IL PARLAMENTO È VITTIMA DELLA SUA DEBOLEZZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL PARLAMENTO È VITTIMA DELLA SUA DEBOLEZZA da IL MANIFESTO

Il parlamento è vittima della sua debolezza

Massimo Villone  22.09.2021

La velocità con cui sono state raccolte le firme online per i referendum sulla cannabis e l’eutanasia ha sorpreso e sconcertato molti. Invero, era da tempo agli atti la richiesta di semplificare le barocche modalità che circondavano le richieste referendarie. Vedremo come andrà. Tenendo conto che le nuove tecnologie tendono a imporsi, magari lentamente, ma ineluttabilmente.

Basti pensare, ad esempio, che nella raccolta delle firme per i referendum il problema non era solo dato dalle complicazioni dei banchetti, ma anche successivamente dalla trasmissione dei certificati elettorali da parte dei comuni, talora in ritardo o del tutto inerti. Ora l’articolo 38 quater del decreto-legge 77/2021, convertito in legge 108/2021, estende la digitalizzazione ai comuni. Ma quanti potranno ottemperare?

Prima o poi si capirà che la tecnologia disponibile consentirebbe una verifica sui certificati elettorali fatta in tempo reale, all’atto stesso della richiesta di firmare per i referendum, dalla stessa piattaforma che si dovrà (dovrebbe) attivare. Questo cancellerebbe complesse – e ormai inutili – fasi organizzative. Del resto, qualcuno vuole scommettere che di qui a qualche decennio useremo ancora in via esclusiva la tessera elettorale da timbrare in presenza al seggio? O voteremo anche online, per elezioni politiche e locali oltre che per i referendum?

Le regole del gioco cambiano. Non c’è dubbio che la Costituzione abbia una preferenza per la democrazia rappresentativa. Non a caso il costituente ha scritto nell’articolo 75 la richiesta di 500mila firme. Nell’Italia del tempo, senza la televisione e i social, quella cifra significava consegnare le chiavi dell’accesso referendario a uno o più dei grandi partiti di massa, o un forte sindacato: i soli soggetti in grado di raccogliere tante firme. E il costituente certo non anticipava il grave indebolimento di quei soggetti, e il contemporaneo sorgere di nuovi canali di formazione del consenso.

Ha ragione Pallante quando su queste pagine scrive che il problema è il parlamento. Quello che accade non è un attacco all’istituzione, ma un esito della sua debolezza. Ma come si rafforza un parlamento? Come si può recuperare una capacità rappresentativa dopo lo sciagurato taglio? Fa senso vedere chi non ha contrastato allora il populismo di palazzo preoccuparsi ora del populismo che può nascere fuori del palazzo. E il parziale correttivo di una legge elettorale proporzionale volta a popolare le assemblee di autorevoli rappresentanti scelti dai rappresentati? La prospettiva si allontana ogni giorno di più. E si può rafforzare un parlamento senza consolidare i soggetti politici che in esso operano? Come, e con quali esiti? A meno di sorprese, gradite quanto improbabili, il futuro sembra riservarci per un tempo non breve un parlamento debole e poco rappresentativo.

E allora non demonizziamo un più agevole correttivo referendario. Oggi preoccupa alcuni che sia nelle mani di minoranze combattive, su temi divisivi o di nicchia. Si teme una destabilizzazione e un populismo dilaganti. E se domani invece servisse alle opposizioni, in un parlamento nel quale una legge in vario modo maggioritaria e i numeri ridotti consentono alla maggioranza di mettere la mordacchia a ogni dissenso? Una maggioranza magari di destra reazionaria e non di illuminato conservatorismo? Una maggioranza che sacrifica al dio mercato diritti e libertà? Il popolo sovrano potrebbe essere il vero argine.

La pressione potrebbe in parte scaricarsi anche sulla corte costituzionale. Qui può tornare utile il suggerimento, avanzato su queste pagine da Fabozzi, di anticipare il giudizio di ammissibilità. Senza farsi però troppe illusioni. La proposta non è nuova, e voleva fin qui evitare un carico inutile per gli organizzatori e per la cassazione. Servirebbe domani a difendere la stessa corte costituzionale da assalti di populismo da social. E la corte sarebbe probabilmente chiamata a ripensare le maglie con cui ha ingabbiato il referendum ex articolo 75.

Ci aspettano anni difficili, e di cambiamento. Si imporranno nuovi modi di fare politica. È possibile che cerchino l’agone referendario temi che sarebbe meglio lasciare a un più meditato dibattito. È accaduto, accade (ad esempio, per quelli sulla giustizia), accadrà. Nel caso, bisognerà battersi perché falliscano l’obiettivo. Ricordando che togliere preventivamente la parola al popolo sovrano affatica la democrazia molto più che darla.

Mala informazione, sotto-cultura, estraneità a sinistra

Green pass e non solo. Se molta attenzione nelle ultime settimane è stata dedicata all’eterogeneo fenomeno «no-vax», non abbastanza si è riflettuto sulle ragioni della diffidenza nei confronti del vaccino, sulle sue matrici socio-culturali e sulla diffusione della mala informazione

Pier Giorgio Ardeni  22.09.2021

Se molta attenzione nelle ultime settimane è stata dedicata all’eterogeneo fenomeno «no-vax», non abbastanza si è riflettuto sulle ragioni della diffidenza nei confronti del vaccino, sulle sue matrici socio-culturali e sulla diffusione della mala informazione. Tra quei dieci milioni di italiani che devono ancora essere inoculati vi sono i contrari convinti, i diffidenti della medicina «ufficiale», gli incerti e quelli che prima o poi lo faranno. Per convincere questa vasta platea, il nostro governo ha scelto la via dell’obbligo di certificazione. È questa la via più efficace?

Molti dei non vaccinati nutrono legittimi dubbi sul vaccino mentre altri hanno informazioni parziali, distorte, finanche erronee. Alcuni, invece, hanno difficoltà legate al loro generale stato di salute o alla loro personale esperienza della medicina. E queste sono le persone più esposte perché, pur rispettando le norme di sicurezza e temendo fortemente il virus, non hanno la sufficiente convinzione necessaria ad inocularsi.

Ci sono dunque problemi di disinformazione e di fiducia (nella medicina e nell’autorità) che vengono, tuttavia, trattati da politici e gran parte dei media alla stregua di «eccentricità», con un «battage» che ridicolizza i renitenti, contando sulla superiorità delle fonti autorevoli su quelle «farlocche». E anche se sostenute da voci rilevanti, le posizioni di chi si oppone alla via autoritaria finiscono in un calderone mediatico confuso, in cui ai critici si aggiungono populisti libertari e teorici del «grande reset», auspicando il richiamo alla voce del popolo (ma le vie referendarie sono spesso scivolose).

Poco sappiamo, invece, di cosa si agita nei sotterranei della disinformazione e delle «fonti alternative», di chi vi si rivolge e perché. I nostri inutili istituti di ricerca sociale non ci sanno dire nulla. Negli Stati Uniti, sono le fasce sociali con bassi livelli di scolarità, marginali, che vivono in un «mondo» dell’informazione totalmente separato, nel quale circolano notizie, opinioni e «fatti» che generano convinzioni che, a coloro che non vi appartengono, appaiono finanche grottesche (come i «no mask», ad esempio).

Il problema, se vogliamo, è cosa fare di chi la pensa in modo diverso al punto di «negare la realtà», talvolta. Dei «terrapiattisti» ci facciamo sberleffi, ed è facile. Ma quando, si dice, la negazione della cosiddetta «evidenza» mette a repentaglio la sicurezza collettiva non basta. L’evidenza scientifica seria, peraltro, è sempre tutt’altro che uniforme e il tema del consenso scientifico è complesso. Tuttavia, ciò che si dimentica è che la facilità di venire catturati dal «deep web» della mala informazione, è inversamente proporzionale alla scolarizzazione, all’acculturamento e alla positiva funzione del capitale sociale e dello spirito di comunità. Dove questi sono deboli o venuti meno, gli individui sono lasciati soli ad affrontare le loro paure e incertezze.

Per l’Italia degli anni Cinquanta, analfabeta, ancora profondamente rurale e tradizionale nella cultura diffusa, introdurre il vaccino antipolio o quello delle malattie pediatriche fu relativamente facile, non tanto perché vi fosse consapevolezza, quanto perché la fiducia nello Stato e nell’autorità, nella scienza e nella cultura «alta» era quasi totale, indiscussa.

Oggi, in Italia (dati Istat), più della metà della popolazione ha un livello d’istruzione minimo (la terza media, al più). Secondo un’indagine Ocse, poi, quasi un terzo è analfabeta «di ritorno» (adulti che non leggono o scrivono mai), prono a recepire in toto quanto circola nei circuiti che frequenta (e quella condizione va di pari passo con una status socio-economico «basso»). Se a ciò aggiungiamo che solo il 38% degli italiani ha fiducia nel governo (dati Eurobarometro), capiamo quanto vasta possa essere l’area delle persone «lontane» dallo Stato e dalla politica, che non si lasceranno convincere facilmente perché escluse, incolte, prive di strumenti critici e già, forse, parte di «altri mondi» (a questi andrebbe aggiunta quella piccola minoranza dei critici della «medicina ufficiale», che meriterebbe un discorso a parte). Un tempo, si diceva, la bassa scolarità favoriva la superstizione. Oggi, la sotto-cultura delle masse, nutrita dall’ignoranza e dai media, contribuisce ad alimentare il vasto mondo delle fake news.

Possono questi essere convinti con l’obbligo? Vi è una cesura «culturale» che il governo vuole paternalisticamente trascurare, ma loro non si fidano, da tempo ormai. È l’Italia sotterranea, marginale, che si nutre di fedi improbabili, miti grotteschi, del rifiuto sedimentale e marcio del consumismo. Che è anche la parte più fragile della nostra società perché esclusa, sotto-proletaria e delle periferie. Stupisce che a spingere in questa direzione siano i partiti di sinistra al governo, che dovrebbero essere i più attenti alle fasce deboli. Ma essi, forse, hanno già deciso da tempo di «lasciarle al loro destino», visto che i loro elettori, sempre più, sono il più vasto ceto medio scolarizzato degli «inclusi». Gli esclusi, la nostra sinistra, li ha persi di vista da tempo.