IL PROTEISMO CAPITALISTA E IL SUO BRACCIO ARMATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL PROTEISMO CAPITALISTA E IL SUO BRACCIO ARMATO da IL MANIFESTO

Roma, Piazza del Popolo, 9 ottobre 2021

Divano . La rubrica settimanale a cura di Alberto Olivetti

Alberto Olivetti  15.10.2021

In epoca di duraturi e devastanti contagi, gli atti di ciascuno, nel volgersi della giornata, subiscono costrizioni e si bloccano a fronte di insormontabili divieti, pena la vita. Interdetto l’andamento consueto delle relazioni con gli altri; ridotto o interrotto o esasperato il corso delle attività lavorative e degli impegni; sottoposti a dura prova, così, gli equilibri della tenuta personale lesa nei sentimenti e nel compenso rassicurante degli affetti. Infrangere, conculcare, ledere, violentare, coartare: queste, ed altre dal medesimo significato, le voci verbali che danno conto adeguato delle condizioni di vita di ciascuno, in stato di perdurante pandemia.

E ogni coercizione che sovrasti comporta che ciascuno provi un senso di impotenza, il ritrovarsi in una sorta di isolamento che le telecomunicazioni non spezzano. Una condizione che induce a reazioni più o meno consulte, ma tuttavia motivate (e profondamente) dallo sconforto, dall’avvilimento, dalla frustrazione, dall’insicurezza. Tutti sentimenti che generano e a gran forza alimentano la paura.

La paura. Dallo sgomento al panico. Dal panico alle fobie. E solo nella dimensione fobica molti cercano (e alcuni – molti – riescono a trovare) le risposte alle domande impegnative che ci pongono le dure prove e i crudeli rischi che la condizione del contagio epidemico tassativamente a ciascuno impone.

La fobia semplifica gli scenari orribili, feroci e mutevoli della pestilenza Essi richiedono un uso colto dell’intelligenza intesa ad ulteriori acquisizioni di conoscenza E consapevolezza e doti di prudenza, nel pubblico e nel privato, capaci di tradursi tanto in interventi tempestivi ed efficaci, quanto in comportamenti meditati ed accorti. La fobia gela l’intelligenza e costruisce asserzioni apodittiche. Ad esse si affida il compito di fugare d’incanto ogni paura: non rivelano forse in piena luce quanto agiva contro di noi di nascosto, protetto dalla cortina di buio che ad arte avevano innalzato per tenerci nell’oscurità? Confortante il balsamo della idiozia che naviga da sempre il mondo.

Essa riveste e tonifica la più o meno labile, ma ben riconoscibile e diffusa, isteria da angoscia che attraversa le vaste platee minacciate dal Corona virus. Un vento sospinto dalle certezze di ieri, oggi provvisorie evidenze di fatto da utilizzare come luoghi comuni. L’angoscia e le sue conseguenti reazioni, che erano calate stamani e stasera tornano a crescere, aiutate da notizie contraddittorie, fomentate da disposizioni e da normative malamente stabilite e che spesso, e facilmente, sono revocate in dubbio dall’istituzione medesima che le ha appena promosse.

La paura fobica attestatasi in alcuni gangli dell’Italia della pandemia vive di antiche subculture e ne produce di nuove. È un fatto che troppi esponenti politici italiani mostrano di essere espressione delle filiere subculturali che contrassegnano il nostro paese. Dico quella speciale forma di incultura nazionale che ha guadagnato campo, nelle arti e nelle scienze, con velocità crescente da un trentennio in qua e, da dieci anni almeno, è rinvigorita dal formidabile supporto che le proviene dal digitale e dai social, nel progressivo, inarrestato degrado della istruzione nelle scuole e degli studi nelle università. Una schiera numerosa quella formata da esponenti politici che rivestono i ruoli delle più elevate responsabilità amministrative e di governo, senza possedere i rudimenti d’una educazione civica elementare.

Negli ormai quasi due anni di pandemia, con maggiore efficacia si sono animati i bassifondi malsani, là dove giacciono le scorie, i residui grezzi, i detriti degli ideali politici del Novecento. Ecco che i lunghi mesi dell’epidemia e le difficoltà e i costi della sua gestione e il livello inadeguato dei politici in auge, hanno depositato in non irrilevanti comparti della società italiana fobie tali da esser compatibili (e talora propense a riconoscersi) con quei detriti, quei residui, quelle marcite scorie.

Sabato 9 ottobre di questo 2021, secondo anno di epidemia, abbiamo assistito a Roma a questo congiungimento, innescato nei termini di una esasperata velleità insurrezionale. Velleità, al momento.

Nella placenta del capitale totale

Quale sinistra . La comprensione dei mutamenti del capitalismo, delle vere e proprie rivoluzioni del capitalismo che ne evitano il collasso, dei modi in cui agiscono nell’attuale fase, è precondizione essenziale per l’iniziativa politica della sinistra. Iniziativa politica che, nella fase del capitale totale, comporta l’inoltrarsi in itinerari assai difficili, in gran parte inesplorati, i cui esiti non sono garantiti

Paolo Favilli  15.10.2021

Sulla consapevolezza che abbiamo del nostro presente circola da tempo una storiella folgorante che mi piace spesso citare. La storiella narra di due giovani pesci che nuotano sereni e spensierati. A un certo punto incontrano un pesce più anziano proveniente dalla direzione opposta. Questo fa un cenno di saluto e dice: «Salve ragazzi! Com’è l’acqua oggi?». I due giovani pesci proseguono per un po’ finché, arrestandosi di colpo, uno guarda l’altro e stupito si domanda: «Acqua? Che cosa diavolo è l’acqua?».

Ed in effetti il liquido in cui siamo immersi nella nostra vicenda quotidiana, nella nostra vicenda interna alla fase in corso, sembra aver colonizzato il nostro inconscio tanto da non rappresentare più un problema critico. «Il capitalismo è lo stato naturale della società», come ha affermato il già socialdemocratico Alain Minc.

Eppure, proprio perché la logica profonda dell’accumulazione si svolge senza ostacoli, compaiono di nuovo, su scala enormemente allargata, aspetti dell’accumulazione originaria con le connesse maniere disumane di estrazione del plusvalore in ogni angolo del mondo. Un quadro di per sé destabilizzante. Nello stesso tempo, però, «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo» (M. Fisher, 2009).

In tale contesto lo spazio d’intervento politico per la sinistra erede della critica dell’economia politica e dell’antitesi politico/sociale risulta o estremamente ridotto, o, come nel caso italiano, addirittura inesistente.

La conoscenza reale della «stato di cose presente» passa, in primis, dalla individuazione dell’oggetto di analisi principale. Oggetto e categorie dell’analisi sono aspetti determinanti della collocazione e delle scelte politiche. La comprensione dei mutamenti del capitalismo, delle vere e proprie rivoluzioni del capitalismo che ne evitano il collasso, dei modi in cui agiscono nell’attuale fase, è precondizione essenziale per l’iniziativa politica della sinistra. Iniziativa politica che, nella fase del capitale totale, comporta l’inoltrarsi in itinerari assai difficili, in gran parte inesplorati, i cui esiti non sono garantiti.

Itinerari che non sono in grado di promettere alcun successo personale ai politici della sinistra che intendano percorrerli. Quella che chiamiamo «sinistra radicale», però, non può che essere del tutto interna a tale prospettiva. «Radicale», infatti, non è assolutamente sinonimo di «estremismo», bensì della ricerca delle «radici» dello «stato di cose presente», sola condizione per la comprensione dei meccanismi politici più adatti per il suo mutamento.

È vero che attualmente la sinistra radicale è del tutto impari a tale compito ed è vero anche, come dice Norma Rangeri, che il suo corpo è corroso da «personalismi, medaglie politiche, ambizioni velleitarie». L’alternativa che sembra più facile, però, è ancor più velleitaria. Corrisponde esattamente a quella che Engels definiva come «l’abbandono delle grandi questioni per rincorrere l’effimero successo immediato». Dove poi, oggi, il successo riguarda più le persone che le cose. Il nuovo campo di gioco in cui gareggiare per il «successo» lo ha definito con chiarezza Letta: una coalizione da «Renzi a Fratoianni» ruotante intorno al perno del Pd.

Se usciamo dalla chiacchiera del «progressismo» generico che condisce l’operazione con la retorica dei buoni propositi di sinistra, ed osserviamo, con onestà intellettuale e con gli strumenti della critica, la realtà delle coalizioni di quel tipo che abbiamo già sotto gli occhi, come possiamo pensare che il «nuovo» possa nascere e crescere in tale brodo di cultura? Come possiamo pensare che un «soggetto di sinistra» costruito «con determinazione (…) dentro coalizione» (Fratoianni, «il manifesto», 24 settembre), possa modificare gli assetti di fondo della strumentazione analitica, e delle pratiche politiche che ne derivano, consolidatesi in quasi trent’anni. Al massimo si potra discettare sui gradi di capitalismo compassionevole compatibili con i processi di accumulazione in corso.

Questo giornale dedica da sempre ampi spazio di informazione e di analisi a temi di politica estera, cioè a una dimensione consustanziale per gli equilibri dei suddetti processi. In particolare alle logiche delle politiche Nato e al ruolo della partecipazione italiana, È realistico ipotizzare che la sinistra della coalizione possa avere qualche influenza in proposito? Lo stesso pernio della coalizione ne sarebbe scandalizzato.

Che cosa rispondere poi a quegli operai della Gkn che hanno appreso per dura esperienza che la loro condizione attuale non deriva solamente dall’aver a che fare con un padrone cattivo, ma dai modi in cui si manifesta oggi la razionalità del mercato? La coalizione non può che muoversi entro i limiti derivati dalla convinzione, introiettata dal suo pernio, che «il capitalismo è lo stato naturale della società».