenerativa. Comunque media o non media, noi ci saremo, ci saranno persone della società civile, militanti di varie organizzazioni democratiche e di sinistra, donne e uomini responsabili che sanno molto bene quale è la posta in gioco.

Se questa suprema ingiustizia passa nell’indifferenza complice della prevalenza della comunità internazionale, sarà decretata la morte de facto e de iure della cultura dei diritti universali. In futuro qualsiasi aspirante dittatore o uomo forte potrà prendere provvedimenti liberticidi legittimandosi con l’esempio pratico e simbolico d’Israele. In piazza ci saranno anche tanti ebrei che credono all’uguaglianza, alla democrazia e che si sono formati ai valori etici dell’ebraismo. Sono quegli ebrei che la destra israeliana chiama «ebrei che odiano se stessi».

Peccato che Netanyahu sia sostenuto dai peggiori reazionari del pianeta, che a casa loro sono antisemiti o se non lo dichiarano esplicitamente sono votati dalla peggiore feccia antisemita: i Trump, i Bolsonaro, gli Orban…

Perché oscurano l’annessione della Cisgiordania

Israele/Palestina . L’annessione avviene al culmine di un drammatico percorso di vent’anni condiviso da Usa e Israele per la disgregazione dei popoli mediorientali e di cui gli europei sono complici

Alberto Negri 26.06.2020

L’annessione israeliana della Cisgiordania è una vicenda così brutale che soltanto una guerra e l’incombente crisi della Nato – in atto in Libia – potrebbero oscurare dagli schermi internazionali. La mobilitazione nazionale di domani a Roma per la Palestina illumina finalmente lo scenario. Le grandi potenze mondiali, Usa, Russia e Cina, sono come le tre scimmiette: non sento, non vedo non parlo. Per vari motivi sono soggiogate dalle mosse israeliane.

Gli Stati Uniti hanno un asse privilegiato con Tel Aviv, una potente comunità ebraica maggioritariamente di destra, e sono in piena campagna elettorale; Mosca si serve di Israele e di un 1,5 milioni di cittadini ebraici di lingua russa per aggirare le sanzioni e rimanere indisturbata in Siria con le basi militari, mentre gli aerei israeliani bombardano ogni giorno; la Cina deve far fuori gli uiguri, la sua popolazione musulmana dello Xinjiang nei nei campi costruiti da Pechino.

Fare a pezzi la Palestina sembra convenire un po’ a tutti. Qui c’è un virus che non ha ancora un antidoto: Israele ha ragione anche quando ha torto e noi lasciamo fare. L’Europa, un ectoplasma con storici sensi di colpa, invia segnali flebili mentre l’Onu alza un po’ la voce perché stanno cancellando le risoluzioni storiche del Palazzo di Vetro. Abbiamo soluzioni diplomatiche? Sembra di no. Si tratta di un atto di forza e in violazione del diritto internazionale: ma l’annessione della Valle del Giordano non è considerata come l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein per cui nel ’91 si fece una guerra che portò poi ad altre guerre e allo sfacelo del Medio Oriente.

In realtà l’annessione avviene al culmine di un drammatico percorso di vent’anni condiviso da Usa e Israele per la disgregazione dei popoli mediorientali e di cui gli europei sono complici. La guerra in Afghanistan del 2001, l’occupazione dell’Iraq nel 2003, la guerra per procura in Siria per abbattere Assad, i raid in Libia del 2011 per far fuori Gheddafi. Direttamente o indirettamente gli Stati uniti hanno provocato milioni di morti e di profughi, manovrato i jihadisti con la Turchia, perseguito la distruzione di intere nazioni come Iraq, Siria, Libia, per lasciare infine a Israele il ruolo di superpotenza regionale.

Ecco il vero «piano di pace» realizzato in Medio Oriente. Che ha un obiettivo preciso, oltre a favorire Israele: inviare un monito per tutti gli stati della regione che stanno ancora in piedi. Non è detto che un domani alcuni di questi Paesi siano ancora sulla mappa, anzi già in parte lo sono solo virtualmente. La Siria occupata da eserciti stranieri è un esempio, l’Iraq pure, lo Yemen anche, domani potrebbe toccare alla Libia.

Israele ha uno statuto speciale fondato sull’Olocausto perpetrato in Europa da Germania, Italia e da regimi europei collaborazionisti con il nazi-fascismo e conniventi con le infami leggi razziali. Ricordiamoci sempre che i veri nemici di Israele sono anche nostri nemici storici e dell’umanità. Ma l’orrore di un tempo non giustifica le violazioni eclatanti di oggi e il perdurare, dal 1967, dell’occupazione dei Territori palestinesi a seguito della “Guerra dei Sei giorni”.

L’annessione della Cisgiordania è stata favorita dagli Stati Uniti. Soltanto un ingenuo poteva credere che con il piano Kushner piovessero sui palestinesi miliardi di dollari. I palestinesi sono divisi tra di loro, lacerati. Figuriamoci se gli davano pure i quattrini. Si trattava della solita tattica dilatoria per consentire a Netanyahu di mettere a punto i suoi progetti. Con la complicità di un mondo arabo fatto di monarchie assolute e dittatori che fingono d’indignarsi.

Neppure Erdogan farà nulla perché, come Israele, occupa territori altrui in Siria, dove nel Nord ha fatto la sua Gaza a danno dei curdi, e ora partecipa alla spartizione di influenze in Libia. In Siria Israele occupa il Golan dal 1967 e la Turchia ambisce a far parte ufficialmente del «condominio siriano» insieme allo stato ebraico e alla Russia. Persino le sacrosante rivendicazioni degli afroamericani sono manipolate. Tutti a inginocchiarsi perché la polizia ammazza neri e latinos ma nessuno che alzi il sopracciglio se gli israeliani uccidono un ragazzo autistico disarmato alla porta dei Leoni di Gerusalemme.

E noi caschiamo volentieri in questa trappola perché ci assolve dal dovere di opporci a quello avviene in Cisgiordania. Le vite dei neri contano, come quelle dei palestinesi e di tutti noi. Di questo passo un giorno faremo fatica a spiegare chi sono i palestinesi o i curdi, per i quali abbiamo speso belle parole quando nell’ottobre scorso sono stati fatti fuori da Erdogan. Solo belle parole, però. Qui di parola ne serve una sola: giustizia. Ci resterà strozzata in gola, forse faremo fatica persino a pensarla quando, guardando la mappa del Medio Oriente, cancelleremo la parola Palestina anche dai nostri cuori traditori.