Discorso intorno alla bellezza delle città
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Discorso intorno alla bellezza delle città

di Enzo SCANDURRA –

Cos’è la bellezza? 

Nei contesti culturali dell’architettura e dell’urbanistica, quando si vuole mettere in difficoltà o in stato di soggezione l’avversario al quale si sta confutando il ruolo della progettazione ritenuto sempre benefico, si invoca spesso il valore della bellezza. Tante volte mi sono sentito dire:

«Perché? Non pensi forse anche tu che le nostre città hanno bisogno di bellezza? E come osi contestare progetti e interventi destinati a rendere ancora più belle le nostre città?».

Ma se rispondi al tuo detrattore: «…Cosa intendi per bellezza?», lui ti dirà che lo sanno tutti, che è una cosa che tutti riconoscono alla vista, senza però aggiungere ulteriori spiegazioni.

I più colti ti citeranno la frase di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo» [1]; magari senza aver mai letto L’idiota; libro nel quale il grande romanziere russo fa pronunciare al principe Miskin la celebre frase.

Ma non tutti forse sanno che è lo stesso Dostoevskij, più avanti nel libro, a mettere in bocca a Ippòlit la domanda: «Quale bellezza salverà il mondo?».

A questa domanda il Principe tace, poi risponde: «È difficile giudicare la bellezza. […] È un enigma».

Dunque, afferma Zagrebelsky [2], quella di Dostoevskij è «palesemente una sentenza enigmatica, e invece è diventata un luogo comune, una sorta d’invocazione banale e consolatoria, una fuga dai problemi del presente»[3].

Del resto chi leggesse L’idiota per cercare di decifrare il significato di questa affermazione, resterebbe deluso; la frase di Miskin sembra buttata lì a caso, negli infiniti salotti del romanzo; sembra che non c’entri nulla con le situazioni reali [4].

La parola bellezza è dunque un implicito, una parola grimaldello con la quale si aggira il problema di spiegare, tanto il suo carattere universale è condiviso da tutti.

Ma quando parliamo di città, cosa significa questa parola, ovvero cosa significa che una città è bella? Anche in questo caso l’enigma tende a perdurare.

Forse possono essere considerate belle, per unanime riconoscimento, le architetture di Calatrava, quelle di Renzo Piano, perfino la Nuvola di Fuksas, per restare nel campo dell’architettura contemporanea; ma la città che le ospita è per questo più bella, o meno brutta?

A dissipare l’ambiguità del termine non ci aiutano certo i canoni del market moderno di bellezza, tutti incentrati sull’estetica e la cura del corpo.

È ancora Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, ad osservare che un viso è bello quando si percepisce che in esso stanno litigando Dio e il diavolo, intorno al bene e al male. Qual è dunque la bellezza più grande?

Si chiede Leonardo Boff:

«Quella del viso freddo, di una top model o il viso pieno di rughe e pieno di irradiazione di Irma Dulce di Salvador (Bahia) o di madre Teresa di Calcutta? La bellezza è irradiazione dell’essere» [5].

Dunque così procedendo rischiamo di non avanzare di un solo passo nella definizione di bellezza di una città. E in effetti non ha molto senso parlare di bellezza in generale o in astratto, soprattutto nel caso delle città.

Salvatore Settis sostiene che «non esiste bellezza senza qualificazioni» e che nel caso della città essa «non è estenuata e vacua forma, è prima di tutto vita civile» [6].

Settis richiama implicitamente una grande tradizione italiana ed europea delle città, a sua volta raccontata da Carlo Cattaneo nella sua opera: La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, quando afferma che:

«E se le nostre città sono belle (quando ancora lo sono), è perché sorsero per la vita civile, come uno spazio entro il quale lo scambio di esperienze, di culture e di emozioni avviene grazie al luogo e non grazie al prezzo» [7].

Dunque, a me sembra che per definire la bellezza di una città, occorra partire da questa illustre tradizione di vita civica che caratterizzò la nascita e lo sviluppo delle città intorno all’anno Mille [8].

Così Carlo Cattaneo descrive la bellezza delle città toscane e, in particolare, di Firenze:

«La vita municipale più intera, più popolare, più culta fu nelle città toscane. Tutti sanno quali splendide vestigia essa lasciò nelle lettere e nelle arti. Essa condusse un dialetto a tal proprietà ed eleganza che ogni altro popolo della penisola e delle isole lo prefelse al suo e ne fece il pegno della vita comune e del comune pensiero. Ma ciò che contraddistingue le città toscane e soprattutto Fiorenza è l’aver diffuso sino all’ultima gleba il senso del diritto e della dignità civile. Superarono in ciò anche l’antica Atene» [9].

Il Rinascimento italiano ed europeo [10]

Nella loro fase nascente, nel medioevo e in tutta l’Europa, le città seppure non erano certamente luoghi di pace, erano tuttavia luoghi dove arrivavano e venivano accolti uomini di ogni provenienza: sradicati, vagabondi, avventurieri, pellegrini. E così ben presto a difesa della pax della città viene istituito il diritto urbano che contribuisce a rendere uguale la condizione di tutti gli abitanti che vivono all’interno delle mura cittadine.

La nuova classe dei burgenses (accanto al clero e alla nobiltà) è costituita dagli homines pacis e la pace della città (pax villae) è nello stesso tempo la legge della città (lex villae).

In questi insediamenti medievali (sarebbe sbagliato chiamarli città) tutti i borghesi godono ugualmente dei vantaggi del Comune e tutti sono obbligati a contribuire alle sue spese in modo tale che la quota di ciascuno è proporzionale alla sua condizione economica.

Stupisce, oggi, tanta devozione alla cosa pubblica: «Unus subveni et alteri tamquam frati suo», recita una carta fiamminga del XII secolo [11].

Spesso queste prime forme di città ospitavano luoghi di cura per i più bisognosi, o i viandanti. L’Ospedale dei Poveri nel Municipio di Lugano, ad esempio, risale a prima del ‘200, in sintonia con quanto avveniva altrove in Europa. I pellegrini che si recavano a Roma per ricevere indulgenza, attraversavano strade e monti sottoponendo i propri corpi a prove durissime. Lungo i loro percorsi si costruivano luoghi di sosta e di cura da dove ripartivano i pellegrinaggi.

Per questo motivo quello di Lugano sarà chiamato Ospedale dei Poveri e dei Pellegrini.

E ancora, molti anni dopo, all’inizio del Quattrocento, viene affidato a Filippo Brunelleschi il progetto – in pieno centro storico di Firenze – dello Spedale degli Innocenti, per accogliere i neonati che venivano depositati nelle strade, davanti le chiese o nei conventi dove una ruota garantiva anonimato alle madri che vi depositavano i bambini indesiderati.

La virtù civica è una delle qualità che rendono celebri le città e al tempo stesso, è una delle qualità alla base della competizione tra città (dove competere aveva il significato di gareggiare, concorrere insieme).

Esempi di competizione virtuosa tra città sono le meravigliose cattedrali che vengono innalzate nel corso del XII secolo che, sostiene Henri Pirenne:

«non sarebbero concepibili senza l’ardore gioioso con il quale i borghesi contribuivano alla loro costruzione. Esse glorificano, ben al di là degli aspetti religiosi, le città stesse di cui sono la più bella rappresentazione, insieme alle torri, gli ospedali, le piazze» [12].

Le città in tutto il corso del XII secolo, diventano protagoniste di una nuova organizzazione sociale (ed economica). A partire dall’anno Mille e per molti anni a venire, l’espressione «L’aria della città rende liberi», diventa un detto popolare che ben descrive il carattere di libertà che aleggia negli insediamenti medievali, dove gli schiavi sottoposti al lavoro nei campi potevano diventare realmente liberi se avessero trovato lavoro in città.

Lo stesso Marx, per altri versi, insiste sul carattere progressista e inevitabilmente storico dell’affermazione del modello di vita urbano rispetto all’isolamento della vita rustica della campagna [13]. Non sfuggivano certo a Marx le condizioni di vita quasi inumane dei lavoratori inurbati nelle prime grandi agglomerazioni industriali (la città-fabbrica) dalle quali sarebbe nata la città moderna [14].

Ciò nonostante egli riteneva positiva questa inedita concentrazione di tante persone in un solo luogo perché avrebbe consentito la loro emancipazione (la funzione civilizzatrice del Capitale), la presa di coscienza collettiva della loro condizione di sfruttamento; in una parola la formazione di una vera coscienza di classe.

Da allora, e fino ai tempi nostri, la città è stata sempre il luogo delle opportunità, della ricchezza, degli incontri, dell’innovazione, della cultura; in una parola la Terra Promessa del Progresso.

«La tendenza all’inurbamento», afferma Tiziana Villani, «è un indicatore ineludibile della trasformazione non solo del nostro pianeta, ma dell’intero modo di considerare le esistenze» [15].

E ancora è il Cardinale Martini ad affermare che «La meta del cammino umano non è né un giardino né la campagna, per quanto fertile ed attraente, ma la città»16.

L’avvento della città moderna 

Il geografo Franco Farinelli ci dà una rappresentazione molto efficace della trasformazione che avviene con il passaggio dall’insediamento medievale alla città moderna, in concomitanza con la nascita del capitalismo industriale. Egli sostiene che un uomo prima del Seicento ben difficilmente avrebbe compreso la definizione di città (moderna), descritta come un insieme di cose, case, edifici, strade, murature:

«Perché da Aristotele in poi, fino almeno a Torquato Tasso (ma anche dopo), la città era un’altra cosa. Era una maniera, così affermava Aristotele, di raggiungere la felicità. Torquato Tasso scrive che la città è un modus vivendi che gli uomini si sono dati per stare meglio. E questo rimane fino a Giovanni Botero, il quale affermava che la città era “una ragunanza d’huomini, ridotti insieme per vivere felicemente”» [17].

Con l’avvento e poi l’affermazione storica della Modernità, quei luoghi simbolici e insieme fisici che avevano costituito l’ambiente artificiale dell’uomo, danno vita a un nuovo paesaggio dove le persone di colpo scompaiono.

Sempre Farinelli sostiene che la pianta di Bologna di Agostino Carracci (1575) è una delle ultime mappe in cui si possono notare delle persone che si aggirano per le strade:

«Ma per tutto il Seicento l’immagine cartografica della città espelle gli uomini e le donne, gli abitanti della città stessa e diventa pura rappresentazione dell’incasato, delle mura, delle strade, delle case» [18].

Le città come luoghi densi di relazioni restano appannaggio della letteratura nel corso dell’Ottocento: la folla descritta da Poe, il disincanto del flâneur, i fantasmagorici passages di Benjamin, le narrazioni di Dickens, Hugo, Zola; città come luoghi di folle, di incontri, di promiscuità obbligata, di riconoscimenti di alterità.

A Baudelaire dobbiamo le immagini più struggenti della città moderna descritta attraverso gli urti (choc) tra i passanti sconosciuti nelle vie di Parigi, e gli spleen, questo sentimento di struggente malinconia nei riguardi di un modello urbano ormai tramontato. Modernità e città si tengono a braccetto nel loro ingresso trionfale della Storia.

Ai primi del Novecento sarà l’architetto Tony Garnier a disegnare e descrivere il nuovo paesaggio urbano con i disegni sui muri ciechi delle abitazioni da lui stesso progettate nel quartiere Croix- Rousse a Lione: porti, stazioni ferroviarie, uffici, aeroporti, sono gli elementi moderni della città che sostituiscono quei simboli ricordati nelle struggenti frasi dei Fleurs du mal di Baudelaire.

Con l’epoca moderna si produce un vero e proprio divorzio tra la città degli urbanisti – la città di pietra – e la città dove si svolge la vita quotidiana dei suoi abitanti in carne ed ossa.

Sarà l’Abate De Certeau, per primo, a denunciare come la città vera non è quella disegnata dagli urbanisti, ma quella attraversata e plasmata ogni giorno da persone invisibili che tracciano percorsi, che modificano incessantemente la forma della città, che si appropriano dei suoi spazi abbandonati che ne costituiscono la parte pulsante e viva:

«È l’avvento del numero, quello della democrazia, della grande città, delle amministrazioni, della cibernetica. È il flusso continuo della folla, tessuto fitto come una stoffa senza strappi né rammendi, composto da una moltitudine di eroi quantificati che perdono nome e volto divenendo il linguaggio mobile di calcoli e di razionalità che non appartengono a nessuno. Fiumi di numeri lungo le strade» [19].

Ricostituire la bellezza delle virtù civiche

Recentemente è Papa Francesco che nella sua enciclica Laudato si’ affronta con determinazione il tema della bellezza delle città rivolgendosi direttamente agli architetti e agli urbanisti. La sua chiave di lettura – della bellezza – abbraccia la vita delle persone che abitano e vivono nella città. Ed è al tempo stesso un monito diretto rivolto agli architetti e agli urbanisti. Quest’ultimi, dovrebbero ben tenere a mente le parole di Francesco.

Data l’interrelazione tra gli spazi urbani e il comportamento umano, coloro che progettano edifici, quartieri, spazi pubblici e città, hanno bisogno del contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simbolismo e i comportamenti delle persone.

Non basta la ricerca del la bellezza nel progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco. Anche per questo è importante che il punto di vista degli abitanti del luogo contribuisca sempre all’analisi della pianificazione urbanistica [20].
Francesco usa il concetto di bellezza associandolo alle virtù civiche delle città e alla loro capacità di accogliere e creare comunità:

«Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro» [21].

Dunque, in conclusione, la bellezza-di-per-sé non esiste.

[il testo è stato ricevuto il 13 ottobre 2016]

Note

[1] F. Dostoevskij, L’idiota, tr.it. di Rinaldo Kufferle, 2 voll., Milano, Garzanti, 1973, pp. 478-479.
[2] G. Zagrebelskj, nel suo libro Liberi servi. Il Grande Inquisitore e la questione del potere, Torino, Einaudi, 2014, affronta in più parti la questione citata.
[3] S. Settis, Da Venezia al martirio di Palmira: la bellezza non salverà il mondo, «la Repubblica», 16 settembre 2015.
[4] In realtà la narrazione vuole dimostrare solo il fallimento, poiché tutti capiscono le parole dell’idiota-Miskin, la sua totale superiorità d’intelletto: hanno davanti a loro il più idiota e il più intelligente tra gli uomini. Cfr.: A. Oppo, Dostoevskij: la bellezza, il male, la libertà. Un percorso filosofico in tre tappe, «Xcaos, giornale di confine», www.giornalediconfine.net.
[5] L. Boff, La bellezza salverà il mondo. Dostoevskij ci dice come, «LeonardoBOFF.com», 01.05.2014.
[6] S. Settis, op. cit.
[7] C. Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiana, a cura di D. Castelnuovo Frigessi, «Opere scelte», Vol. IV, scritti 1852-1864, «Storia universale e ideologia delle genti», Torino, Einaudi, 1972, p. 127.
[8] Vedi in proposito il libro La rinascita dell’Anno Mille, a cura di M. Montesano, Ed. Corriere della Sera, Milano, 2015.
[9] C. Cattaneo, op. cit., p.21.
[10] Alcune parti di questo paragrafo sono tratte da un mio articolo, L’accoglienza del diverso: la vera sfida delle città moderne, in corso di pubblicazione sulla rivista bimestrale «Alternative per il Socialismo», curata da Fausto Bertinotti.
[11] Dalla Carta della città di Aire, del 1188.
[12] H. Pirenne, Les villes du Moyen Age, Maurice Lamertin, Bruxelles, 1927; trad. it. di E. Romeo, Le città del Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1971, p. 144.
[13] K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, Roma, Editori Riuniti, 1973, p. 37.
[14] In proposito vedi: F. Engels, La condizione della classe operaia, Roma, Editori Riuniti. Il libro rappresenta uno dei primi testi di inchiesta diretta sull’urbanizzazione della città di Manchester industriale.
[15] T. Villani, Per una nuova Polis, «Scienze del territorio», n. 3 (num. monografico a cura di C. Cellamare ed E. Scandurra), 2015, www.societadeiterrotorialisti.it
[16] C. M. Martini, Verso Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 2002: «È la città descritta nell’Apocalisse, con dodici porte, lunga e larga dodicimila stadi; una città, dunque, dove sono chiamati a vivere tutti i popoli della terra», p. 21.
[17] F. Farinelli, Estetizzazione e anestetizzazione, in C. Andriani (a cura di), Il patrimonio e l’abitare, Roma, Donzelli, 2010, pp. 21 e segg.
[18] F. Farinelli, op. cit.
[19] M. De Certeau, L’invention du quotidien. I. Arts de faire, Gallimard, Paris, 1990 (trad. it., L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2001, pp. 25-26).
[20] Papa Francesco, Laudato si’, Roma, Piemme, 2015, p. 150.
[21] Papa Francesco, op. cit. p. 151