Il settantasette oggi
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Il settantasette oggi

di Vittorio BOARINI –

L’impegno dei media a ricordare la rivolta degli studenti, avvenuta nel 1977, che ebbe la sua acme a Bologna con l’uccisione di Francesco Lorusso, non ha contribuito, salvo rare e lodevoli eccezioni, a favorire la riflessione sul significato profondo di quegli eventi assai rilevanti per il nostro paese e non solo (si pensi all’impegno di molti intellettuali francesi per il Convegno contro la repressione tenutosi a Bologna nel settembre di quello stesso anno).

Non ho la presunzione di colmare questa lacuna, ma credo opportuno ricordare alcuni fatti, relativi agli eventi del marzo bolognese, che certamente mantengono ancora oggi un rilievo non secondario per chi volesse seriamente meditarli. Inizio da Radio Alice, una “radio libera”, come venivano definite le emittenti innovative autogestite sorte in varie parti d’Italia, che trasmetteva in diretta gli scontri fra i rivoltosi e le forze dell’ordine, chiusa il 12 marzo manu militari. La gravità dell’accaduto non sfuggì a un gruppo di intellettuali, che sei giorni dopo redassero e diffusero il seguente appello.

«La soppressione di Radio Alice, seguita a breve distanza da quella di altre emittenti libere locali come Radio Ricerca Aperta e dalla minaccia di estendere tali provvedimenti su scala nazionale, è un attentato alle libertà democratiche conquistate dalla Resistenza.

Questa misura di polizia, aggravata dai contestuali arresti di tutti i redattori e i tecnici presenti nelle sedi radiofoniche, è una aperta violazione dell’ordinamento costituzionale che garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero “con ogni mezzo di diffusione”.

È importante sottolineare che la chiusura autoritaria di una libera emittente radiofonica equivale sostanzialmente al sequestro definitivo della testata di un giornale, così come l’arresto dei redattori e dei tecnici equivale all’arresto dell’intero corpo redazionale e dei tipografi.

In questo caso il provvedimento è tanto più grave in quanto colpisce forme di comunicazione innovative che intendono sperimentare l’immediatezza dell’informazione.

Al di là di ogni giudizio di merito sui contenuti delle trasmissioni e sulle eventuali ipotesi di reato, per le quali la legge ordinaria prevede responsabilità specifiche e individuali, è inammissibile il ricorso a una procedura che si configura oggettivamente come eccezionale.

Nella consapevolezza che queste misure repressive costituiscono il primo passo verso lo snaturamento delle garanzie costituzionali e che in un momento così grave è essenziale la più ferma difesa dei principi fondamentali di libertà, si chiede la scarcerazione immediata degli arrestati e la riapertura delle testate radiofoniche soppresse».

L’adesione a questo richiamo alle libertà costituzionali minacciate, forse anche per il tono pacato in cui era stato redatto, fu enorme, per quantità di firme raccolte e per l’autorevolezza dei firmatari. Ludovico Geymonat, e Franco Basaglia, Emilio Vedova e Cesare Zavattini, Gianni Celati e Carlo Ginsburg, per fare solo alcuni dei nomi più significativi e tralasciando le adesioni “politiche” (l’intero gruppo dirigente del partito radicale, per esempio). Naturalmente figuravano in calce al manifesto, pubblicato sul primo numero de “Il cerchio di gesso”, varie personalità straniere, cito per tutti Jean-Paul Sartre.

Ma l’impegno di maggior rilievo assunto da alcuni dei promotori dell’appello fu di andare oltre l’appello stesso e consentire concretamente a Radio Alice di riprendere la propria attività. Su proposta dell’avvocato Mauro Mazzucato, Pietro Bonfiglioli, Gianni Scalia, Bernardino Farolfi, Concetto Pozzati e chi scrive, con altri che ora non ricordo, comperarono per una cifra simbolica, con atto formale stilato dal notaio Federico Stame, la Radio. Con la copertura dei nuovi proprietari i redattori superstiti poterono riprendere liberamente le trasmissioni e continuarle indisturbati. Ovviamente, le posizioni espresse da Radio Alice non riflettevano quelle dei proprietari, i quali pensarono di darsi uno strumento per comunicare le proprie riflessioni sugli eventi che avevano rovesciato “l’isola felice” in una città in stato d’assedio.

Ecco come nasce “Il cerchio di gesso”, il cui primo numero, uscito nel giugno di quel terribile anno, recava in copertina, sotto il titolo, una scritta emblematica che riporto in parte. “Attorno ai fori, secondo il rito, un cerchio di gesso bianco calcola il numero delle pallottole. Dovrebbe essere semplice da capire: il potere diventa assoluto se manca l’opposizione al potere, se l’opposizione si fa parte del potere o si compromette col potere, se il potere si produce e riproduce con il consenso dell’opposizione. . .”

Sottolineo che ancora oggi in via Mascarella sono visibili sul muro, protetti da una lastra di vetro, i fori dei proiettili, dei quali uno uccise Lorusso. Si deve anche notare che il pubblico ministero Catalanotti, allora fra i più impegnati nell’azione giudiziaria contro il movimento, ha dichiarato nei giorni scorsi che l’omicidio dello studente faceva parte della “strategia della tensione”, alludendo, probabilmente, al fatto che, a suo avviso, dietro quel morto c’erano i servizi.

Ma torniamo alla rivista, fermamente voluta, oltre che dai citati proprietari della Radio e da Stame, da Roberto Roversi, Giuseppe Caputo, Paolo Pullega, Giorgio Gattei, Maurizio Maldini, Roberto Bergamini e Giulio Forconi, per citarne solo alcuni. “Il cerchio di gesso” pubblicò sei numeri, più una “Agenda”, in occasione del Convegno internazionale contro la repressione. Il livello culturale si mantenne alto fino all’ultimo numero, novembre 1979, con interventi di personalità italiane e straniere di indiscusso prestigio, tanto che si potrebbe pensare di pubblicare un’antologia degli articoli apparsi affinché quel patrimonio non venga dimenticato. Dico patrimonio perché la rivista fu, oltre che una imprescindibile voce fuori dal coro, il tentativo di interpretare il settantasette come la prima palese contraddizione apertasi nel processo costitutivo di una democrazia autoritaria, processo che è tuttora in corso. Quelle analisi, anche quando si manifestano in forma di poesia, come suole Roversi, o prendono la veste di un fumetto, secondo la creatività di Andrea Pazienza, costituiscono una critica del presente di grande attualità.

Voglio portare l’esempio di Roversi (Cento poesie, numero terzo, maggio 1978):

A Bologna sulla piazza Maggiore

Attraccano le petroliere.

Questa è un’epoca storta.

Le petroliere lavano le cisterne

E buttano fuori la morchia