Democrazia conflittuale e questione del potere da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Democrazia conflittuale e questione del potere da IL MANIFESTO

Democrazia conflittuale e questione del potere

50 anni fa. Contro le nuove proposte di «cittadinanza disciplinare», lo «Statuto» va riletto come un tentativo di organizzare i soggetti sociali investiti dalla crisi

Davide Conti20.05.2020

In tempi in cui la crisi manifesta del modello liberale in termini sanitari, economico-sociali e giuridici ha determinato l’emergere di archetipi di «democrazia disciplinare», di pratiche istituzionali securitarie e di verticalizzazione del meccanismo decisionale, rileggere dopo mezzo secolo le vicende della più grande mobilitazione operaia della storia della Repubblica, l’«autunno caldo» del 1969, e del suo correlato approdo legislativo, lo Statuto dei lavoratori divenuto legge il 20 maggio 1970, ripropone oggi una riflessione audace sulla questione del potere; sulla urgenza di una sua misura estensiva ed orizzontale; sulla necessità di sostituire una «democrazia sussidiata», che trasforma la cittadinanza in dipendenza dal comando centralizzato, con forme di riorganizzazione e partecipazione dei soggetti sociali investiti dalla crisi.


Nelle lotte operaie del 1969 il salario fu naturalmente un elemento importante «ma -ricorderà Bruno Trentin- certamente secondario rispetto alla prima ribellione di massa nei confronti di un sistema abbrutente come era l’organizzazione tayloristica del lavoro. Una grande conquista di libertà e di potere». 300 milioni di ore di sciopero tra settembre e dicembre costarono il 40% del salario ai lavoratori mentre la nascita di forme di lotta «irregolari» (gli scioperi cosiddetti «selvaggi») segnarono una «politicizzazione del sociale» che ridefinì la sfera pubblica e obbligò ad una riforma interna lo stesso sindacato, trasformandolo nel soggetto fondamentale della lotta. La forza unitaria del movimento dei lavoratori e la rottura dell’isolamento, grazie all’incontro col movimento studentesco del 1968, conferirono un nuovo peso ad un dato che relazionato all’oggi appare quanto mai significativo. Nel 1969 gli operai nella Dc erano il 14%, secondi solo alle casalinghe, mentre nel Pci il 40% del milione e mezzo di iscritti totali erano operai.


Lo Statuto rappresentò per le classi subalterne non solo uno straordinario fattore di avanzamento materiale della propria condizione ma anche una nuova consapevolezza, ovvero l’acquisizione della democrazia conflittuale come legittima cornice espressiva della «effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» prevista dall’articolo 3 della Costituzione.
Nel 1969 la centralità del movimento operaio come forza motrice delle lotte sociali fece del lavoro una «categoria del politico» direttamente rappresentata.
Simmetricamente al processo di modernizzazione conflittuale ed alla conseguente ridefinizione dell’azione collettiva all’interno dello spazio pubblico, l’uso delle forza come «dato» della politica tornò progressivamente a collocarsi al centro della questione della formazione del diritto e dei diritti «Lo Statuto dei lavoratori – scrive Mario Barcellona- programmaticamente si proponeva di proteggere non più il «chiunque» dei codici, non più il «cittadino», ma un ceto sociale determinato, la classe lavoratrice, contro un altro, quella dei datori di lavoro, dei capitalisti. Una legge, dunque, che spazzava via l’ideologia della neutralità». In questo contesto la classe operaia assunse una soggettività incompatibile rispetto all’arretratezza del modello industriale e della sua «razionalizzazione autoritaria» che invadeva in forma «totale» anche la vita esterna al mondo del lavoro. La durezza della condizione operaia divenne la leva materiale di spinta alla rottura di un ordine arcaico su cui si era imperniato il modello unico di sviluppo organizzato sul rapporto correlato tra modelli acquisitivi individuali del consumismo dei ceti medi e integrazione negativa (cioè priva di diritti) dei lavoratori.


Il 20 maggio 1970 la Camera approva lo Statuto e due giorni dopo è promulgata l’amnistia per le oltre 13.000 denunce presentate contro lavoratori e studenti «per i reati commessi in occasione di agitazioni e movimenti sindacali e studenteschi». Non solo la Costituzione entrava in fabbrica ma la forza operaia e le sue forme «irregolari» acquisivano cittadinanza nello spazio pubblico ridefinendo le relazioni di potere.
All’epoca, come oggi accade per i decreti di «cura» e «rilancio» dell’Italia in crisi, l’intervento delle classi proprietarie fu aggressivo nei confronti della politica. Il presidente di Confindustria Angelo Costa scrisse una lettera al ministro del Lavoro Giacomo Brodolini per manifestare la sua contrarietà allo Statuto che avrebbe potuto «rendere particolarmente difficili i rapporti tra le organizzazioni e tra lavoratori ed azienda».
La risposta del socialista Brodolini apre una voragine impietosa sulla classe politica odierna ma allo stesso tempo evidenzia che esiste sempre la possibilità di una scelta diversa: «Ella – rispose il ministro – mi invita a formulare una buona legge. Su ciò non posso non essere d’accordo, è proprio per tale ragione che ritengo oggi necessario un intervento legislativo diretto ad ampliare la sfera di libertà dei lavoratori e delle loro organizzazioni».

Lo statuto segnò la fine di un’infinita pazienza

Le due anime della legge. L’art. 18 non c’è più e l’art. 19 è stato stravolto dall’improvvido referendum del giugno 1995 il cui esito lo ha degenerato in un meccanismo di estromissione dall’area legalmente protetta di un sindacato come la Fiom

 Umberto Romagnoli20.05.2020

La sua prima parte, il cui perno centrale è l’articolo 18, si compone di disposizioni che sanciscono la polivalenza di fondamentale diritti civili e politici costituzionalmente riconosciuti a tutti i cittadini che devono poterli esercitare non solo nei confronti dello Stato, ma anche nei rapporti interprivati e dunque anche nell’ambito dell’impresa. La quale cessa così d’essere un mondo a sé, separato dall’ordinamento giuridico generale, auto-concluso.

Per questo, i primi commentatori hanno creduto di ravvisare nell’art. 9 che riconosce ai lavoratori il diritto – esercitabile mediante proprie rappresentanze – di «promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la salute» psico-fisica, il pathos del rimorso che alla fine afferra uno Stato che non fa abbastanza per evitare che il diritto al lavoro non comporti il sacrificio della vita.

Il secondo nucleo normativo, che ha nell’art. 19 il suo incipit, venne definito promozionale od anche di sostegno del sindacato, perché ne favorisce l’insediamento nell’impresa fino a farne un contropotere collettivo organizzato. Le due anime dello Statuto si integrano saldamente: la loro unione stabilisce un nesso di continuità tra interesse collettivo-sindacale e interessi individuali dei lavoratori. La protezione del primo è funzionale alla protezione dei secondi.

Infatti, l’art. 28 è utilizzabile simultaneamente a tutela del sindacato e dei singoli per rimuovere gli effetti prodotti da comportamenti pluri-offensivi dell’imprenditore: lesivi cioè di situazioni giuridiche individuali il cui ripristino corrisponde anche all’interesse del sindacato.

Nel complesso, lo Statuto si proponeva di cambiare radicalmente lo stile del potere aziendale sostituendo all’autorità-autoritaria l’autorità che può derivare dalla rilegittimazione dell’iniziativa economica in forma d’impresa all’insieme di tutti valori di cui è portatore il fattore lavoro – anche quelli non negoziabili né monetizzabili. Delle (tre) chiavi di volta dello Statuto quella consistente nella repressione per via giudiziaria dei comportamenti anti-sindacali dell’imprenditore, è l’unica tuttora esistente.

L’art. 18 non c’è più e l’art. 19 è stato stravolto dall’improvvido referendum del giugno 1995 il cui esito lo ha degenerato in un meccanismo di estromissione dall’area legalmente protetta di un sindacato come la Fiom che non aveva sottoscritto l’accordo applicato nella Fiat di Sergio Marchionne. Se nel 2013 la Corte costituzionale non avesse rattoppato lo strappo subito dalla versione originaria della norma statutaria, i successivi anniversari della nascita dello Statuto sarebbero stati l’occasione di celebrazioni commemorative.

Nell’arco del mezzo secolo che è trascorso dalla sua entrata in vigore sono successe troppe cose per poterle qui esaminare. Due evenienze di enorme importanza, però, non possono non essere ricordate. La prima è che, dopo avere udito il tuono «a sinistra» che attraversò i cieli dell’autunno caldo di cui lo Statuto è figlio, i lavoratori hanno udito gli spari delle P 38; e difatti il processo dei 61 licenziamenti di Mirafiori nel 1980 rimane l’epifania del processo che si è voluto promuovere contro il sindacato.

La seconda evenienza che aiuta a spiegare il crepuscolo dello Statuto ha molto a che fare con la rovinosa fine della campagna di Russia di Napoleone. Ormai arrivati alle porte di Mosca, i generali dell’esercito francese che stavano pregustando il sapore della vittoria videro la città bruciare. Non diversamente, i luogotenenti delle confederazioni sindacali sponsorizzate dallo Statuto videro la grande industria svuotarsi della sua popolazione operaia.