“FUORI I DATI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“FUORI I DATI” da IL MANIFESTO

Un “buco nero illegale”, Europol deve cancellare decine di milioni di dati

Stefano Bocconetti  11.01.2022

I fatti e le cifre. La notizia è che il garante europeo per la protezione dei dati ha ordinato all’Europol, il coordinamento fra le polizie del vecchio continente, di cancellare tutte le informazioni che ha raccolto violando le leggi. E di farlo subito, immediatamente, a cominciare da quelle “vecchie” più di sei mesi. Tutte quelle, insomma, raccolte fino a luglio dell’anno scorso.

I numeri, poi. Le cifre sono allarmanti: i server dell’Europol conservano – nascondono – quattro petabyte di dati, nomi, volti, indirizzi. Tutto. Tradotto in un’unità di misura comprensibile: è come se la polizia europea avesse archiviato tre milioni di cd-rom con informazioni su un numero sterminato di persone. A loro insaputa, senza che fossero coinvolte in alcuna indagine.

E dopo la notizia e le cifre, un nome. E’ di un ragazzo olandese, un attivista. Si chiama Frank van der Linde. Probabilmente tutto comincia da lui, da qui.

Anni fa fu fermato dalla polizia di Amsterdam mentre tentava di forzare il portone di ingresso di un palazzo disabitato, per dare un alloggio a decine di senza tetto. Bastò quel gesto perché fosse inserito in una lista di sospetti “estremisti”. Qualche mese dopo quell’episodio, si trasferì, per studio, a Berlino, prima di tornare in Olanda. E qui, casualmente – consultando un fascicolo “declassificato” della polizia di Amsterdam – ha scoperto che i suoi dati erano stati segnalati anche alla polizia tedesca. Tramite l’Europol.

Siamo nel 2019. Frank chiese e ottenne che il suo nome venisse cancellato dalla “lista nera” olandese e chiese la stessa cosa all’Europol. La cui risposta aumentò le sue preoccupazioni: da Bruxelles gli dissero che non aveva diritto ad avere alcuna informazione.

Senza rassegnarsi, il ragazzo si è rivolto allora direttamente a Wojciech Wiewiórowski , il supervisore di European Data Protection, il garante dei dati, insomma. Che non s’è limitato ad archiviare burocraticamente la denuncia, anche perché da tempo circolavano voci sulla raccolta illegittima di informazioni. Così, l’ente ha scritto ad Europol. Chiedendo anche una prima verifica.

Prima verifica che avrebbe già rivelato come la raccolta di dati delle polizie violasse tutti i regolamenti europei. Perché c’erano – e ci sono – dati personali di milioni di persone la cui unica colpa è quella di essere nell’elenco telefonico di un sospettato, di abitare vicino ad un fermato, di aver acquistato qualcosa in un negozio che era sotto controllo, di aver ricevuto un email. O di aver provato ad arrivare in Europa da paesi in guerra, scappando dalla fame. E milioni di altri casi, milioni di individui. Europei, cittadini del mondo, migranti, tutti schedati.

Da quella primissima indagine – tre anni fa – è cominciato un confronto istituzionale serratissimo fra il garante dei dati e l’Europol, che ovviamente ha coinvolto anche le alte sfere del governo europeo.

Un confronto, meglio: uno scontro, che avrebbe dovuto restare semi riservato ma che il Guardian (che ha tirato fuori l’intera storia) è riuscito a “visionare”.

Scoprendo che l’Europol non ha mai risposto seriamente alle richieste di Wiewiórowski, ammettendo qualche probabile violazione delle normative, spiegando che comunque anche quegli eccessi erano e sono necessari “se si vuole prevenire il terrorismo”.

Ma soprattutto l’Europol ha provato a prendere tempo. Perché? La spiegazione è semplice: da anni, il coordinamento delle polizie sollecita e aspetta nuove norme che le consentano di aggirare il rigoroso regolamento per la protezione dei dati. Nuove leggi – le vorrebbero addirittura retroattive – che le permettano di invadere la vita di chiunque e di conservarne la memoria.

E a proposito basti ricordare che in piena tempesta per lo scandalo Pegasus (il software utilizzato dai governi, eletti o autoritari, per spiare giornalisti ed attivisti) la direttrice esecutiva dell’Europol, la belga Catherine De Bolle chiese il permesso di usare programmi per violare le comunicazioni criptate. Per poter leggere tutti i messaggi, di chiunque. Anche quelli di WhatsApp.

Di più: l’Europol chiede e aspetta una via per sottrarsi alle normative europee anche per quello che riguarda l’intelligenza predittiva, come si chiama, la possibilità cioè di usare l’intelligenza artificiale su quell’immenso data base per “prevenire comportamenti delittuosi delle persone”. In violazione a qualsiasi diritto umano.

E l’organismo delle polizie sembra già aver trovato orecchie sensibili nella politica a Bruxelles. Tanto che la commissaria per gli affari interni della Ue, Ylva Johansson – svedese, socialdemocratica, va ricordato – ha dichiarato che, insomma, va bene tutto, va bene la privacy “ma le forze dell’ordine hanno bisogno di nuovi strumenti, risorse e tempo per supportare le autorità di polizia nazionali in compiti difficilissimi”. Che – non è un commento di chi scrive ma è il giudizio sempre di Wojciech Wiewiórowski – ricordano esattamente le parole usate dalla Nsa, l’agenzia di sicurezza americana, per rispondere alle accuse di Snowden.

Questo il quadro. Per ora quindi non c’è un giudice ma un garante a Bruxelles. Da solo.

Le maglie strette dei colossi

TEMPI PRESENTI. A proposito di «Fuori i dati!», un volume di Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schönberger edito da Egea. Il testo indaga l’urgenza di «rompere i monopoli sulle informazioni per rilanciare il progresso». Le politiche antitrust non spezzano lo squilibrio di potere, né sarebbe utile proteggere i cittadini da un esercizio discriminatorio nella presa di decisioni a loro danno

Teresa Numerico  11.01.2022

«Fake it ‘til you make it» è il motto delle startup della Silicon Valley. Il miraggio della distruzione creativa che Schumpeter aveva teorizzato sembrerebbe tipico del capitalismo californiano, eppure qualcosa non va secondo le previsioni. È questo il punto di partenza condivisibile del libro di Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schönberger, Fuori i dati! (Egea, pp. 147, euro 17).

Lo sviluppo dell’economia digitale si è tradotto in una stasi dello sviluppo, sia in termini di aumento ridotto della produttività, sia rispetto alla scarsità di innovazione e al declino del dinamismo dell’economia. L’apparenza di un costante cambiamento tecnologico è il frutto un errore di prospettiva che ci riserva il nostro sguardo miope, concentrato sul «qui» e «ora».

IL RALLENTAMENTO è riconoscibile nell’effetto monopolistico di molte aziende internet, incluse le Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) che, essendo cresciute senza limiti, posseggono capacità e capitalizzazione necessarie per comprare i concorrenti che ne minacciano privilegi e posizione dominante. Adottano la cosiddetta Exit Strategy dal titolo di un articolo di Mark Lemley e Andrew McCreary del 2019. Si acquistano le aziende piccole prima che possano minacciare la rendita di posizione monopolistica. Talvolta i giovani imprenditori e le loro imprese entrano nella kill zone: vengono ricoperti d’oro per togliere loro il potere di innovare il settore nel quale dovrebbero competere.

Le potenti aziende internet non sono garanzia di innovazione, si comportano come difensori dello status quo, a causa della profonda asimmetria informativa frutto del possesso di informazioni che non redistribuiscono.
Gli autori negano che i dati possano essere accostati al petrolio. Il combustibile, infatti, si esaurisce una volta impiegato, non è una risorsa riusabile come invece sono i dati, che non perdono di valore, anzi possono rinnovarsi nel tempo. L’Europa dovrebbe garantire l’accesso all’informazione che, nel contesto digitale, significa permettere l’uso diffuso dei dati raccolti dagli agglomerati industriali di Stati Uniti e Cina. La tesi del libro è che non si possano spezzare i monopoli attraverso incisive politiche antitrust per contrastare lo squilibrio di potere, né sarebbe utile limitare l’uso speculativo dei dati, proteggendo, per esempio, i cittadini da un esercizio discriminatorio nella presa di decisioni a loro danno.

LA TUTELA DELLA PRIVACY che ha caratterizzato la posizione europea contro i monopoli dei dati sarebbe solo una battaglia di retroguardia, frutto del complesso di superiorità e insieme della concreta inferiorità europea quando si tratta di costruire infrastrutture industriali di raccolta e uso dei dati.
Il colonialismo dei dati è un altro argomento trattato, sia pure marginalmente. Costruire procedure digitali, standardizzate e parcellizzate consente di mettere al lavoro personale del Global South per svolgere attività sottopagate, grazie al lavoro fantasma e alla delocalizzazione permessa dalle piattaforme. La dipendenza dalle infrastrutture americane per l’Europa e cinesi per l’Asia, pone il problema della subalternità anche del nostro continente alle nuove tecnologie colonizzatrici.
Per costruire una sovranità digitale, secondo gli autori, bisogna liberalizzare l’accesso ai dati e obbligare i grandi colossi digitali, finora monopolisti nella raccolta e nel loro uso, a condividerli pubblicamente. Non sarebbero le informazioni a essere scarse, ma la possibilità di una loro interpretazione e di creare strumenti per servizi e supporto alla presa di decisione anche pubblica, seguendone i suggerimenti.

ESISTONO DIFFICOLTÀ legali e materiali per accedere ai dati conservati nei repository delle grandi aziende: sapere di cosa si occupino, come siano stati raccolti, in quali contesti e secondo quali standard. Il problema principale di questa proposta riguarda la mancanza di consapevolezza che i dati non sono una risorsa naturale. Sono raccolti per degli scopi precisi, sono costruiti, hanno senso negli ambiti e per gli obiettivi per i quali sono prodotti. Non sono come una commodity, contrariamente a quanto si sostiene nel libro, che azzarda perfino un parallelo con l’aria e la sua disponibilità come fonte essenziale per la vita.
Sebbene la tutela degli open data rappresenti una sfida della scienza mondiale e non solo, ritenere di risolvere il problema dell’asimmetria informativa con l’accesso condiviso non risolverebbe il problema del free riding da parte dei soggetti più aggressivi.
Senza uscire da una logica capitalistica, competitiva, estrattiva, coloniale non si potrà mai combattere lo strapotere delle grandi aziende digitali, anche considerando il grande dispendio energetico che la raccolta, la conservazione e l’accesso dei dati digitali comporta ai fini del problema del riscaldamento globale.

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