IL MURO MENTALE DENTRO DI NOI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL MURO MENTALE DENTRO DI NOI da IL MANIFESTO

Il valore della Liberazione come condanna della guerra

ANPI. Per questo il modo peggiore di celebrare il 25 aprile, tradendone lo spirito, è l’ accanimento, nell’aggressione alla principale associazione partigiana italiana, l’Anpi. Simone Weil, combattente della guerra civile, approvò il non-intervento francese: «Perché invece di ristabilire l’ordine in Spagna, avrebbe messo a ferro e fuoco tutta l’Europa»

Marco Revelli  23/04/2022

Nella guerra delle bandiere che si annuncia per le manifestazioni del 25 aprile, vorrei che una, su tutte, colorasse quei cortei, ed è la bandiera multicolore della Pace. Perché quello era il vero valore, e il vero obiettivo, di chi combatté la «guerra di liberazione»: la fine della guerra. La fine di tutte le guerre. La condanna della guerra, come male non riparabile. E la ricerca della pace, come principio di civiltà contrapposto alla barbarie di ogni ideologia della morte.

Di cui il fascismo era (e portava sulle proprie divise) l’emblema. Per questo credo che non ci sia modo peggiore di celebrare il 25 aprile (di tradirne nell’essenza lo spirito) che sull’onda di questo accanimento, reiterato e prolungato oltre ogni limite, nell’aggressione alla principale associazione partigiana italiana, l’Anpi. Una polemica spesso volgare (penso a quell’irridente trasformazione della sua sigla in “Associazione nazionale putiniani d’Italia”), altre volte maligna, condotta contrapponendo anziani resistenti ad altri, e falsificante delle posizioni, quasi che fosse stata espressa un’equidistanza tra aggressori ed aggrediti che non emerge da nessuna presa di posizione ufficiale, anzi.

IL 24 FEBBRAIO la Segreteria nazionale dell’Anpi aveva diffuso un comunicato di ferma condanna dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa: «È un atto di guerra che nega il principio dell’autodeterminazione dei popoli, fa precipitare l’Europa sull’orlo di un conflitto globale, impone una logica imperiale che contrasta col nuovo mondo multipolare, porta lutti e devastazioni», vi si diceva, in termini che non possono in nessun modo prestarsi a equivoci.

Nello stesso comunicato si aggiungeva l’auspicio che «non si avvii una ulteriore escalation militare come reazione all’invasione, che si lavori per l’immediato cessate il fuoco riaprendo un canale diplomatico, che l’Italia rimanga fuori da ogni operazione bellica nel pieno rispetto dell’art. 11 della Costituzione», ed è stata questa «sfumatura», unita al rifiuto di aderire alla pressante campagna per l’ «invio di armi» all’Ucraina, a scatenare gli odiatori.

ORA, SULL’INVIO DI ARMI «al popolo ucraino» si possono avere legittimamente posizioni diverse, e infatti il «popolo della sinistra» italiano si è diviso. Fanno parte dei «dilemmi mortali» che lacerano ognuno di noi di fronte a questa maledetta guerra, spaccati tra paura e impotenza, indignazione e frustrazione, solidarietà e responsabilità. Quello che non si può legittimamente fare, è negare le ragioni di chi a quella opzione «militare» rimane contrario. O quantomeno perplesso. E liquidarlo come «amico del nemico».

Quelle ragioni sono solide, non certo accusabili di pregiudizio ideologico o di ambiguità, e vale la pena considerarle nella loro articolazione. In primo luogo quello che costituisce un principio primo di ogni pensiero pacifista orientato alla nonviolenza: l’affermazione che «le armi non costituiscono mai la soluzione, fanno parte del problema». Concetto che, se applicato allo scenario ucraino, si declina nella considerazione di buon senso secondo cui più armi entrano in campo, più vittime (soprattutto civili) si conteranno. È comprensibile che per chi, aggredito, si trovi a doversi difendere, l’arma appaia il primo strumento a cui pensare. Ma noi sappiamo, o dovremmo quantomeno rifletterci, che se è vero che ogni giorno in più che dura la guerra si misura la forza della «resistenza ucraina» è anche vero che ogni giorno che passa vuol dire vittime innocenti, distruzione e morte di massa. Non è una «passione triste» questo stile di pensiero: è un modo (forse poco eroico, ma certamente umano) per tentare di cogliere le ragioni della vita contro quelle della morte.

VOGLIAMO AGGIUNGERE, a questa, la considerazione – a mio avviso decisiva – secondo cui ogni giorno in più di guerra aumenta il rischio non solo che essa s’incrudelisca (come abbiamo visto in questi due mesi) ma che salga di grado, e di scala. Che si estenda e contagi il contesto, in uno scenario in cui l’esplodere di un conflitto mondiale (che sullo sfondo significherebbe un conflitto atomico) diventa un rischio reale, di cui non si può non tener conto.

Vale, al proposito, un precedente – mi rendo conto opinabile – cioè la guerra civile spagnola e la posizione che allora assunsero le «potenze democratiche», in primo luogo la Francia del socialista Leon Blum, che rifiutarono di fornire armi alla repubblica spagnola aggredita, (contrariamente alle fasciste Italia e Germania che armarono il golpista Franco) con la preoccupazione di non innescare un conflitto mondiale. Allora, una figura straordinaria come Simone Weil, che pure in Spagna era andata a combattere – in Aragona, con Durruti -approverà la politica di «non-intervento» francese, con questa motivazione: «Perché? Perché l’intervento, invece di ristabilire l’ordine in Spagna, avrebbe messo a ferro e fuoco tutta l’Europa».

QUATTRO ANNI PIÙ tardi, quando l’Europa verrà messa a ferro e fuoco dai fascismi, Simone si arruolerà nella Resistenza, ma quell’argomento, del 1936, rimarrà pur sempre valido, come espressione di un pensiero che si misura non solo sull’«etica dei principi» ma anche su quella «della responsabilità». Non solo sui valori morali, ma anche sulle conseguenze pratiche delle proprie azioni.

Scontando, drammaticamente, anche il prezzo da pagare: «Se noi abbiamo accettato di sacrificare i minatori delle Asturie – è la successiva sua riflessione -, i contadini affamati di Aragona e di Castiglia, gli operai libertari di Barcellona piuttosto di scatenare una guerra mondiale, nient’altro al mondo deve portarci a scatenare la guerra. Niente, né l’Alsazia-Lorena, né le colonie, né i trattati». Vorrei che su queste righe – su questo pensiero tragico e umanissimo, agli antipodi di ogni nazionalismo – ci si soffermasse, nella preparazione spirituale alla “Festa della liberazione”, per non tradirne l’anima.

Il muro mentale dentro di noi

VERITÀ NASCOSTE. L’arte dell’istruzione è soprattutto insegnamento del giudizio critico. I robot non sono in grado di affrontare i problemi della qualità della vita che minacciano la sopravvivenza della nostra specie

Sarantis Thanopoulos  23/04/2022

Nel suo film “La promessa” (1995), uno dei più interessanti sul tema del Muro di Berlino, Margarethe Von Trotta racconta, con la sobrietà e l’eleganza che la distinguono, la storia d’amore di una donna e di un uomo separati dalla divisione della loro città in due. Due esistenze sospese in un sentimento erotico che non ha uno spazio per vivere, ma non per questo si spegne. I muri sospendono la nostra vita, interrompono brutalmente le nostre relazioni, affidano i nostri sentimenti e pensieri alla nostalgia. Nostalgia di un futuro che non ci sarà, rinchiuso nel passato che, presentendolo, lo prometteva.

I muri fisici riflettono i muri mentali invisibili che si insinuano tra di noi, asservendoci, senza che ce ne rendiamo conto. Creano modi paralleli di esistenza, scompartimenti stagni. Sono funzionali alla costruzione del Leviatano della nostra epoca: la macchina come modello del funzionamento umano. I muri mentali non riusciamo a percepirli come separazione dagli altri, salvo che nei momenti di imbarazzo (testimonianti che restiamo vivi). Li ospitiamo dentro di noi, ci isolano dalla realtà e dalle nostre emozioni.

Se li cercassimo davvero potremmo trovarli nelle loro manifestazioni folli di cui clamorosamente non teniamo conto. Una di queste riguarda il modello che a partire da circa cinquant’anni si è impadronito gradualmente della nostra concezione dell’istruzione superiore. Questo modello ha i suoi capisaldi negli esami a quiz, nelle “mediane” e nei crediti formativi.

I quiz sono il metodo selettivo delle nostre università che privilegia la capacità di memorizzazione. In medicina questo metodo ha raggiunto l’apoteosi: si sottopongono a dei diplomati di liceo domande a risposta multipla di una tale difficoltà e complessità che per rispondere non basterebbe essere laureati (nella facoltà a cui si candidano a entrare); si dovrebbe essere plurispecializzati. L’esame sarebbe del tutto illogico, se non avesse una logica perversa. Le domande, tra cui si sceglie, sono migliaia ma si conoscono in partenza. Gli studenti imparano le risposte a memoria, con infinite esercitazioni.

Le “mediane” sono i parametri quantitativi con cui si selezionano i docenti universitari. Se uno pubblica su una rivista di classe A un lavoro scientifico mediocre, ha in partenza la meglio su uno che ha pubblicato un lavoro di valore su una rivista di classe B. Non è la qualità dei lavori a fare la fortuna di una rivista, ma il potere di una rivista a fare la fortuna dei lavori. Questa è la legge dell’editoria, ma nessuno si chiede che c’entra ciò con la libertà e il rigore della scienza.

Tutti sanno che i crediti formativi sono un’istituzione burocratica, finalizzata alla sua autoriproduzione. Ma pochi sanno che un’ora di formazione “in presenza” vale un credito; in digitale uno e mezzo. Una “filosofia” che fonda la conoscenza sul distacco dalla realtà. Così non essendo in contatto con il mondo reale, lo ignora.

Degli impostori non si mette in dubbio la serietà. Sono considerati come portatori di un elevato sapere tecnico (a volte lo sono davvero). I tecnici sono bravissimi a risolvere i nostri problemi pratici e spesso capaci di salvarci la vita. Tuttavia non uno di noi affiderebbe la concezione e la progettazione della propria casa, nonché il proprio modo di viverla, al tecnico informatico o all’ingegnere idraulico che collabora alla sua costruzione. L’arte dell’istruzione è soprattutto insegnamento del giudizio critico. I robot non sono in grado di affrontare i problemi della qualità della vita che minacciano la sopravvivenza della nostra specie. Nel mondo confuso di oggi non sono per niente chiare le grandi “questioni geopolitiche”. Gli attori che le inscenano nel campo di battaglia non vedono al di là del loro naso. L’unica scelta che abbiamo, è resistere al pensiero “resiliente”, al pensiero senza sensi: che ha perso l’olfatto, il gusto e il tatto del vivere, che è cieco e sordo.

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