Il partigiano Santiago e Giovannino senza paura
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
4371
post-template-default,single,single-post,postid-4371,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-1.2.1,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-5.2.1,ajax_fade,page_not_loaded,wpb-js-composer js-comp-ver-6.1,vc_responsive

Il partigiano Santiago e Giovannino senza paura

di Laura Marchetti e Aldo Patruno

Ascolta la fiaba Giovannino senza paura narrata da Laura Marchetti, nell’ambito del festival Le strade della fiaba. Filatoio digitale. Un viaggio lungo la Puglia ascoltando le fiabe della tradizione rioralizzate da grandi interpreti e appassionati della materia, cliccando qui.

Il popolo pensa: è questa forse la più grande eredità della Resistenza e della Costituzione che da lì è nata. Il popolo cioè non è una plebe incolta e serva, né è una massa informe che si muove con spirito gregario al saldo di un capo o di una camicia bruna, ma il popolo è una mente che agisce con coraggio, intelligenza, astuzia, capacità di governare il male e di sperare in un lieto fine. Per questo, per dire tutto questo, il popolo, anche, la sua parte analfabeta, anche quella senza scrittura e senza letteratura, ha narrato, di bocca in bocca, di paese in paese, costruendo una tradizione orale degna di altissimo valore e di profonda verità e cultura. Al cuore di questa tradizione le fiabe, non giocattoli per bambini, ma scrigni di sapienza che gli adulti donano ad altri adulti da secoli e per generazioni.

Di questa tradizione si innamorò il partigiano Santiago, nome di battaglia preso da Italo Calvino (in  memoria del paesino cubano in cui era nato), quando nel gennaio del 1944 si era arruolato  nella Brigata Garibaldi per liberare l’Italia dai fascisti e  dai nazisti. Dieci anni dopo, divenuto grande scrittore del realismo magico, con l’aiuto di antropologi come Cocchiara, Toschi e De Martino, aveva infatti iniziato con crescente passione una grande raccolta di fiabe di tutte le regioni italiane che poi pubblicò nel 1956, per Einaudi con il titolo Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti.

L’intento primo della raccolta era quello di mostrare come dovesse essere l’Italia nuova del dopoguerra, unita ma nel rispetto delle diversità.Mantenendo ben vive le differenze territoriali, “gli aromi locali” espressi dai dialetti e dalle specifiche narrazioni, Calvino le omogeneizzò all’interno di una lingua nazionale unica, moderna eppure ancora magica, incantata, leggera, ironica, una  lingua che ancora viveva nella poesia popolare, poesia cioè non dei dotti, partorita al chiuso di una stanza, ma poesia anonima e collettiva delle comunità, sgorgata da bisogni profondi, dal rapporto con la natura, dalla ricerca della verità nella realtà, trovata poi, alla fine, nell’intreccio dei destini, nel catalogo delle vite, ovvero nel senso della possibilità.    

Immaginando mondi possibili, il partigiano Santiago Calvino mise come prima fiaba della raccolta una fiaba famosa sia in Sicilia che in Toscana e infatti citata da Straparola e da Pitrè, ovvero la fiaba di Giovannino senza paura, racconto con cui diamo inizio, nel giorno commovente del 25 aprile,  al “Filatoio digitale” del Progetto pugliese “Le strade della Fiaba”.  La mise per prima, crediamo, per rendere omaggio segreto ad Antonio Gramsci, che il partigiano non lo potette fare, ma la resistenza sì. Durante la terribile prigionia nel carcere di Turi – uno dei Presidi del nostro Progetto –  Gramsci, oltre ai Quaderni, aveva iniziato, essendo laureato in filologia tedesca, una traduzione delle fiabe dei Grimm, e aveva rielaborato il  “Märchen von einem, der auszog das Fürchten zu lernen“, trasformandolo nella Storia di uno, Giovannin Senzapaura, che partí di casa per imparare cos’è la pelle d’oca. Il racconto, poi pubblicato nella raccolta “Favole della Libertà”, fu inviato da Gramsci ai nipoti e alla sorella, con l’accompagnamento di una delle più belle sue Lettere dal Carcere in cui ,oltre a mostrare la sua tenerezza umana, sottolineava anche quel valore di “paternità vivente” che la politica deve avere per le future generazioni. Oltre ovviamente al valore che la “vera” cultura popolare avrebbe dovuto avere nella educazione della nazione.

La fiaba di Giovannino piaceva a Gramsci perché è quella che descriveva meglio  i suoi tempi: i tempi della paura in cui ognuno rischiava di diventare vigliacco di fronte “al mondo grande e terribile” che circondava l’Italia. Eppure Giovannino, un ragazzino tanto audace e coraggioso da viaggiare per ogni dove   tutto solo, insegna a vincere la paura, non si fa venire la pelle d’oca ma rimane uomo perfino quando gli capita di affrontare la più eroica delle prove: passare la notte in un famigerato palazzo dal quale nessuno è mai uscito vivo. Lì sa reggere il terrificante spettacolo degli arti umani che piombano dal focolare e che si compongono nel corpo di un gigante terribile. Risponde anzi agli ordini e alle minacce del gigante sempre con coraggio, addirittura con umorismo, finché alla fine, nel lieto fine, il gigante gli regala il palazzo e così, i becchini, venuti a cercare il suo cadavere, la mattina dopo lo trovano tranquillamente a fumare la pipa.

Il racconto, in cui i particolari truculenti vengono alleggeriti dall’ironia, ha un finale abbastanza bizzarro, ovvero si conclude con Giovannino senza paura che vive ricco e felice nel palazzo finchè un giorno muore stecchito, spaventato dalla sua stessa ombra. Questo finale che può sembrare atipico, ci riporta però al meglio della saggezza della cultura popolare: ovvero al senso del limite. Giovannino, come ognuno di noi, deve essere coraggioso, deve avere forza d’animo e fiducia in se stesso, ma non deve eccedere, non deve fare il bullo e il gradasso, perché ognuno di noi è fragile (e il riconoscimento della fragilità della condizione umana è anche il tema etico e filosofico di questi tempi).Altrimenti, senza questo senso del limite, si finisce per aver paura anche della propria ombra e ci si mette ad aggredire, costellando la strada e il viaggio  di muri, prigioni, barriere e confini.