GIORGIO PARISI NOBEL PER LA FISICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GIORGIO PARISI NOBEL PER LA FISICA da IL MANIFESTO

Giorgio Parisi, Nobel della fisica a innovazione e impegno civile

RICONOSCIMENTI. Metà del premio va a Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann. «Spero che ci sia un cambiamento strutturale in Italia nell’interesse verso la scienza, e che nella prossima finanziaria questo riconoscimento sia confermato»Andrea Capocci  06.10.2021

È arrivato, finalmente. Il premio Nobel al settantaduenne fisico romano Giorgio Parisi non era del tutto inaspettato, anzi. Come ha confessato lui stesso nelle primissime dichiarazioni, aveva tenuto il telefono libero perché sapeva che qualche possibilità stavolta c’era.

Solo due settimane fa la Clarivate – un’accreditata agenzia internazionale di valutazione della ricerca – lo aveva incluso nella categoria degli scienziati più citati al mondo, un riconoscimento che ha spesso anticipato l’assegnazione del Nobel.

A Parisi la giuria di Stoccolma ha attribuito una metà del premio per i «contributi rivoluzionari alla comprensione dei sistemi complessi» e, in particolare, la scoperta dell’interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi fisici dalla scala atomica a quella planetaria».

L’altra metà se la sono divisi due fisici del clima, entrambi novantenni: il giapponese naturalizzato statunitense Syukuro Manabe dell’università di Princeton e il tedesco Klaus Hasselmann, professore emerito dell’università di Amburgo, «per la modellizzazione fisica del clima della Terra, la determinazione della sua variabilità e la previsione corretta del riscaldamento globale».

IL PREMIO al fisico italiano è motivato dalle moltissime ricerche svolte dagli anni ’80 a oggi nel campo dello studio dei sistemi disordinati, che hanno rappresentato una piccola rivoluzione scientifica.

Per gran parte della sua storia, la fisica si era dedicata ai sistemi in equilibrio, prevedibili e regolari. Si trattava però di idealizzazioni, che ne rendevano possibile lo studio attraverso modelli matematici più semplici di quanto fosse la realtà.

Parisi ha affrontato invece sistemi dominati da disordine e casualità, più difficili dal punto di vista teorico ma assai più interessanti e vicini al comportamento di molti sistemi reali.

L’oggetto delle sue prime ricerche in questo campo sono apparentemente banali: sostanze amorfe come il vetro o sistemi magnetici privi di una struttura regolare, detti appunto «vetri di spin». Quegli studi, oggi premiati con il Nobel, hanno mostrato che anche sistemi così semplici possono dare vita a comportamenti complessi e non riconducibili alla somma delle proprietà dei suoi costituenti elementari.

Le teorie di Parisi si sono rivelate adatte a rappresentare una quantità di situazioni reali ritenute prima troppo complicate per le idealizzazioni della fisica teorica, e che lo stesso Parisi non aveva certo previsto agli esordi.

Grazie a quei modelli teorici è stato possibile comprendere come dal disordine possano emergere strutture regolari e, entro una certa misura, prevedibili se osservate con la giusta lente. Con gli oltre trecento colleghi con cui ha collaborato nel corso della sua carriera, Parisi ha potuto affrontare problemi diversissimi, dalle reti neurali alla base del funzionamento del cervello – un filone di ricerca condiviso con Daniel Amit – ai mercati economici e al volo coordinato degli stormi, in cui migliaia di uccelli formano coreografie perfette senza una regia evidente, uno dei settori esplorati negli ultimi anni da Parisi e dal suo gruppo di ricerca.

ANCHE IL CLIMA rientra in questi sistemi complessi. E non è un caso se i giurati del Karolinska abbiano scelto di premiare insieme a Parisi due climatologi, che hanno condiviso l’altra metà del premio.

Syukuro Manabe è lo scienziato che ha stabilito come l’eccesso di anidride carbonica porti ad un aumento della temperatura sulla superficie terrestre. I modelli climatici attuali devono molto ai suoi studi sul bilancio tra la radiazione solare assorbita dalla Terra e quella riflessa, e su come questo influenzi il moto verticale delle masse d’aria.

Le teorie di Klaus Hasselmann hanno invece chiarito come dalle variazioni di breve periodo apparentemente imprevedibili del tempo meteorologico possano emergere variazioni climatiche che, sul lungo periodo, possono essere anticipate.

Purtroppo per noi, la natura gli ha dato ragione: l’aumento della temperatura globale, con il moltiplicarsi degli eventi estremi, è esattamente ciò che ci si deve aspettare in base ai modelli di Hasselmann, una volta tenuto conto dell’impatto sul clima delle attività antropiche.

Il Nobel premia dunque, se non un cambio di paradigma scientifico, un approccio innovativo alla fisica distante dall’ideale meccanicistico newtoniano.

Uno dei maestri di Parisi, il fisico Marcello Cini da cui lo separava una generazione, avrebbe parlato di una transizione dall’«universo delle leggi naturali» al «mondo dei processi evolutivi».

Non è l’unico aspetto in comune tra i due scienziati. Parisi, come Cini, nei suoi primi anni di carriera ha dato contributi importanti alla fisica delle particelle lavorando con capiscuola come Giorgio Salvini e Nicola Cabibbo, che nel 2008 il premio Nobel lo sfiorò soltanto.

Lo ha ricordato ieri in una breve cerimonia di saluto organizzata in pochissimo tempo alla Sapienza, l’ateneo in cui Parisi si iscrisse nel 1966 e in cui ha trascorso gran parte della sua carriera professionale.

«Anche io mi sono arrampicato sulle spalle dei giganti» ha detto citando Newton «L’istituto di fisica è un ambiente eccezionale, non paragonabile con altre università straniere». Di fronte alla ministra dell’università e della ricerca Maria Cristina Messa, ha ricordato che il riconoscimento odierno alla ricerca di base italiana in passato è spesso mancato da parte del governo. «Spero che ci sia un cambiamento in Italia nell’interesse verso la scienza, e che nella prossima finanziaria questo riconoscimento sia confermato» ha detto. «Al di là del Pnrr, occorrono cambiamenti strutturali perché l’Italia sia accogliente verso i ricercatori, poco importa se stranieri o italiani».L’IMPEGNO CIVILE di Parisi non è una novità. Sin dal movimento del 1968, a cui partecipò attivamente da studente, Parisi è stato un militante attivo della sinistra.

Per quasi trent’anni, tra il 1983 e il 2012, ha collaborato regolarmente con il manifesto (anche in questo compagno di Cini e Amit) ed è stato membro dell’assemblea nazionale di Sinistra Ecologia Libertà durante la segreteria di Nichi Vendola.

Anche la sua presidenza dell’Accademia dei Lincei, conclusasi da poche settimane, si è caratterizzata per un dialogo costante tra la comunità scientifica e la cittadinanza su temi di interesse pubblico.

Durante la pandemia, ha messo le sue competenze a disposizione della battaglia contro il Covid, con interventi e analisi spesso azzeccate. È stato uno dei primi ricercatori capaci di prevedere l’impatto devastante della seconda ondata nell’ottobre del 2020, dopo un’estate all’insegna del «virus clinicamente morto».

La comunità della Sapienza lo ha ripagato ieri, con un corteo spontaneo di centinaia di studenti che lo ha accompagnato per le vie del campus per festeggiare insieme il premio Nobel.

Dal terrazzo del dipartimento di fisica è calato uno striscione: «Congratulazioni Giorgio. It’s coming Rome». Gli studenti facevano il verso ai tanti successi sportivi del 2021. Ma tra tutti i trofei internazionali, quelli scientifici sono i più apprezzati. Perché un premio alla scienza è un premio al futuro.

Se pubblico vuol dire «scadente»

Premio Nobel per la Fisica 2021. Giorgio Parisi è stato a lungo un collaboratore assiduo del manifesto. I suoi articoli vanno dal 1983 al 2012. Ripubblichiamo oggi un commento del 30 settembre 2009, 12 anni fa, che sembra – purtroppo – scritto oggi.

Giorgio Parisi  06.10.2021

Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica 2021, è stato a lungo un collaboratore assiduo del manifesto. I suoi articoli vanno dal 1983 al 2012, e si possono trovare qui. Ripubblichiamo oggi un commento del 30 settembre 2009, 12 anni fa, che sembra – purtroppo – scritto oggi.

Sta diventando un luogo comune affermare che per lo sviluppo dell’Italia risorse essenziali sono la ricerca (sia pubblica che privata), il trasferimento industriale dei risultati e l’innovazione. Però sembra che il potere politico non ne abbia tratto le necessarie conseguenze.

È fondamentale il livello dell’istruzione impartita nelle istituzioni pubbliche, sia nelle scuole primarie e secondarie, sia nell’università (lauree e dottorati). I ventilati tagli alla scuola pubblica (di cui si è parlato nei giorni scorsi) fanno pensare che alcuni politici, ahimé anche di sinistra, non abbiano capito che la diffusione e la qualità dell’istruzione non sono un lusso, ma che anzi peggiorarne il livello rispetto a quello degli altri paesi è il modo più sicuro per affondare le capacità produttive italiane.

E non è un problema solo economico.

L’essenza di un regime davvero democratico si misura nelle opportunità che è in grado di offrire ai suoi cittadini. L’istruzione pubblica gioca un ruolo cruciale: abbassarne il livello rischia di permettere solo a un numero ristretto di privilegiati di ricevere una formazione adeguata. Bisogna investire di più nella scuola e favorire le persone con difficoltà economiche facendo stanziamenti seri nelle borse di studio e nelle case dello studente.

Lo stesso problema è presente nelle università e negli enti di ricerca, dove negli ultimi 5-10 anni si sono fatte pochissime assunzioni.

Non sarebbe giusto se la generazione che ha adesso 30-35 anni fosse gravemente svantaggiata: sarebbe una lesione insanabile al diritto che tutti i giovani devono avere di realizzare le loro scelte – se commensurabili alle loro capacità – a prescindere dalla loro fortuita data di nascita.

L’unica soluzione consiste nel finanziare per i prossimi dieci anni un flusso costante di 2.000 nuove posizioni l’anno di ricercatore nell’ambito di una programmazione decennale, che impedisca pericolose oscillazioni nel flusso di nuove leve. Tuttavia sarebbe deprimente se gli studiosi decisamente migliori della media si vedessero passare davanti persone insignificanti per motivi clientelari.

Evitare queste degenerazioni è un problema fondamentale nell’ambito universitario. La valutazione è uno strumento essenziale per raggiungere questo scopo. Essa deve essere fatta sia sui progetti futuri, sia sulle attività svolte; deve abbracciare tutte le attività delle università: ricerca, didattica e scelta delle persone da assumere. Ma è cruciale che la valutazione abbia effetti concreti e che le variazioni dei finanziamenti alle varie università dipendano fortemente dai risultati della valutazione.

Solo basandosi su una valutazione affidabile è possibile orientare il flusso di risorse verso l’università e la ricerca in maniera tale che fare spazio al merito diventi, per le singole istituzioni, più conveniente che fare scelte nepotistiche. Per evitare l’autovalutazione e comportamenti del tipo «una mano lava l’altra» bisogna affidarsi a persone esperte, ma non coinvolte nelle attività di ricerca italiane: i valutatori devono essere quindi in maggioranza stranieri, così come accade nel resto del mondo.

Anche la didattica nella scuola (università compresa) è un punto dolente. Molti di noi ricordano professori eccellenti, che si dedicavano con grande passione all’insegnamento e professori che invece cercavano di lavorare il meno possibile. Non solo tutte e due le categorie sono pagate ugualmente, ma addirittura non esiste nessun criterio di valutazione attendibile del loro vero valore didattico.

E non può esistere un tale criterio finché gli studenti saranno muti e non verranno consultati. Bisogna far riempire agli studenti questionari sui corsi, chiedendone i pregi e i difetti e far assegnare punteggi differenziali per i vari parametri e rendere pubblici i risultati dei questionari. Così si dà un meritato riconoscimento pubblico agli insegnanti che si dedicano al loro lavoro e si stimola l’amor proprio degli altri insegnanti.

Tutto ciò può sembrare un dettaglio, ma in realtà ha un significato politico molto profondo.

Uno dei punti fermi che separa la sinistra dalla destra è la convinzione che lo stato deve essere in grado di erogare servizi di buona qualità a tutti i cittadini, in maniera da garantire un livello minimo per tutti.

Lo stato sociale oggi è sotto attacco e non è difficile capire il motivo: se si guarda alla qualità del servizio erogato in molti ospedali pubblici, viene la voglia di pensare che i soldi dati allo stato per questo scopo sarebbero stati investiti molto meglio nel privato.

La sinistra può vincere la sua battaglia solo se dimostra che i servizi pubblici a tutti i livelli possono essere gestiti con la stessa efficacia di quelli privati e che la parola «pubblico» non è il sinonimo di «scadente».

Per ottenere questo risultato è necessario che i cittadini percepiscano concretamente che le strutture pubbliche sono al loro servizio, che la loro opinione è importante e conta nel processo decisionale su quello che funziona e su quello che quello che va cambiato.

Passare da uno stato che controlla il cittadino a un cittadino che giudica e valuta lo stato non è un’operazione indolore. Le resistenze sono tante e non è facile vincerle mediante un decreto: è necessario cambiare mentalità.