Gli scrittori amano gli scarti, metafora dell’esistenza
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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Gli scrittori amano gli scarti, metafora dell’esistenza

Guido Viale è uno dei pochissimi intellettuali italiani ad aver dedicato studi specifici di notevole serietà e ampiezza al tema dei rifiuti. Da Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà (Feltrinelli 1994), passando per altri contributi, sino a La civiltà del riuso. Riparare, riutilizzare, ridurre (Laterza 2010). Non da oggi sappiamo che la produzione crescente di rifiuti non riciclabili costituisce un problema economico, sociale, ambientale di prima grandezza della società capitalistica attuale. Il loro volume cresce di anno in anno, ci insegue come un assillo senza fine, divorando sempre nuovi territori, consumando sempre nuova energia per il suo smaltimento, contaminando l’aria e le acque, inquinando i mari e gli oceani. Possiamo dire che il rilievo inedito dei rifiuti nella nostra vita segna un discrimine fondamentale tra la società capitalistica e tutte le epoche passate della storia umana. Ma con una scansione interna importante.

DA QUANDO GLI UOMINI si sono organizzati in comunità urbane il riciclo dei materiali usurati è stata una pratica millenaria di tutte le società. E non solo dei materiali organici e delle deiezioni umane e animali, com’è ormai noto, ma anche dei mimnerali e dei manufatti urbani. Nei millenni e nei secoli le città sono state ricostruite, almeno in parte, con materiali delle rovine sopravvissute a guerre e terremoti. Con la società capitalistica questa pratica che fa tutt’uno con la storia umana, conosce un’inversione radicale. I beni rotti o consumati non si riciclano più, si distruggono. Ma questa inversione è storicamente molto più recente di quanto immaginiamo. A lungo anche all’interno della società capitalistiche, il riciclo è stata una pratica diffusissima e pressoché generale. Negli Usa, fino a quando negli anni ’30 del ’900, alcuni gruppi imprenditoriali non decidono di avviare l’obsolescenza programmata delle merci, anche i beni industriali venivano correntemente aggiustati e riciclati. Se è vero che con la rivoluzione industriale inglese inizia una nuova era nel rapporto tra uomo e natura, perché si consuma su larga scala una risorsa non rinnovabile come il carbone, è tuttavia anche vero che nella Gran Bretagna industriale si praticava ampiamente il riciclo di materiale già usato. Come ha documentato uno dei pochissimi storici che si è occupato dei tema rifiuti con uno sguardo di lungo periodo (Ercole Sori, Il rovescio della produzione. I rifiuti in età pre-industriale e paleotecnica, il Mulino, 1999).

DI QUESTA VERITÀ, peraltro, si trova testimonianza nel nuovo e sorprendente saggio di Guido Viale, La parola ai rifiuti. Scrittori e letture sull’adilà delle merci (Edizioni Interno 4, pp. 245, euro 14). Un testo che spazia sulla letteratura mondiale tra ’700 e i nostri giorni. Da Goethe a Carlotto, per intenderci. Se è vero, come afferma l’autore, che «l’avvento della civiltà industriale è stato anche l’avvento della civiltà dei rifiuti» è pur vero che essa conosce al suo interno una frattura storica rilevante. Il riciclo è una pratica diffusa sia nella Napoli di fine ’700, come mostrano le pagine dedicate da Viale a un Goethe poco noto, sia nella Londra industriale rappresentata da Dickens o nella sotterranea Parigi di Victor Hugo. Questo, solo per marcare una periodizzazione che l’autore tende a sottovalutare: la strategia dissennata della distruzione senza recupero dei materiali è una pagina molto più recente di quanto non si creda. È dalla seconda metà del ’900 che il capitalismo avvia una torsione distruttiva irreversibile nei confronti del mondo naturale e delle risorse.