Il degrado del costume politico è una delle tre lezioni della crisi da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Il degrado del costume politico è una delle tre lezioni della crisi da IL MANIFESTO

Il degrado del costume politico è una delle tre lezioni della crisi

Governi e pandemia. Il governo è strumento pro-tempore, condotto da una parte o da coalizioni. Nessuna democrazia può funzionare senza rispetto. E la critica della critica ha pure i suoi diritti

Alfio Mastropaolo15.05.2020

Niente vale a impartire lezioni come una crisi, specie quando, come quella in atto, è crisi vera, non turbolenza drammatizzata dalla politica. Sono lezioni severissime stavolta, da cui sarebbe saggio imparare. Stenderne l’inventario porterebbe lontano. Contentiamoci di ragionare su quella che non è improprio definire l’emergenza democratica. I regimi democratici sono deboli da tempo, ma il Covid minaccia di metterli alle corde. Cosa insegna la crisi? Tra tante cose tre paiono più urgenti.

A guardare la questione dall’Italia, che non è caso unico e neanche il più grave, la prima lezione riguarda il regime rappresentativo come tale. Nelle scorse settimane il parlamento ha trovato inopinati difensori. Ma da decenni è l’agnello sacrificale da immolare sugli altari della “governabilità”.

Il rito è iniziato con l’ultradecennale campagna di delegittimazione condotta da un ampio schieramento di forze politiche, intellettuali e mass media ed è proseguito imprimendo al regime democratico un’abborracciata curvatura leaderista. È in questa logica – spoliticizzare l’azione di governo – che vanno intesi gli ormai famosi Dpcm, che hanno suscitato tanto scandalo. Provocati dai media, i costituzionalisti si sono divisi. Chi ha sollevato sospetti d’incostituzionalità, magari tra gli antichi sostenitori della governabilità a ogni costo.

Chi ha rassicurato (anche chi scrive). Chi infine si è detto preoccupato della possibilità che si sia costituito un precedente rischioso: è vero i Dpcm sono provvedimenti amministrativi ed è legittimo nutrire dubbi sull’usarli per restringere così massicciamente la libertà personale. Niente processi alle intenzioni, ma la lezione da trarre è che per l’avvenire serve attrezzarsi per le emergenze con strumenti più rispettosi del ruolo del parlamento.

I cui recenti paladini vanno messi alla prova: vogliono trattare il parlamento per come l’avevano pensato i costituenti, o l’affezione testé dimostrata è solo pelosa? Nel primo caso, occorre scrollarsi di dosso quarant’anni di antiparlamentarismo, palese e occulto. E ricordare che un paese di 60 milioni di abitanti non è un’azienda.

Chi governa svolge un’attività ben più complicata del Ceo di una multinazionale e qualche lungaggine ci sta. Dopo decenni in cui le lungaggini sono state accorciate di brutto, senza migliorare la condizione del paese, sarebbe meglio accettarle.

La seconda lezione riguarda il governo della crisi. Avrebbe richiesto una dimensione planetaria o almeno europea. Ci siamo contentati della dimensione nazionale. Rivelatasi assai carente. Per più motivi. In Italia il primo è lo stato in cui sono state ridotte le pubbliche amministrazioni e il comparto sanitario.

Rimediarvi, sempre che si voglia, non sarà facile. Il secondo motivo è l’operato di alcune regioni, che, guidate da forze politiche diverse da quelle al governo, nel contrasto al virus hanno voluto dar seguito alle ostilità condotte dai loro referenti nazionali. Enormi i danni e pure gli sperperi.

Sarebbe però uno sbaglio tornare e basta al centralismo. Anziché rinunciare ai contributi che possono giungere da autorità di governo più prossime al territorio, sarebbe però preferibile archiviare la distopia del regionalismo differenziato e tornare al modello “cooperativo” originario. Ovviamente cambiando il costume politico.

La terza lezione riguarda specificamente il costume politico. L’attuale contingenza ne ha messo in vista ulteriormente il degrado. I responsabili vanno cercati anzitutto tra i politici e i media, ma non solo. Mancava e ci si è messa Confindustria. La democrazia rappresentativa è una raffinata tecnologia di conduzione pacifica dell’azione di governo e di soluzione dei conflitti. È un regime pro tempore condotto da una parte, o da una coalizione di parti, a esclusione di altre.

Ma nessun regime democratico può funzionare se per troppo tempo le parti rifiutano di disciplinare i toni e di rispettarsi reciprocamente. Capitano cicli in cui il conflitto si acuisce. Ma un’esasperazione troppo prolungata può avere conseguenze distruttive. Esaurita la lotta di classe tradizionale, il punto è che non solo nuovi conflitti incombono sui regimi democratici, ma che questi ultimi sono corrosi da un inquietante processo di disincivilimento.

Non solo in Italia: nella contesa politica e nel dibattito pubblico l’inflazione delle violenze verbali è diventata intollerabile. Eppure, la minaccia del virus dovrebbe indurre a moderare i toni, a evitare invettive e aut aut. Per ricercare motivi di collaborazione, benché provvisoria. Le critiche sono il sale della democrazia, ma vi sono critiche e critiche: civili e incivili, argomentate e preconcette, costruttive e devastanti.

Ha pure i suoi diritti la critica della critica. Sia permesso ricordarlo a chi ha poco affettuosamente commentato un appello sottoscritto da 20 mila cittadini inteso a denunciare il linguaggio scomposto adoperato (e le non limpide manovre orchestrate) da alcuni ambienti politici e mediatici contro il governo Conte.

Questo governo è pieno di difetti e ha fatto molti errori. Malgrado la sua problematica composizione, ha però fronteggiato la crisi. Di sicuro il rimedio non consiste nel seminare veleni che potrebbero trovare terreno fertile nel malcontento suscitato dalle disuguaglianze, sociali e politiche, aggravate dal virus. Sono veleni che le società democratiche faticano ad assorbire. Quando avrebbero disperato bisogno di progetti di futuro in cui riconoscersi e sperare. Già, perché a ignorare queste e le tante altre lezioni impartite dal virus, il futuro sarà tristissimo.

E IO CI METTO LA ZEPPA!

Calabria: in fondo classifica, la presidente Santelli persevera

Dati disastrosi. Senza mascherine e dpi sanitari, pochissimi i tamponi processati, scarsi i posti in terapia intensiva, solo 14 Usca attive sulle 35 necessarie. Ma la governatrice pensa ai bar e alle seconde case

Battista Sangineto15.05.2020

La Calabria è una regione misteriosa nel senso più letterale dell’aggettivo. Aveva ragione Corrado Alvaro, a dire che «… non c’è regione più misteriosa e più inesplorata … ha dimensioni fisiche d’una penisoletta, dimensioni ideali fantastiche».

L’attuale Presidente di questa inconoscibile “penisoletta”, Jole Santelli, reduce dalla bocciatura, di Governo e Tar, di un’ordinanza sul via libera alla manutenzione delle barche e al servizio di cibo e bevande ai tavoli esterni, ne ha emanata un’altra con la quale permette di andare nelle seconde case, fare la toeletta agli animali domestici e raccogliere funghi.

La sciagurata modifica del Titolo V del 2001 ha, purtroppo, affidato completamente il Sistema Sanitario Nazionale alle Regioni e, dunque, in Calabria, la Presidente Santelli, come cosa più urgente e necessaria, avrebbe dovuto mettere in atto tutte le azioni anti-pandemia in suo potere: aumento delle terapie intensive, creazione di Ospedali Covid-19, fornitura di Dpi ai sanitari ed alla popolazione, tamponi ed esami sierologici, creazione di squadre mediche territoriali.

Il direttore generale della Sanità calabrese, Antonio Belcastro, ha rilasciato una dichiarazione al Corsera nella quale si legge che le terapie intensive in Calabria da 105, prima della pandemia, al 29 aprile 2020 sono 156, e che «entro maggio-giugno i posti intensivi diventeranno 213». In Calabria, dunque, ce n’è una ogni 13.000 abitanti e, forse, da giugno, una ogni 10.000 abitanti. La media nazionale attuale è di una ogni 6.000 abitanti.

Per quel che riguarda i Dpi, la stessa Presidente Santelli ha ammesso che non ha potuto imporre ai calabresi l’obbligo dell’uso delle mascherine perché non è riuscita ad approvvigionarsene. Non abbiamo, invece, alcuna notizia ufficiale riguardo alla distribuzione dei Dpi ai sanitari degli Ospedali ed ai medici del territorio, ma sappiamo che molti sanitari hanno dovuto provvedere da soli a mascherine e guanti. Nulla, nemmeno, riguardo alla creazione degli Ospedali dedicati esclusivamente ai malati Covid-19, con conseguenze per gli ammalati, ma soprattutto per i medici e gli infermieri.

Secondo l’elaborazione della Gimbe, sui dati Protezione civile la Calabria è nella fascia peggiore, la 5, per i tamponi ed è quart’ultima con 52 tamponi ogni 100.000 abitanti contro una media italiana di 88 su 100.000. Secondo il sesto Instant report Altems Covid-19, aggiornato
all’8 maggio, sono stati effettivamente processati solo 3,47 tamponi ogni 1.000 abitanti nel corso della settimana, la quota nazionale più bassa, la media italiana è 6,62 per 1.000 abitanti.

Il dato ufficiale riguardante le Usca, “Unità speciali di continuità aziendale”, è che ne risultano in attività solo 14 sulle 35 necessarie. Le Usca dovrebbero rappresentare la risposta della sanità pubblica all’emergenza del Coronavirus sul territorio, per evitare il sovraffollamento delle terapie intensive e in Calabria, dove le terapie intensive sono molto poche, ne mancano 21, cioè il 60%. Degli esami sierologici per la ricerca di anticorpi Covid-19 non solo non vi è traccia presso le strutture pubbliche, ma la Asp di Cosenza ha addirittura intimato ai laboratori privati di non eseguire questo tipo di test, neanche a quei cittadini che volevano farli a pagamento. Nulla possiamo dire sulla dolente vicenda delle morti di anziani nella Rsa di Torano e, nemmeno, sui 1.500 tamponi trovati in frigo in un magazzino e non ancora analizzati, perché sono in corso indagini in entrambi i casi.

La Presidente Santelli farebbe meglio ad occuparsi del sistema sanitario regionale e migliorarlo prima di spingere il governo nazionale alla riapertura delle attività e, soprattutto, prima di emanare ordinanze sulla tolettatura dei cani o sul servizio ai tavoli di bar e ristoranti. I cittadini si aspettano che sia rispettato l’art. 32 della Costituzione e che, come dice Salvatore Settis, «il diritto alla salute abbia un identico livello in tutta Italia. L’articolo 32 non parla delle separate collettività di ciascuna regione, ma di una sola collettività, quella di chi abita l’Italia intera», compresa questa “inesplorata penisoletta”.