E guardando in alto
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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E guardando in alto

di Luigi Vavalà –
«E guardando in alto per informarci delle cose nostre, che ci stavano tra i piedi visibilissime, chiarissime, e ordinatissime, non le abbiamo vedute, e non le vediamo; e siamo per conseguenza caduti e cadiamo in tante fosse, primieramente di errori, secondariamente, che peggio è, di mali e infelicità.
Quanto non si è studiato, che cosa non si è consultata, quali confronti non si son fatti, quali rapporti non osservati, quali secreti, quali misteri scoperti o cercati di scoprire, quante scienze, quante arti, quante discipline inventate, quante istituzioni fatte, o politiche o morali o religiose ecc. per scoprire la nostra origine, i nostri destini, la natura delle cose, l’ordine universale, la nostra felicità!  Ma noi eravamo felici naturalmente, e tali quali eravamo nati, l’ordine delle cose era quello né più né meno che ci stava innanzi agli occhi, quello che esisteva prima dei nostri studi i quali non hanno fatto altro che turbarlo; la natura era quella che noi sentivamo senza studiarla, trovavamo senza cercarla, seguivamo senza osservarla, ci parlava senza interrogarla: il bene e il male era veramente quello che noi credevamo naturalmente tale: i nostri destini erano quelli ai quali correvamo naturalmente, come il fiume al mare: la verità reale era quella che sapevamo senz’avvedercene, e senza pensare o credere di sapere.
Tutto era relativo, e noi abbiamo creduto tutto assoluto: noi stavamo bene come stavamo, e perciò appunto ch’eravamo fatti così; ma noi abbiamo cercato il bene, come diviso dalla nostra essenza, separato dalla nostra facoltà intellettiva naturale e primigenia, riposto nelle astrazioni, e nelle forme universali» (G. Leopardi,  Zibaldone di pensieri, 492-494, 12 Gennaio 1821).
Ho riportato uno dei passi più critici di Leopardi nei confronti delle astrazioni e delle forme universali e successivo ad una nota favorevole alla “serva di Tracia” e contraria alla boriosità di Talete caduto nella fossa, per guardare in alto.
In questo passo radicale, astrazioni e boriosità umana distruttiva appaiono coincidenti ed equivalenti ed è nota la lontananza di Leopardi da una diffusa interpretazione di Platone e dei platonismi.
Tuttavia il confine tra dominio delle astrazioni e delle forme universali e “barbarie degli addottrinati” o pedanteria dei dotti, rimane molto labile.
Giordano Bruno ha spacciato la “bestia trionfante” condensata in una mescolanza di pedanteria e distanza dalle metamorfosi della natura; Galilei ha condotto la sua battaglia sperimentale e matematica contro l’aristotelismo dominante; Descartes ha dato grande importanza alle intuizioni oltre che al metodo; Vico ha coniato invece l’originale espressione di “barbarie degli addottrinati” e tendeva a leggere la storia come simile ad un arco teso tra gli estremi dello stato ferino da un lato e della barbarie dei dotti dall’altro.
Boria e barbarie dei dotti sono espressioni ricorrenti in Vico; con sorpresa la boria dei dotti ritorna in alcuni aspetti della filosofia di Nietzsche e rivolta soprattutto contro filologi e pedagoghi.
«La mia memoria, la memoria, con il vostro permesso, di un uomo di scienza, rigurgita delle presuntuose scempiaggini che ho sentito dire dai giovani naturalisti e dai vecchi medici riguardo alla filosofia e ai filosofi, per non parlare dei più addottrinati e boriosi tra tutti i dotti, i filologi e i pedagoghi, che hanno queste due qualità per professione» (Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, capitolo VI, Noi dotti, 204).
I pedagoghi sono boriosi, addottrinati e barbari, perché mutilano molte pulsioni e immaginazioni, rinunciano a capacità sintetiche, tagliano il vasto, disciplinano nel senso e nella direzione dell’uniforme e dell’addomesticamento.
Il mio carissimo amico e maestro di vita, Armando Vitale, non perde occasione per ricordarmi che nella forte crisi di civiltà che stiamo vivendo, la diagnosi di Marx sia più efficace e più solida rispetto alle decifrazioni operate da Nietzsche; non penso sia cosi, perché’ la distruzione di molte forze immaginative della psiche umana, ad opera di impostori addottrinati, non è meno nociva delle distruzioni economiche e materiali.