Fenomenologia dello stare in piazza da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Fenomenologia dello stare in piazza da IL MANIFESTO

Fenomenologia dello stare in piazza

Conflitti. Da Hong Kong agli Stati Uniti le proteste assumono un volto nuovo portando sulla scena una generazione. Molecolari, orizzontali e intersezionalo, come le manifestazioni cambiano anche in Italia.

 Christian Raimo 09.06.2020

Come si sta in piazza? L’ultimo anno di manifestazioni, di mobilitazioni nazionali e internazionali hanno tracciato una fenomenologia sempre più comune: la fluidità ideologica, e l’emergere di nuove istanze potenti. E quindi: da una parte la disseminazione della protesta e dall’altra l’uso della piazza come flame o come sfondo per i selfie.

I manifestanti di Hong Kong e i gilet gialli, ora i riots americani, sono movimenti senza testa e senza centro, cosa ci fanno capire delle piazze italiane, recenti e future, che sono spesso avanguardia e spesso provincia dell’impero? Proviamo a ripercorrere l’ultimo anno di mobilitazioni in Italia, per riconoscere come qualcosa sta cambiando radicalmente.

Marzo dell’anno scorso era stato un mese che sembrava aver fatto cambiare di segno la storia politica degli ultimi dieci anni, un decennio in cui lo spazio pubblico era stato invaso dall’antipolitica, i vaffa day, i forconi.

A marzo 2019 c’erano state in Italia cinque grandi manifestazioni: il 2 marzo People a Milano aveva portato in piazza 200mila persone in nome dell’antirazzismo, l’8 e il 9 marzo Nonunadimeno aveva chiamato alla piazza e allo sciopero femminista in tutta Italia, il 15 marzo le piazze si erano riempite di ragazzi per lo sciopero globale contro il climate change, il 23 marzo da tutta Italia si era confluiti su Roma per la marcia ambientalista contro le grandi opere, il 29 marzo a Verona erano arrivati attiviste e attivisti da tutta Italia a protestare contro il terribile convegno sulla famiglia tradizionale.

Cinque belle piazze, tutte splendenti. Sembrava, ed era effettivamente così, che si stesse creando un fronte comune transgenerazionale e intersezionale per una nuova stagione di lotte: antisessista, antirazzista, anticapitalista. L’opposizione a Salvini e all’ideologia sovranista del governo che si veniva presentata dai media come inarrestabile è nata da quelle piazze.

Tra aprile e maggio è la volta delle piazze fasciste; in una specie di tentativo di backlash, Casapound, Forza Nuova, provano a conquistare spazio pubblico, impediscono alle famiglie assegnatarie rom di prendere casa a Casal Bertone, inscenano un teatrino avvilente a Torre Maura, minacciano di trasformare il Salone del libro di Torino in una parata sovranista, chiamano a raccolta all’università la Sapienza di Roma contro la presenza di Mimmo Lucano.

Il giochino non riesce: la mobilitazione antifascista, soprattutto quella dal basso, tiene, e oscura le risibili manifestazioni di estrema destra. Il frame è sempre lo stesso: i media danno attenzione a pochi esagitati neofascisti e si dimenticano dell’antifascismo militante, che però spesso è l’unico a contrastare le violenze neofasciste.

Il quindicenne Simone a Torre Maura fa le veci dell’intera sinistra democratica con il suo Non me sta bene che no, a Torino si forma una protesta che controminaccia il boicottaggio del Salone del libro e che porta alla cacciata della casa editrice neofascista Altaforte, alla Sapienza gli studenti scendono in massa contro Forza Nuova con un bel corteo interno.

In tre mesi Salvini e la sua egemonia fatta di nazionalismo criptofascista e maschilismo vengono ridimensionati, di molto. Manca l’ultimo fronte, il più difficile, che è quello dei migranti: ci vuole l’estate e l’estenuante battaglia sulle ong e i respingimenti. Il punto di svolta è la vicenda del sequestro delle persone sulla Sea Watch e il fermo di Carola Rackete. Le piazze si riempiono di manifestazioni in suo sostegno, soprattutto di ragazzi, e si raddoppiano con le contestazioni ai comizi di Matteo Salvini nel suo fallimentare tour estivo.

Non è il disastro del Papeete a far crollare quello che sembrava un politico mediaticamente invincibile, ma un movimento soprattutto giovanile e politicizzato che ha formato una piccola egemonia opposta in pochi mesi. Così si arriva all’autunno e al nuovo governo, e alla paura che – data la difficile congiuntura economica – le piazze possano evocare un sessantotto nero, riempirsi delle proteste del populismo di destra e estrema destra, capaci di dare corpo alla rabbia sociale. In realtà, non accade. E tra novembre e gennaio le piazze si riempiono, e in modo esemplare, modulare verrebbe da dire, di due movimenti embrionali: uno autentico, l’altro costruito in vitro.

L’incendio della Pecora elettrica il 6 novembre a Roma porta in strada decine di migliaia di persone a Centocelle, e da lì nasce una rete politica territoriale nuova che si autobattezza Libera Assemblea di Centocelle: ci sono militanti con anni di esperienza, e ragazzi che non hanno mai fatto politica. Una settimana dopo, a Bologna, Piazza Maggiore viene riempita dalle 6mila sardine. I cortei romani e le piazze emiliane hanno in comune molto: l’antifascismo come bandiera, una componente giovanile accentuata. Ma hanno una grande differenza: a Centocelle si cerca un radicamento sul territorio, a Bologna si cerca visibilità sui media.

A distanza di pochi mesi, se ne vedono gli esiti. Le sardine per un mese e mezzo sembrano un nucleo di un partito dato al 20 per cento, nel giro di qualche altro mese sono completamente dissolte. La Libera Assemblea di Centocelle diventa invece un modello per come si sta sul territorio durante la pandemia.

Con l’Italia è chiusa nel lockdown, manifestare diventa impossibile, e stare in piazza vuol dire aiutare chi non ce la fa a fare la spesa, portare i pacchi alimentari.

L’alleanza dei corpi invocata da Butler nel 2015 a partire dalle piazze delle primavere arabe, di Gezi Park, di Occupy si trasforma in cura diffusa nelle relazioni invisibili, nei quartieri di periferia, tra soggetti fragili.

E arriviamo alle ultime settimane. Con le piazze dei gilet arancioni o della destra del 2 giugno che sono piazze livorose ma spente: lo specchio appannato di una presunta maggioranza silenziosa, che in realtà al massimo mugugna, borbotta, abbaia. Manifestazioni avvilenti non solo per il mancato rispetto delle regole sul distanziamento sociale. A chi sta a sinistra tocca ora il compito di immaginarsi un nuovo modo di stare in piazza, sul territorio, di coinvolgere e rappresentare una comunità, che si è percepita fragile in questa pandemia. Anche praticamente: Hong Kong ha insegnato molto su come condurre la protesta in una società in cui le forme di repressione e di controllo saranno sempre più legate alla tecnica.

E ora le proteste per George Floyd che da dieci giorni stanno invadendo strade e piazze non solo americane sono dei modelli davvero pieni di nuovo senso politico. Ieri per esempio, anche le manifestazioni italiane del Black Lives Matters erano piazze sorprendenti, che facevano tesoro di tutto quello che è successo nelle mobilitazioni non solo delle ultime settimane. La stragrande maggioranza di chi c’era era under25, con una componente femminile e femminista preponderante, con moltissimi ragazzi afroitaliani, sinoitaliani, seconde generazioni, eccetera.

La composizione era inedita, la prossemica era inedita: inginocchiarsi, occupare uno spazio proprio, fare catene umane, espandersi invece di assembrarsi scatena una energia davvero imprevista, in cui le piazze diventano orizzontali, antigerarchiche.

Così come le mascherine – ieri le indossavano tutti – diventano una divisa che evoca simbolicamente l’anonimato e la moltitudine. Così come gli otto minuti e quarantasei di silenzio che hanno immobilizzato le piazze di ieri sono un modo semplice ma potente di creare un’epica per tutti. E quest’energia non evapora.

A Bristol, in Inghilterra, ieri è stata tirata giù dai manifestanti la statua di Edward Colston, commerciante di schiavi vissuto tra il seicento e il settecento. L’anno scorso la manifestazione dell’8 marzo a Milano aveva avuto un naturale segno conclusivo: le attiviste di Non Una di Meno tornando verso casa avevano rovesciato un secchio di vernice rosa sulla statua di Indro Montanelli.

È bello stare in queste piazze, occorre responsabilità, coraggio, e occorrono idee, e molto immaginario, per restituire plasticamente il senso di una politica nuova che provi a far sentire la prossimità, l’appartenenza e un progetto a tutti coloro che si sono sentiti una società e non solo degli individui soltanto perché erano tutti impauriti o arrabbiati.