IL CLIMA OLTRE LA SOGLIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL CLIMA OLTRE LA SOGLIA da IL MANIFESTO


Il clima oltre la soglia

CLIMA. L’Organizzazione meteorologica mondiale: «Nei prossimi cinque anni la temperatura media del Pianeta potrebbe raggiungere la soglia di 1,5 °C al di sopra del livello preindustriale


Serena Tarabini
 
11/05/2022

Nonostante i summit, gli appelli, i protocolli, le road map, le agende, la temperatura media globale continua a salire: che gli accordi di Parigi non verranno rispettati è una probabilità ventilata da tempo e che ora viene anche quantificata. A mettere i numeri al count down del fallimento è il servizio meteorologico nazionale -Met Office – del Regno Unito, centro leader dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm-Wmo), il quale ogni anno pubblica il Global Annual to Decadal Climate Update, un aggiornamento sul clima globale che si svolge su scala annuale e decennale, redatto sulla base delle elaborazioni dei dati relativi al primo trimestre 2022 della banca dati Noaa, il National Climatic Data Centre che registra le temperature mondiali dal 1880.

Coldiretti:   In Italia gli eventi estremi sono costati all’agricoltura oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione nazionale e danni alle strutture

A PARIGI TUTTI I PAESI che hanno sottoscritto l’accordo si sono impegnati a contenere l’aumento della temperatura media globale, puntando a un aumento massimo di 1,5 gradi al di sopra del livello preindustriale. Secondo lo studio appena pubblicato, c’è una probabilità del 50% di raggiungere questo limite in almeno uno dei prossimi cinque anni. Un dato che non mostra un’ inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. La possibilità di superare temporaneamente 1,5°C era prossima allo zero nel 2015 e da lì è andata aumentando costantemente. Per gli anni tra il 2017 e il 2021 la probabilità di superamento era del 10%, per poi schizzare a quasi il 50% per il periodo 2022-2026. Da qui a poco inoltre ci attende un anno caldissimo: è del 93% la probabilità che tra il 2022 e il 2026 si raggiungano le temperature più alte mai registrate, ancora più alte di quelle registrate nel 2016, anno che con i suoi 1,1 gradi centigradi in più del secolo XIX, a sua volta aveva superato i precedenti record del 2015 e del 2014. Altissima, sempre del 93%, anche la probabilità che la media quinquennale del periodo 2022-2026 sia superiore agli ultimi cinque anni.

«IL TARGET DI 1,5°C NON È una statistica casuale, è piuttosto un indicatore del punto in cui gli impatti climatici diventeranno sempre più dannosi per le persone e per l’intero pianeta – afferma il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas – Finché continueremo a emettere gas serra, le temperature continueranno a salire. E insieme a ciò, i nostri oceani continueranno a diventare più caldi e più acidi, il ghiaccio marino e i ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare continuerà a salire e il nostro clima diventerà più estremo. Il riscaldamento dell’Artico è elevato in modo sproporzionato e ciò che accade nell’Artico colpisce tutti noi». Secondo un altro esperto del Met Office, Leon Hermanson, non si tratta solo di raggiungere dei record, ma di essere ormai dentro un processo che non si interrompe. Il fatto che uno degli anni tra il 2022 e il 2026 superi 1,5 °C al di sopra dei livelli preindustriali, non significa solo violare una soglia iconica come quella dell’accordo di Parigi, ma rivela che ci stiamo avvicinando sempre più a una situazione in cui il target di 1,5 °C potrebbe essere superato per un periodo prolungato.

MERITO DELLE POLITICHE deludenti portate avanti dai governi fino ad adesso. A certificarlo è il Carbon Action Tracker, un gruppo di ricerca scientifica indipendente che tiene traccia dell’impegno delle nazioni per rispettare l’Accordo di Parigi e contrastare la crisi climatica. Stando all’ultimo aggiornamento pubblicato nel maggio 2022, nessun paese del mondo ha politiche compatibili con l’obiettivo di limitare il riscaldamento entro 1,5°C. Obiettivo che i grandi del mondo hanno recentemente ribadito nel corso della COP26 che si è svolta a Glasgow.

LA MAGGIOR PARTE delle nazioni ha politiche che risultano «altamente insufficienti». Tra queste l’Egitto, che a novembre ospiterà la prossima Conferenza sul clima. Gli Stati Uniti e i Paesi membri dell’Unione Europea, compresa dunque l’Italia, hanno politiche «insufficienti» a raggiungere l’obiettivo.

A PROPOSITO DELL’ITALIA, fra le prime realtà a commentare questo nuovo allarme c’è la Coldiretti, dal cui punto di osservazione la situazione è già drammatica in un anno come questo, così privo di piogge. E che si preannuncia anche caldo. Dalla sua analisi, infatti, il 2022 si classifica fino ad ora al quinto posto tra i più caldi mai registrati nel pianeta con la temperatura sulla superficie della terra e degli oceani, addirittura superiore di 0,88 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo. In Italia la temperatura, sulla base dei dati Isac Cnr relativi ai primi tre mesi dell’anno, è stata più alta di +0,07 gradi e si colloca al diciottesimo posto a livello nazionale dal 1800; una anomalia che è stata molto più accentuata al nord, dove la siccità é stata accompagnata da un ben +0,59 gradi.

PERALTRO IN ITALIA la classifica degli anni più caldi negli ultimi due secoli si concentra nell’ultimo decennio e comprende nell’ordine – precisa la Coldiretti – il 2018, il 2015, il 2014, il 2019 e il 2020. E’ un’Italia tropicalizzata dal cambiamento climatico quella descritta dalla Coldiretti, dove è molto più elevata la frequenza di eventi violenti, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi. Il ripetersi di eventi estremi è costato all’agricoltura italiana oltre 14 miliardi di euro in un decennio tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne.

Siccità e carestia, rischio catastrofe umanitaria

AFRICA. Fra Africa orientale e Sahel 40 milioni di persone sotto la soglia di sopravvivenza secondo l’ultimo rapporto del Programma alimentare mondiale

Stefano Mauro  11/05/2022

Dall’Etiopia meridionale al Kenya settentrionale passando per la Somalia e tutta l’area del Sahel, il continente africano sta affrontando una siccità e una carestia che allarmano le organizzazioni umanitarie con quasi «40 milioni di persone a rischio fame», secondo l’ultimo rapporto, presentato a fine aprile, dall’agenzia Onu del Programma Alimentare Mondiale (Pam).

UNA SITUAZIONE aggravata ulteriormente anche dal conflitto in Ucraina che ha contribuito «all’aumento dei prezzi di cibo e carburante e all’interruzione delle catene di approvvigionamento» con il rischio di una «crisi alimentare senza precedenti», secondo il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, al rientro questa settimana da una visita ufficiale in alcuni paesi del Sahel.
«Se la guerra sta causando un aumento dei prezzi ed enormi difficoltà nei paesi occidentali, ancora peggiori e più devastanti sono le conseguenze per i paesi del continente africano, con danni che si aggiungono al cambiamento climatico ed alla crescente siccità», ha indicato Guterres, richiedendo un «piano di intervento internazionale per evitare nuovi profughi e nuovi conflitti in Africa».
Secondo i dati delle Nazioni unite «oltre 40 nazioni africane importano il grano dalla Russia e dall’Ucraina per circa il 60% del loro fabbisogno, con numerosi paesi come Benin, Somalia, Egitto, Sudan e Burkina Faso che dipendono fino a quasi il 90%». Alle difficoltà di reperimento si aggiungono quelle dell’aumento dei prezzi di gas e petrolio che vanno ad incidere in molti paesi africani «sul costo dei beni di prima necessità e sulla produzione agricola, già compromessa dalla progressiva carenza d’acqua e diminuita del 30% negli ultimi 3 anni».

In queste regioni, dove la popolazione vive principalmente di allevamento e agricoltura, le ultime tre stagioni piovose sono state caratterizzate da scarse precipitazioni, oltre a un’invasione di locuste che ha devastato i raccolti tra il 2019 e il 2021. Un mese dopo il teorico debutto della stagione delle piogge, «un milione di persone hanno dovuto lasciare le proprie case per mancanza di acqua e pascoli e almeno 3 milioni di capi di bestiame sono morti nel Corno d’Africa», con situazioni simili anche nella zona del Sahel dove i «profughi che scappano dalla fame sono quasi 2 milioni», afferma l’ultimo report dell’agenzia di Coordinamento umanitario delle Nazioni Unite (Ocha), che analizza gli ultimi 3 mesi.
Secondo l’Ocha quasi il 40% della popolazione della Somalia (6 milioni di persone) deve affrontare livelli estremi di «insicurezza alimentare e una carestia endemica» che coinvolge anche 7 milioni di Etiopi, 4 milioni di kenioti e almeno 20 milioni di persone tra Burkina Faso, Niger, Ciad, Mali e Nigeria.

«DOBBIAMO AGIRE ora se vogliamo prevenire un disastro umanitario – ha affermato Michael Dunford, direttore regionale del Pam per l’Africa orientale-, ma la risposta della comunità internazionale è stata limitata»: è stato raggiunto solo il 5% delle risorse previste per contrastare la crisi alimentare.

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