IL NUOVO, PERICOLOSO, “ARCO DELLA CRISI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL NUOVO, PERICOLOSO, “ARCO DELLA CRISI” da IL MANIFESTO

Il nuovo, pericoloso, «arco della crisi»

Kazakistan. Le crisi in Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan e tra Armenia e Azerbaijan sono viste dagli Usa come occasioni per destabilizzare la Russia odierna fastidiosamente alleata della Cina

Alberto Negri  11.01.2022

È singolare che gli Usa, ieri a colloquio a Ginevra con Mosca sulla questione Ucraina, minaccino sanzioni a Mosca ma non al Kazakhstan dove i russi e i loro alleati sono intervenuti a fianco del presidente Tokayev che ha messo in galera 8mila oppositori e fatto dozzine di morti nella repressione della rivolta.
Una rivolta che appare sempre di più una resa dei conti con il vecchio regime del presidente dittatore Nazarbayev. Basti pensare che nella notte di martedì scorso ad Almaty la polizia è scomparsa dalle strade lasciando via libera a saccheggi e incendi: un messaggio inequivocabile che erano in due a dare gli ordini e uno doveva soccombere.

Biden in realtà è stato al fianco di Tokayev: “gli Usa sono orgogliosi di poterla chiamare amico”, ha scritto a settembre in un messaggio al presidente del Khazakstan, al di là delle dichiarazioni attuali che Washington “monitorerà i diritti umani” nel Paese. Come no: lì ci sono investimenti miliardari di Exxon e Chevron (c’è anche Eni). Questo interessa monitorare.

All’Occidente dei diritti umani in Kazakhstan non è mai importato nulla, se non fare affari con Nazarbayev. O ci siamo dimenticati che l’Italia nel 2013 deportò Alma Shalabayeva, moglie del’ex oligarca Ablyazov: un sequestro di persona per cui a Perugia adesso sono imputati cinque funzionari di polizia.

L’intervento russo difende anche questi interessi occidentali. Le multinazionali dell’energia e minerarie in questi anni hanno investito in Khazakistan 160 miliardi di dollari ma non significa che questo sia un Paese ricco, anzi gas e petrolio hanno accentuato le differenze di classe e di censo durante gli anni della dittatura di Nazarbayev. In troppi Paesi petroliferi come Iraq, Libia, Iran e Algeria, l’oro nero non ha portato quella ricchezza che tutti si aspettavano.

In realtà gli Usa si augurano di proteggere gli interessi energetici e minerari in Kazakhstan e allo stesso tempo sperano che i russi si impantanino in Kazakhstan. Insomma la botte piena e la moglie ubriaca: i problemi della Russia ai suoi confini devono mettere sotto pressione Mosca e far dimenticare il vergognoso ritiro americano dell’Afghanistan. Da tenere presente anche le frange locali jihadiste che possono essere strumentalizzate come avvenne in Uzbekistan nella valle di Ferghana oppure in Tagikistan durante la guerra civile tra clan, dove ci fu l’intervento dell’Armata Rossa. Quindi il terreno in Kazakhstan è favorevole sia alla destabilizzazione locale ma anche del regime di Putin. Non è una novità ma vale la pena tornare un attimo sul passato per capire cosa potrebbe accadere in futuro.

Nel 1978 Brzezinski, il consigliere di Carter, accolse un rapporto in gran parte elaborato dal celebre studioso Bernard Lewis – reso noto alla Trilaterale e al gruppo Bilderberg nel 1979 – in cui si sosteneva che l’Occidente dovesse incoraggiare i movimenti islamisti e i gruppi indipendentisti per promuovere la balcanizzazione del Medio Oriente e delle repubbliche musulmane dell’allora Unione Sovietica. Il disordine doveva sfociare in un arco della crisi, espressione che ebbe una grande fortuna.

L’invasione sovietica dell’Afghanistan diede un enorme impulso alla teoria di Lewis che vent’anni dopo fu anche l’intellettuale più influente nella decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Ma allora mancava un attore che oggi non si può ignorare: la Cina.

E ora la balcanizzazione torna di moda. Le crisi in Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan e tra Armenia e Azerbaijan sono viste dagli Usa come occasioni per destabilizzare la Russia odierna fastidiosamente alleata della Cina. Questo è il nuovo arco della crisi dove gli Stati Uniti, ritirandosi dall’Afghanistan in fretta e furia, si sono liberati dell’ipocrita fardello di dovere “democratizzare” un Paese già in buona parte in mano ai talebani. Missione fallita è vero, ma adesso il campo è più libero per manovrare nel cuore dell’Asia centrale, ovvero sull’asse che unisce l’Eurasia. Torkayev, che sta facendo fuori i vertici della sicurezza fedeli a Nazarbayev, è tra l’altro una figura di raccordo interessante perché viene dall’élite sovietica, conosce molto bene la Cina (parla mandarino) ma all’Onu ha trattato anche per il bando dei test balistici ed è stato pure vicepresidente dell’Osce. Insomma sa muoversi tra i punti cardinali del potere. Ecco un altro motivo per cui piace agli americani: può servire al tavolo a pranzo e a cena.

Perché il vero problema strategico del Kazakhstan e dell’Asia centrale, dal punto di vista americano, non è soltanto la Russia ma la Cina. Una componente fondamentale della strategia della Cina di Xi Jinping consiste nel superamento della dipendenza del commercio estero di Pechino dalle rotte marittime che possono essere bloccate dagli Usa e dai suoi alleati. Per questo gli accordi Cina-Russia sulla Belt and Road Initiative (Bri) sono importanti: oggi il 90% del commercio terrestre cinese con l’Europa avviene attraverso il territorio russo e centro-asiatico.

Fino alla rivolta del Kazakhstan, Mosca sembrava relativamente tranquilla riguardo alla stabilità e alle ingerenze esterne in Asia centrale ma adesso sente ancora di più tutto il peso di essere il principale garante della sicurezza degli stati della regione. Putin qui è sotto osservazione non solo degli Usa ma anche della Cina che vuole “strade sicure” per il suo commercio.

Ecco perché i colloqui di Ginevra fanno parte di un dossier più ampio, quello del “nuovo arco della crisi”, che oltre alla Russia coinvolge anche Pechino come convitato di pietra. Putin è quello che si gioca la posta più alta: a Ovest le tensioni sull’Ucraina possono spingere Svezia e Finlandia nella Nato e a Oriente deve dimostrare alla Cina di essere il vero “guardiano” dell’Asia centrale.

Green pass nucleare: esce a maggio la Bomba per l’Italia

L’arte della guerra. La rubrica sulle armi a cura di Manlio Dinucci

Manlio Dinucci  11.01.2022

Fra quattro mesi, in maggio, inizia negli Usa la produzione su larga scala della nuova bomba nucleare B61-12: lo annuncia la U.S. Department of Energy’s National Nuclear Security Administration (L’Amministrazione per la sicurezza nucleare nazionale, NNSA, facente parte del Dipartimento Usa dell’Energia). Man mano che usciranno di fabbrica, le nuove bombe nucleari saranno consegnate alla US Air Force, che le installerà nelle basi in Italia e altri paesi europei al posto delle B61.

La B61-12 è una nuova arma nucleare polivalente che sostituisce tre delle varianti dell’attuale B61 (3, 4 e 7). Ha una testata nucleare con quattro opzioni di potenza, selezionabili a seconda dell’obiettivo da distruggere. Non viene sganciata in verticale come la B61, ma a distanza dall’obiettivo su cui si dirige guidata da un sistema satellitare. Può penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando così da «decapitare» il paese nemico in un first strike nucleare. Per tale attacco la US Air Force dispone anche della quarta variante della B61, la B61-11 penetrante, ammodernata nel 2001. La B61-12, conferma la NNSA, può essere lanciata sia dal bombardiere stealth B-2A e dal futuro B-21, sia da caccia a duplice capacità convenzionale e nucleare.

Tra questi vi sono gli F-16C/D statunitensi schierati ad Aviano e i Tornado italiani PA-200 schierati a Ghedi. Ancora più idonei all’attacco nucleare con le B61-12 sono gli F-35A, già operativi anche nell’Aeronautica italiana. La NNSA comunica che «tutta la produzione necessaria di B61-12» sarà completata nell’anno fiscale 2026. Il programma prevede la costruzione di 500 bombe, con un costo di circa 10 miliardi di dollari (per cui ciascuna viene a costare il doppio di quanto costerebbe se fosse costruita interamente in oro). Il loro numero effettivo resta però segreto, come resta in gran parte segreta la loro dislocazione geografica.

Essa costituisce il fattore determinante della capacità offensiva delle bombe nucleari B61-12. Se fossero dislocate tutte in territorio statunitense, pronte ad essere trasportate con i bombardieri strategici, ciò non costituirebbe una sostanziale modifica degli attuali assetti strategici. Le B61-12 saranno invece dislocate in altri paesi a ridosso soprattutto della Russia, pronte ad essere trasportate e lanciate con gli F-35 e altri caccia.

Le basi di Aviano e Ghedi sono state ristrutturate per accogliere i caccia F-35A armati delle nuove bombe nucleari. A Ghedi possono essere schierati 30 caccia italiani F-35A, pronti all’attacco sotto comando Usa con 60 bombe nucleari B61-12. Non è escluso che esse vengano dislocate anche in altre basi sul territorio italiano. Non è escluso che, oltre ad essere dislocate in Germania, Belgio e Olanda, siano schierate anche in Polonia, le cui forze aeree partecipano da anni alle esercitazioni Nato di guerra nucleare, e in altri paesi dell’Est. I caccia Nato dislocati nelle repubbliche baltiche, a ridosso della Russia, possono essere anch’essi armati delle B61-12. Non escluso che le nuove bombe nucleari possano essere schierate anche in Asia e Medioriente contro Cina e Iran.

Nonostante siano classificate come «armi nucleari non-strategiche», le B61-12, avvicinate agli obiettivi, hanno capacità offensive analoghe a quelle delle armi strategiche (come le testate nucleari dei missili balistici intercontinentali). Sono quindi armi destabilizzanti, che provocheranno una reazione a catena accelerando la corsa agli armamenti nucleari.

Le 5 potenze nucleari membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – affermano, in una dichiarazione congiunta (3 gennaio), che «una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta» e che «rimaniamo impegnati a portare avanti negoziati in buona fede su misure efficaci relative alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari e al disarmo nucleare». Si impegnino allora gli Usa a non schierare in altri paesi, ancora meglio a non produrre, le nuove bombe nucleari B61-12.

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