INCREMENTARE LA SPESA PUBBLICA PER… da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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INCREMENTARE LA SPESA PUBBLICA PER… da IL MANIFESTO

Incrementare la spesa pubblica per colmare il vuoto della domanda

I tedeschi hanno messo in campo, garanzie a parte, quasi il triplo della spesa dell’Italia in rapporto a un Pil, la cui caduta è prevista della metà di quella italiana

Pierluigi Ciocca 12.07.2020

La situazione economica è drammatica. Lo Stato deve spendere. Deve spendere di più, finché riesce a indebitarsi con i mercati o con l’Europa. Per averlo già scritto, per ribadirlo, mi scuso con i lettori de il manifesto, fra i pochi quotidiani che ormai ospitino opinioni autonome, non preconcette, critiche.

Le previsioni degli organismi internazionali sul 2020 convergono su un crollo di circa 200 miliardi del Pil italiano, nella speranza che una seconda ondata pandemica non sopravvenga nei prossimi mesi.

E’ verosimile che il cedimento del primo semestre sia principalmente dovuto al blocco con saggia prontezza imposto dal governo Conte per proteggere i cittadini dal diffondersi dell’epidemia.

L’allentamento del blocco è stato già seguìto negli ultimi due mesi da un rimbalzo produttivo, con la pesante eccezione dei motoveicoli e di attività terziarie importanti (commercio, turismo, alberghi, servizi alla persona, ristorazione).

Nell’“Osservatorio Covid-19” (n. 10 del 7 luglio 2020) del Centro Europa Ricerche – a lungo guidato da Giorgio Ruffolo e la cui econometria è eccellente – Stefano Fantacone così cifra il rimbalzo dopo l’abisso di marzo-aprile: +44% i consumi elettrici, +37% le esportazioni extra-Ue, +25% le vendite al dettaglio, +30% e oltre la produzione industriale (+42% secondo l’ultimo dato Istat), il tutto unito al ritorno degli italiani a una normale mobilità.

In questo senso dal lato dell’offerta il ciclo ha svoltato, ha superato il punto di minima. Se la ripresa sarà a “V” e quanti trimestri occorreranno perché l’economia tutta ritrovi i – mediocri! – livelli del 2019 dipenderà dal sostegno pubblico alla domanda effettiva e quindi dalla ripresa della domanda.

Le aspettative incerte delle imprese, l’attesa dei soldi pubblici che la Confindustria pretende, la disoccupazione, le preoccupazioni delle famiglie, l’esigenza di liquidità limitano sia gli investimenti sia i consumi privati. Il risparmio in forma liquida è in aumento. Lo testimonia l’accelerazione dei depositi bancari in atto in tutta Europa sebbene la recessione metta a serio rischio la stabilità delle banche. Il risparmio frena la domanda non solo in via diretta, ma ancor più attraverso il calo del moltiplicatore attivabile dalle altre componenti della domanda: le esportazioni al netto delle importazioni, la spesa pubblica al netto del gettito fiscale.

Non si può contare molto sul commercio internazionale – dal Fmi previsto nel 2020 in calo del 12%, ben più del Pil mondiale (-4,9%) – anche perché la competitività delle merci italiane è modesta, per annoso difetto di accumulazione di capitale, innovazione, produttività. Quindi basilare è la spesa pubblica, come persino i tedeschi – “keynesiani” tardivi – pare abbiano alfine compreso. Ne hanno messa in campo, garanzie a parte, quasi il triplo dell’Italia in rapporto a un Pil la cui caduta è prevista in Germania pari quasi alla metà di quella italiana.

Tenuto conto del rimbalzo d’offerta, il Cer proietta una flessione del Pil italiano nell’intero anno del 7,2%: 130 miliardi di euro in meno rispetto ai 1788 miliardi del 2019. Se si muove da tale previsione è questo l’ordine di grandezza della domanda globale da suscitare. Siamo ormai a metà anno e i moltiplicatori sono bassi.

Lo sono in particolare – 0,5/0,7 – quelli della spesa corrente della PA (e della detassazione), sui quali si è di necessità puntato nell’immediato (ammortizzatori sociali, sussidi, trasferimenti, oltre a garanzie). Gli investimenti pubblici promettono moltiplicatori più alti – anche superiori a 2 – ma la loro pronta fattibilità si è scontrata con vari impedimenti: il colpevole ritardo governativo nel programmarli, i melmosi procedimenti amministrativi, i ritardi nel ricorso al MES, l’attesa di contributi europei a fondo perduto che non avranno tempi brevi.

Finora, nel primo semestre, il fabbisogno dello Stato è aumentato di circa 60 miliardi. E’ molto rispetto al passato, è poco rispetto al vuoto di domanda da colmare, in specie se si tiene conto dei bassi moltiplicatori delle uscite correnti, le sole cresciute sinora. Sarebbe ancor più inadeguato se la previsione del Cer si confermasse ottimistica e la caduta del prodotto fosse addirittura quasi doppia, come temono le autorità internazionali e la Banca d’Italia. L’esigenza di spendere sarebbe ancor maggiore, ben più urgente. Ciò è particolarmente vero per gli investimenti pubblici in valide infrastrutture, materiali e immateriali, segnatamente da rilanciare nel Mezzogiorno. Oltre a promuovere la ripresa sono essenziali per volgere la ripresa in una crescita di trend da oltre vent’anni latitante.

E’ fondamentale che il Governo, con la puntualità e la tempestività richieste dall’ora, renda conto ai cittadini – dentro e fuori dal Parlamento – dell’andamento della spesa pubblica, in assoluto e rispetto alla carenza di domanda che resta da colmare.

E’ davvero in gioco il benessere degli italiani.

Un reddito a fondo perduto

Marco Bascetta 12.07.2020

La partita fiscale si è aperta con l’usuale lessico mellifluo. Tanto squillante nel sottolineare chi ne trarrà vantaggio quanto reticente nell’indicare chi pagherà il conto. L’erario si pavoneggia elencando le sue presunte virtù: equo, trasparente, efficiente. Lungimirante e benefico si preoccuperà di parità di genere, salute del pianeta e dei suoi abitanti, di innovazione, creatività, realizzazione di sé.

Quasi la pubblicità di un’azienda universitaria telematica. E, non troppo in vista e con molto pudore, la parolina «progressività» non può essere evitata. Del resto sta scritta nella Costituzione e, visti i precedenti, non dovrebbe spaventare nessuno. L’importante è mascherare squilibri e rapporti di forza dietro il «bene supremo della nazione». Questo quadro universalmente rassicurante fa a pugni con l’asprezza dello scontro che si prepara per la distribuzione delle risorse, cospicue ma comunque mai sufficienti, mobilitate (al momento solo nelle intenzioni) per fronteggiare la crisi economica su cui la pandemia si è innestata conducendola alle sue estreme conseguenze.

Il mercato, cui l’ideologia dominante riserva da decenni l’ultima parola, si è in larga misura ritirato in una palude da cui emergono pochi isolotti di accresciuta ricchezza. E se restaurarne il predominio rimane l’obiettivo principale dei suoi sacerdoti, le imprese puntano per l’intanto a occupare interamente lo spazio «fuori mercato» dell’intervento pubblico. Imponendosi come unico soggetto capace di trasformare queste risorse in una «ripresa» che coincida, va da sé, con lo sblocco del processo di accumulazione.

Fatto sta che in un contesto di diseguaglianza estrema il mercato (che comporta una diffusa capacità di spesa) non può essere riattivato da quegli stessi soggetti (economici e politici) che questa diseguaglianza hanno prodotto e continueranno a produrre. A maggior ragione in presenza di un crollo catastrofico i cui tempi di recupero si annunciano non brevi, il reddito si impone come una «variabile indipendente» dai tempi e dall’entità dei profitti. Una priorità assoluta, insomma, come lo è stata la salute dei cittadini nella fase più acuta della pandemia. La riforma fiscale è con tutta evidenza il principale teatro di questo conflitto.

Vi si fronteggiano principalmente due ideologie: quella dell’imprenditore privato e quella dell’imprenditore pubblico. Entrambe con la pretesa di mirare al benessere generale della comunità per il tramite del lavoro. La prima promettendo uno «sgocciolamento verso il basso» della ricchezza prodotta nel processo di accumulazione, la seconda imponendosi come timoniere politico dello sviluppo, delle sue forme, dei doveri e degli obblighi che vi sarebbero connessi. Gli uni rimpiangendo i tempi d’oro delle reaganomics, gli altri la Cassa del Mezzogiorno e la programmazione.

Quanto questi modelli vadano a cozzare con la realtà contemporanea, con le sue condizioni oggettive e aspettative soggettive non è difficile percepire. Sul fallimento del neoliberalismo come «nuova ragione del mondo» (che coincide in realtà con il suo pieno successo) è quasi superfluo ritornare, tante sono ormai le analisi e i riscontri fattuali. Ma anche le dottrine dirigiste, che pregustano una riscossa, dovrebbero fare i conti con la realtà delle classi politiche che il presente ci offre, con i loro processi di formazione, con il deperimento delle pratiche democratiche, con il fatto che il rapporto squilibrato e autoritario tra governanti e governati non è esclusivamente riconducibile all’invadenza dei poteri economici.

Arroganza, ignoranza e stupidità fanno la loro parte. Con il tramonto della contingenza storica che alla programmazione aveva offerto ampi spazi di agibilità e consenso sociale. Tra i due «imprenditori» che si accingono a spartirsi le risorse del dopo Covid, laddove il «dopo» resta per ora una pia speranza, le forze sociali travolte dalla crisi devono porsi come un terzo incomodo. Intendendo con questo che le politiche fiscali non possono essere lasciate a una partita truccata tra governo e Confindustria, tra rappresentanze politiche e imprenditori, tra una presunta sinistra e una riconoscibile destra, ma devono essere assunte come un terreno di scontro e rivendicazione diretta.

Come è accaduto in Francia con il movimento dei gilet jaunes che ha messo in crisi il decisionismo di Macron, trascinandosi dietro buona parte dei francesi a partire dalla contestazione di un’accisa. Governi, imprenditori, corporazioni, tutti reclamano sovvenzioni «a fondo perduto». Perché mai precari, esclusi, cittadini già impoveriti e travolti dalla crisi non dovrebbero reclamare a loro volta reddito «a fondo perduto»? Non certo più aleatorio come fattore di rilancio dell’economia di quanto non lo siano le belle parole del governo e le pretese a muso duro di Confindustria. E se l’Europa diffida di un paese come il nostro che a fronte di un enorme debito pubblico dispone di un’ancora più enorme ricchezza privata, forse il problema non riguarda solo gli arcigni burocrati di Bruxelles.