DEMOCRAZIE CONTRO DITTATURE IN UCRAÌNA? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DEMOCRAZIE CONTRO DITTATURE IN UCRAÌNA? da IL MANIFESTO

Democrazie contro dittature in Ucraina?

L’ANALISI. Ormai senza conflittualità interna agli Stati, non ha più ostacoli la conflittualità esterna, frutto di un mondo in cui si parla ovunque la stessa lingua, quella del profitto

Paolo Favilli  30/04/2022

In un recente articolo sull’elogio del «però» come prima consapevolezza dell’esercizio della critica nei confronti di affermazione apodittiche, ho sostenuto che la rappresentazione della guerra in atto come scontro di civiltà tra universo delle democrazie e universo delle dittature, è «narrazione caricaturale e propagandistica. Però…».

A RAFFORZARNE il carattere caricaturale e propagandistico la dichiarazione di Biden (21 aprile): «Gli Stati Uniti non rinunceranno mai a combattere contro i tiranni»; un «mai» atemporale evidentemente. Un «mai» simbolo della funzione storica che la democrazia americana si attribuisce, naturale portato della propria «eccezionalità». Negli svolgimenti effettuali di quasi due secoli di attività politico-militare statunitense al di fuori dei propri confini, tale proposizione è stata quasi sempre subordinata alla dottrina Monroe (1823), con codicilli aggiunti via via da molti dei presidenti che sono seguiti, fino ad aggi.

Se Monroe aveva limitato l’area degli interessi statunitensi al continente americano, altri presidenti l’hanno estesa al mondo intero. Si comprende bene come in un esercizio di potenza di tale dimensione le posizioni di principio siano destinate ad essere solo foglie di fico. Certo i dittatori sono tutti «figli di puttana», ma ci sono i figli di puttana in proprio e i «nostri figli di puttana». Cosi recita una proposizione attribuita ad un presidente americano e riferita al dittatore nicaraguense Anastasio Somoza, e che ha cambiato, nel tempo, il nome del dittatore di turno.

IL FATTO CHE UNO degli imperialismi in conflitto, quello di gran lunga più forte (Stati Uniti con la loro dependance Nato, superano il 50% della spesa militare mondiale) si autorappresenti per mezzo di fraseologia mistificante, non ci esime, «però», dalla necessità di considerare che questo complesso basato su un tale sistema militar-industriale, sia espressione di Stati che, nella loro maggioranza, possono definirsi «democratici». Si tratta di un dato di realtà di fronte al quale ci si può porre in modo apologetico, cioè ideologico, o in modo critico, cioè demistificatorio.

Gli apologeti ci ripetono in continuazione che si tratta certo di democrazie «imperfette», ma comunque migliori, come a suo tempo diceva Churchill, di tutte le altre forme di governo sperimentate. Tenuto conto che storicamente la «perfezione» di un sistema (politico, sociale, economico) è al di fuori di ogni prospettiva realistica, la suddetta formulazione esprime il carattere naturalmente razionale delle democrazie esistenti; il migliore dei mondi possibili, secondo definizione panglossiana.

AL CONTRARIO la democrazia non ha niente di naturalmente dato, bensì è tensione verso forme progressivamente più compiute di eguaglianza. Forme risultanti di conflitti anche assai aspri. Perciò, come ogni processo storico, la democrazia, a seconda degli esiti dei conflitti, può svilupparsi, retrocedere, addirittura annullare i parametri principali in grado di definirla come tale. L’imponente letteratura che negli ultimi vent’anni si è interrogata sulle ragioni e le modalità dell’attuale generalizzazione dello stato di «postdemocrazia», ha analizzato a fondo gli aspetti essenziali della «grande contraddizione» intervenuta dopo i «trenta gloriosi». L’espansione della democrazia è effetto primario delle logiche della lotta di classe.

La lotta di classe dal basso è l’antitesi principale del nazionalismo ben radicato nell’insieme della cultura e della prassi imperialistica. Dominio ed egemonia di oligarchie economiche all’interno di determinati spazi politici annullano o limitano fortemente l’esercizio di una benefica democrazia conflittuale.

Che il conflitto di classe portasse a risultati positivi per la comunità intera, i grandi pensatori lo avevano già rilevato studiando le dinamiche della formazione e del consolidamento dello stato moderno. In ogni «repubblica» – aveva affermato Machiavelli – si scontrano due interessi fondamentali: «quello del popolo e quello dei grandi» e si deve essere consapevoli di «come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro» (Discorsi…, (1513-19). I «grandi» sono davvero egemoni quando riescono a far diventare senso comune l’ideologia per la quale i loro interessi coincidono con quelli della società intera. Esattamente il quadro attuale delle nostre «postdemocrazie».

L’ESAURIMENTO DELLA conflittualità interna agli Stati, o il suo disperdersi in rivoli non comunicanti, toglie ostacoli alla conflittualità esterna, frutto di un mondo in cui si parla ovunque la stessa lingua, quella del profitto, ma nel contesto di tipologie diverse di capitalismo. Tipologie diverse con interessi diversi concernenti il controllo delle linee globali di formazione del valore. Capitalismi diversi vuol dire anche imperialismi diversi, il cui antagonismo è passibile di confronto armato. Ecco perché la lotta per la crescita della democrazia, la lotta di classe, deve essere perseguita anche come momento essenziale della lotta contro la guerra.

La democrazia e i suoi nemici

VERITÀ NASCOSTE. La rubrica settimanale di psicologia e società. A cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  30/04/2022

Elon Musk sta comprando Twitter per 44 miliardi di dollari. David Leonhardt, editorialista del NY Times, ha commentato: “All’uomo più ricco del mondo non piaceva Twitter. Così lo sta comprando”. Leonhard riporta nella sua newsletter (“The Morning”) del 26 Aprile, una statistica fatta da Emmanuel Saez e Gabriel Zucman: dal 1982 al 2020 la percentuale della ricchezza posseduta dal 0,00001 delle famiglie americane (oggi 18 famiglie che posseggono, in media, 66 miliardi di patrimonio ognuna) è aumentata di 10 volte.

La percentuale della ricchezza posseduta dal 0,01 delle famiglie ha superato, seppure di poco, i livelli del1929 (è passata dal10,4% al 10,8%). Negli Stati Uniti sul piano della concentrazione della ricchezza si è tornati indietro di un secolo. Questa concentrazione è incompatibile con la democrazia perché corrompe il modo collettivo di sentire e di pensare. Aristotele definì la Polis come comunità di diversi ma pari, dando in questo modo anche la definizione più bella e funzionale della democrazia.

Figlio della sua epoca, restringeva la comunità politica in una piccola parte privilegiata della popolazione della città che dominava una maggioranza di schiavi. La sua intuizione, che predicava bene e razzolava molto male, resta, nondimeno, valida, dirimente. E la contraddizione che l’attraversa (la democrazia come privilegio di pochi) mai del tutto risolta, rende evidente il problema, alloggiato nella sua stessa costituzione storica, che da sempre mina la democrazia.

Tra tutte le diversità che, in democrazia, dovrebbero relazionarsi alla pari, la diversità economica è quella che, superato un limite che la rende iniquità, diventa incompatibile con le istituzioni democratiche e con il loro funzionamento. La concentrazione dei beni rende i cittadini diversi ma impari. La sua progressione ha un effetto alienante, diretto o indiretto su tutte le relazioni di scambio (erotico/affettive, culturali, politiche, economiche): distrugge le differenze e le particolarità e rende tutti (ricchi e poveri) omogenei, indifferenziati e indifferenti. Porta verso una società di individui uguali, uniformati sul piano del pensiero, delle emozioni e delle attitudini, del tutto ineguali sul piano del potere.

Di Elon Musk, eroe dell’illibertà individualista, Shira Ovide, sempre del NY Times, scrive: “Il più appropriato paragone con il passato potrebbe essere con i baroni dei giornali del diciannovesimo secolo, come Hearst, Pulitzer, e l’immaginario “cittadino Kane”, che usavano i loro giornali per perseguire scopi personali, sensazionalizzavano gli eventi del mondo e molestavano i loro nemici”.

Chi concentra potere economico tende necessariamente a sostituirsi al potere politico, perché l’espansione senza limiti dello spazio in cui opera è inconciliabile con le regole che difendono l’interesse comune. Ha tutti i mezzi per aggirare le leggi democratiche e può manipolare a suo piacimento il mondo delle informazioni (mai così vulnerabile alla mistificazione come oggi). È obiettivamente un nemico della democrazia, indipendentemente dalla sua cultura e da ciò che pensa di sé.

Crea con il suo agire, che deriva da uno spiccato sentimento di onnipotenza, un clima collettivo negativo: svuota di significato la legalità, riducendola in un involucro formale, legittima l’arbitrio e passivizza emotivamente i cittadini, assoggettandoli alla sua psicologia.

Ad Atene vigeva la legge dell’”ostracismo”: colui che, secondo il parere del popolo, aveva concentrato troppo potere veniva bandito dalla città per dieci anni. Provvedimento discutibile che, tuttavia, poneva già allora un problema enorme. Oggi le leggi anti-trust lasciano il tempo che trovano. I politici hanno spesso soggezione degli avventurieri che nel nostro mondo globale deregolato si muovono molto meglio di loro. Forse invece di twittare per esistere, dovrebbero contrastare i nemici. Meglio cadere in battaglia che vivere asserviti.

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